di Luca Fumagalli

Il realismo, in letteratura, significa tutto e niente. Spesso chi ha la pretesa di descrivere la vita così com’è riesce al massimo a offrire un pallido riflesso di come crede che sia, scadendo facilmente nella volgarità, nell’esagerazione fine a se stessa e nel pruriginoso. Il rischio è di soffermarsi unicamente su ciò che i sensi percepiscono, limitandosi al guscio, ma dell’anima, di quell’ «essenziale che è invisibile agli occhi», come scriveva Saint-Exupéry, semplicemente ci si dimentica (o ci si vuole dimenticare). Ed ecco che, per paradosso, colui che si definisce realista è il primo a tradire la complessità del reale.

Non così la britannica Sheila Kaye-Smith (1887-1956), una convertita al cattolicesimo, nei cui numerosi romanzi dà prova di un realismo tetro che ha come sfondo il Sussex rurale. D’altronde il suo è un realismo che solo la campagna può ispirare, a richiamare il sudore e la fatica del contadino, nonché la consapevolezza che non tutto dipende dalla volontà del singolo, in verità in balia di forze incontrollabili. Né manca la polemica nei confronti dell’anglicanesimo e del grigiore dei suoi rappresentanti.

Tra i lavori migliori della Kaye-Smith vi è Sussex Gorse (1916), la storia di un uomo, Reuben Backfield, determinato a raggiungere ad ogni costo i propri obiettivi. Backfield sfida la natura, trasformando un terreno paludoso in un campo coltivabile, e lo fa ignorando tutto e tutti, pure i consigli potenzialmente utili. Niente deve frapporsi tra lui e il suo obiettivo, nemmeno le persone che gli sono più vicine. Per quanto sicuro e capace, però, a Backfield le cose non vanno mai bene: vince ed è vinto allo stesso tempo. Qui si insinua il genio della Kaye-Smith, che lascia che la vicenda parli da sé, che la tragedia venga fuori da sola, mentre il protagonista perde sia il raccolto che la moglie, quest’ultima desiderata davvero solo alla fine. Stupisce poi come Backfield sappia essere così lucido nelle questioni di più ampio respiro, ma finisca col perdersi nel proverbiale bicchiere d’acqua quando si tratta di comprendere i più piccoli accadimenti del quotidiano. Perciò l’epilogo non può che essere straziante: Backfield ha sì piegato la brughiera alla sua volontà, ma per ottenere questo ha sacrificato ogni altra cosa, famiglia compresa.

Joanna Godden (1921) mostra invece la straordinaria abilità dell’autrice di descrivere gli abitanti della campagna, conducendo il lettore all’interno delle case, a diretto contatto con le loro abitudini. La protagonista del romanzo è del tutto simile a Backfield, intenzionata a portare avanti la fattoria ereditata dal padre facendo affidamento solo sulle sue forze. Ancora una volta, però, le vittorie sono solo momentanee, mentre le sconfitte restano come cicatrici dell’anima. La morte improvvisa dell’uomo che avrebbe dovuto sposare, porta Joanna a sfogare il dolore sui suoi dipendenti e a concedersi a un giovane appena conosciuto. Ma in lei, nonostante i tanti errori, vi è ancora qualcosa di buono, e anche se finisce per perdere tutto, mantiene inalterata la sua fede: «Lei stava lì, quasi quarantenne, sulla soglia di una vita completamente diversa – il suo amante, sua sorella, la sua fattoria, la sua casa, il suo buon nome, tutto perso. Ma il passato e il futuro erano ancora suoi».

Una segnalazione conclusiva merita The Tramping Methodist (1908), ambientato all’epoca di Wesley, in cui centrale è il tema della conversione. Young Lyte, affranto per lo stato pietoso in cui versa la Chiesa d’Inghilterra, con prelati interessati più che altro a godersi la vita e i benefici connessi al proprio ruolo, decide di mollare ogni cosa e di darsi alla predicazione itinerante. Nel romanzo tornano svariati temi cari alla Kaye-Smith, quali la fede ispiratrice, il sacrificio e la santità.


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Immagine di copertina (https://www.kobo.com/in/en/ebook/sheila-kaye-smith-collection)