di Luca Fumagalli

Se nelle isole britanniche il “romanzo cattolico” avrebbe conosciuto un certo successo nel Novecento, i suoi esordi, nel secolo precedente, lasciavano suppore tutt’altro destino. Difatti, ad eccezione di Perdita e guadagno (1848) del cardinale Newman e, almeno in parte, di Fabiola (1854) del cardinale Wiseman, molti dei romanzi scritti allora risultano essere nel complesso men che mediocri, perfettamente dimenticabili (e quasi tutti sono stati dimenticati). Il difetto principale è probabilmente il loro sentimentalismo a buon mercato, figlio della peculiare sensibilità vittoriana, a cui si accompagna una foga didascalica che sovente sfocia in episodi poco credibili, al limite dell’assurdo. In particolare è la trama a perdere di mordente, sbrindellata in lunghi dialoghi in cui al protagonista vengono impartite lezioni dai vari personaggi secondari in cui ha la ventura di imbattersi.

Esempio di questa attitudine sono romanzi come Home and Homeless (1858) e Never Forgotten (1871) di Cecilia Caddell, How will it end? (1872) di J. C. Heywood, The Cousins: or Pride and Vanity (1849) e Eustace, or Self-devotion (1860) di Agnes Stewart, e Rome and the Abbey: A Tale of Conscience (1849) di Emily Agnew. Su questi autori e sui loro epigoni val la pena citare il giudizio decisamente tagliente di un recensore apparso sul «Month» nel 1874: «Un brutto romanzo è un brutto romanzo. […] La spazzatura è spazzatura, in qualsiasi forma essa si presenti, e la spazzatura cattolica è la peggiore di tutte».

Alcuni scrittori, tra cui Edward Dering, il canonico William Barry e John Oliver Hobbes (pseudonimo di Pearl Craigie), tentarono con ogni mezzo di elevare il livello della proposta narrativa cattolica, ma non furono comunque in grado di competere con la letteratura secolare coeva; e anche di loro oggi in pochi si ricordano.

Si prenda per esempio il romanzo Arden Massiter (1900) del canonico Barry. Più che di religione, la storia si concentra sull’analisi della situazione politica e sociale che caratterizzava l’Italia post-unitaria, tra anarchici, aristocratici papalini e camorristi. Il cattolicesimo rimane sullo sfondo, ridotto a una nota di colore, un po’ come si verifica nei lavori di Henry Harland. È vero che non mancano esempi di personaggi virtuosi – ad esempio Costanza, che resiste alle profette amorose del cattivo di turno – e di brani dal chiaro intento educativo, ma pure i recensori dell’epoca non scorsero nel libro altro se non il ritratto delle forze contrastanti all’opera in un paese che si stava affacciando alla modernità.

Altro esempio interessante è Robert Orange (1900) della Hobbes. Per quanto sia un romanzo decisamente più riuscito e meno sensazionalistico di Arden Massiter, anch’esso ha le sue carenze. La vicenda ruota attorno al protagonista eponimo, un politico, che decide di convertirsi al cattolicesimo e di farsi prete (rinunciando anche alla donna che ama). Le premesse del racconto sembrerebbero interessanti, peccato però che i temi centrali siano trattati solo superficialmente, con punte di incoerenza. Pure i dilemmi che affliggono i personaggi hanno più a che fare con le convenzioni sociali che con la religione.

Al netto di questi e altri lodevoli tentativi, fu dunque necessario attendere i lavori degli edoardiani Mr Wilfrid Ward e mons. R. H. Benson per assistere a un deciso balzo in avanti, in termini di qualità, del “romanzo cattolico”, caratterizzato da trame più solide e da un’inedita profondità apologetica.


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Immagine di copertina: John Oliver Hobbes (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Picture_of_John_Oliver_Hobbes.jpg)