di Luca Fumagalli
Per qualche misterioso motivo la cultura cattolica italiana non ha mai mostrato un grande interesse nei confronti di quella letteratura prodotta dai correligionari delle isole britanniche. Le traduzioni scarseggiano, e se non sono mancati affondi critici sui singoli autori e sulle loro opere – talvolta meravigliosamente illuminanti –, a prevalere sembra essere stata più che altro l’indifferenza. Fanno eccezione solo J. H. Newman, in verità ricordato quasi esclusivamente per i suoi studi teologici, G. K. Chesterton, Graham Greene e una manciata di altri scrittori i cui libri hanno potuto godere di una piccola popolarità (caso a parte quello di J. R. R. Tolkien, nel frattempo diventato un’icona della cultura pop, con tutti i vantaggi e i pericoli connessi). In ogni caso rimane il fatto che in pochissimi hanno tentato di analizzare i legami esistenti tra questi autori, di giustapporli e confrontarli, soprattutto di collocarli all’interno di un percorso culturale coerente, che tenesse anche conto della peculiare storia della Chiesa inglese degli ultimi due secoli, minoranza in un paese protestante, i cui intellettuali di punta furono per la maggior parte convertiti.
Per chi si approccia allo studio della letteratura prodotta dai cattolici inglesi, al di là della difficoltà di recuperare fonti e documenti di prima mano, il principale problema è la mancanza di accordo tra gli studiosi su cosa si debba esattamente intendere per “letteratura cattolica”, tanto che nel corso del tempo sono state avanzate diverse ipotesi di definizione. Limitandosi al mondo anglosassone, c’è chi, al pari di Richard Griffiths, ha ristretto il campo ai soli autori cattolici nelle cui opere si affrontano apertamente temi religiosi – con l’assurda conseguenza di veder escluso dal suo pur valido saggio The Pen and the Cross. Catholicism and British Literature 1850-2000 (2010) il nome di Tolkien – altri, sulla scia del Ralph McInerny di Some Catholic Writers (2007), hanno preferito un approccio più “ecumenico”, inglobando nella definizione persino scrittori agnostici o protestanti influenzati in qualche modo dal cattolicesimo. Al contrario, Jospeh Pearce in Literary Converts (1999) e Catholic Literary Giants (2005) ha proposto una sorta di via di mezzo, occupandosi esclusivamente di cattolici nelle cui opere la Fede è protagonista (poco importa se esplicitamente o implicitamente). Tanti altri sono i critici che si sono occupati di questa questione – si pensi, ad esempio a Conor Cruise O’Brien, Albert Sonnenfeld, Thomas Woodman e Ian Ker, autori rispettivamente di Maria Cross: Imaginative Patterns in a Group of Modern Catholic Writers (1952), Crossroads: Essays on the Catholic Novelists (1982), Faithful Fictions: The Catholic Novel in British Literature (1991) e The Catholic Revival in English Literature 1845-1961 (2003), o ai numerosi interventi di David Lodge e Bernard Bergonzi – ma le posizioni di Griffiths, McInerny e Pearce le riassumono tutte.
Se in ultima analisi l’impostazione di Pearce sembra essere la preferibile, la definizione di “letteratura cattolica” forse più riuscita, di certo quella che più si avvicina alla spirito degli articoli pubblicati su Radio Spada, può essere ricavata da ciò che la scrittrice statunitense Flannery O’Connor dice a proposito del romanzo: «Ciò che chiamiamo rozzamente “Catholic Novel”, ovvero romanzo cattolico, non ha necessariamente a che vedere con un mondo cattolico o cattolicizzato, ma si tratta semplicemente di un’opera in cui la verità, per come la concepiscono i cattolici, è stata usata come la luce con cui guardare il mondo. […] Al romanziere si chiede di creare l’illusione di un intero mondo popolato di persone credibili, e la differenza principale fra un romanziere cristiano ortodosso e un romanziere naturalista è che il primo vive in un universo più vasto. Egli crede che il mondo naturale contenga in sé il sovrannaturale. Ma questo non significa che l’obbligo di ritrarre il naturale venga meno; significa, piuttosto, che esso è più vasto». Un analogo discorso vale anche per i poeti e, al netto di un necessario approccio scientifico, anche per i saggisti.
Concepita in questi termini, la storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo può essere quindi distinta in varie fasi: dopo un periodo di gestazione che corrispose grosso modo alla prima metà dell’Ottocento, ebbe inizio, in concomitanza con il ripristino della gerarchia in terra inglese, il cosiddetto “Catholic Literary Revival”, una rinascita di quella letteratura firmata da “papisti” – come i cattolici venivano spregiativamente chiamati dai protestanti – che ebbe nel cardinale Newman il suo rappresentante più noto. Sul finire del secolo furono invece molti gli autori del decadentismo, Oscar Wilde in primis, che sperimentarono una forte attrazione per la Chiesa di Roma; tra questi qualcuno arrivò anche alla conversione, non prima però di aver sguazzato a lungo nelle fetide paludi del peccato. A inizio Novecento, conclusa la parentesi costituita da mons. Benson e dai suoi discepoli – quando la letteratura cattolica cominciò ad avere una certa diffusione tra il pubblico dei lettori e a mietere i primi consensi di critica –, si imposero G. K. Chesterton e Hilaire Belloc, che con il loro spirito militante aprirono la strada alla generazione del secondo dopoguerra e a quelle figure come J. R. R. Tolkien, Evelyn Waugh e Graham Greene destinate a marcare un’epoca (si trattò di una “terza primavera”, dopo quella aurorale di fine XIX secolo e quella della prima metà del XX, con picchi notevoli pure in campo poetico). Gli anni del Concilio Vaticano II segnarono invece l’inizio di un’inversione di rotta, di una parabola discendente caratterizzata dal venir meno di quell’afflato apologetico che aveva contraddistinto i libri dei decenni precedenti. Il dubbio e la disillusione cominciarono a serpeggiare ovunque con l’inevitabile risultato che quel revival che durava da più di un secolo finì per perdere la propria spinta propulsiva (già nel 1950 Waugh si lamentava del fatto che in molti ormai dubitassero persino che fosse mai esistito il “Catholic Novel”). Il cattolicesimo continuò, come in precedenza, a esercitare un certo fascino nei confronti di autori anglicani o che avevano ormai perso la Fede, ma il sentimento diffuso era che una stagione gloriosa fosse ormai giunta al capolinea.
Cosa riserverà il futuro è impossibile dirlo. Per ora all’appassionato di letteratura basti godere dei tanti capolavori che hanno visto la luce fino ad oggi.


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Immagine di copertina: John Henry Newman (https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7b/John_Henry_Newman_Reading_a_Book.jpg)
