di Luca Fumagalli

Le circostanze hanno trasformato l’inglese Rupert Brooke in un mito. La morte precoce nel 1915, mentre con i commilitoni si apprestava a prendere parte alla campagna di Gallipoli, lo ha consacrato a war poet per antonomasia, a emblema di quei giovani volontari britannici provenienti dal mondo universitario che versarono il loro sangue per la causa nazionale durante la Prima guerra mondiale. A tal proposito si citano spesso i primi versi de Il Soldato, il suo componimento più celebre del periodo bellico: «Se dovessi morire, pensate solo questo di me: / c’è un angolo di un campo straniero / che sarà per sempre Inghilterra».

Peccato, però, che il mito, come spesso accade, ha poco o nulla a che fare con la realtà: non solo i cinque sonetti di guerra di Brooke costituiscono una piccola parte della sua variegata produzione – tra l’altro scritti semplicemente per gioco o per sfida compositiva –, ma anche la sua carriera militare è piuttosto irrisoria, avendo partecipato unicamente alla ritirata di Anversa con la Royal Navy Division creata da Churchill. Inoltre il giovane non trovò gloriosamente la morte tra il fango di una trincea, raggiunto da un proiettile nemico, ma si spense su una nave ospedaliera francese ancorata nel Mar Egeo per un’infezione degenerata velocemente in setticemia.

A conti fatti, quella del war poet è un’etichetta che affibbiata a Brooke sa un po’ di posticcio, poco azzeccata pure in relazione al suo spirito ribelle da hippie ante litteram. Soprattutto, non rende ragione di una parabola biografica breve ma complessa, la quale, in qualche modo, si riaffaccia nella sua poesia.

Classe 1887, Brooke era il secondogenito di uno dei maestri della prestigiosa scuola di Rugby dove, secondo la tradizione, era nato l’omonimo sport. La precoce passione per la lettura e la scrittura lo convinsero, una volta raggiunta la maturità, a frequentare il King’s College di Cambridge. Lì strinse molte amicizie, tra cui quella con St. John Lucas, una sorta di mentore che lo introdusse alla poesia decadente. Appassionatosi al teatro e alla recitazione, il giovane Brooke fondò la Marlowe Society e più avanti, incuriosito dalle idee socialiste, divenne presidente della sezione universitaria della Fabian Society; prese inoltre a frequentare vari circoli letterari e diversi membri del gruppo di Bloomsbury. Gli studi, dapprima classici poi di letteratura inglese, la bravura nell’attività fisica, la simpatia trascinante e la vena poetica lo resero presto uno studente molto popolare, con conseguente corollario di relazioni sentimentali. Dopo la pubblicazione nel 1911 della sua prima raccolta, Poems 1911, viaggiò parecchi mesi in Francia e Germania, riuscendo al suo ritorno a ottenere una borsa di studio grazie a una tesi su Webster e i drammaturghi elisabettiani. Con il critico Edward Marsh, segretario di Churchill all’Ammiragliato, nel 1912 diede alle stampe il primo volume di Poesia Georgiana e l’anno successivo, in seguito a un grave tracollo nervoso, intraprese un viaggio negli Stati Uniti, in Canada e nei mari del Sud. Per Brooke quello fu un periodo singolarmente sereno, testimoniato da alcuni dei suoi componimenti più solari, inclusi poi in 1914 e altre poesie (1915), e dalle sue impressioni di viaggio, raccolte postume nel 1916 sotto il titolo Lettere dall’America. Nel frattempo si era arruolato nell’esercito, trovando la morte come detto.

Il mieloso sentimento patriottico comunemente associato a Brooke mette in ombra la vena più autentica della sua opera, quella fatta delle piccole cose, della domesticità e della vicinanza alla natura. La Grantchester lodata nella poesia omonima, agognato ritiro dai trambusti della mondanità londinese, diventa nei suoi versi il ritratto di un tessuto nazionale di piccole comunità bucoliche, un ecosistema etico ed estetico di affetti e bellezze ambientali destinato inesorabilmente a essere spazzato via da quella modernità galoppante di cui la guerra è solo l’esempio più spietato. Il richiamo al mito della Merry England si fa poi evidentissimo quando Brooke passa a celebrare la semplice vita agreste sullo sfondo di un paesaggio d’Arcadia (e poco importa se ciò che viene descritto abbia più o meno corrispondenze con la realtà storica, quello che al giovane poeta interessa catturare non è la verità dei fatti, quanto una sfumatura dell’animo).

Né va dimenticato come nei suoi versi più riusciti venga esaltata quella che lui stesso definiva la transience, ossia la fuggevolezza, la precarietà dell’esistenza e dei sentimenti umani – al primo posto l’amore – e come tra le sue carte non manchino una manciata di liriche, i cosiddetti ugly poems, in cui la satira si fa corrosiva, a tratti violenta, a rimarcare ciò che vi è di più vile e disgustoso.

A presentare per la prima volta al pubblico italiano una traduzione delle migliori poesie di Brooke ci ha pensato l’anglista Paola Tonussi, già autrice di una biografia del poeta. Il volume da lei curato per i tipi di Interno Poesia, intitolato semplicemente Poesie, è una splendida silloge che, come sottolinea Silvio Raffo nella postfazione, sfata un fraintendimento secolare, svelando la natura sostanzialmente spiritualistica e metafisica, se non addirittura visionaria, dell’opera dell’inglese.

Il libro: Rupert Brooke, Poesie, a cura di Paola Tonussi, Interno Poesia, Latiano, pagine 332, Euro 17,10.

Link all’acquisto: https://internopoesialibri.com/libro/poesie-rupert-brooke/


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