di Luca Fumagalli
George Orwell, all’anagrafe Eric Blair, è stato uno dei più dirompenti autori del Novecento, capace di partorire due capolavori come La fattoria degli animali e 1984 che continuano ad essere letti e apprezzati (sebbene non di rado fraintesi o piegati a servire interessi partigiani). Pure in Italia il suo nome è talmente noto da aver originato un aggettivo di uso corrente, ossia “orwelliano”, che evoca scenari distopici e orizzonti inquietanti.
A contribuire al suo successo, oltre alla passione con cui, da socialista eterodosso, difendeva le proprie idee senza inseguire il facile consenso, è stato senza dubbio lo stile semplice. In altri termini, ciò che Orwell propone è uno sguardo sulla realtà il più oggettivo possibile, evitando come la peste una sintassi troppo elaborata e divagazioni cervellotiche, che rischierebbero di allontanarsi da quel dato reale che deve essere il punto di partenza e di arrivo di ogni sana speculazione. Anche perché i mistificatori sono sempre in agguato e le menzogne della propaganda, allora come oggi, si diffondono con facilità.
Ovviamente, a suo volta, Orwell non è stato risparmiato dalle critiche, ed è innegabile che le sue pecche ce l’abbia (basti pensare alla superficialità con cui era solito approcciarsi alle questioni cattoliche); ma sui giudizi negativi dei detrattori di turno – Italo Calvino, ad esempio, lo liquidò poco carinamente dandogli del «libellista di second’ordine» – è stato lui a trionfare, come dimostra il perdurare della sua fama.
Ancora, tanti scrittori britannici dell’epoca di Orwell si sono occupati di politica, ma lui è uno dei pochissimi le cui opinioni oggi non appaiono improponibili e grottesche; ad animarle vi è inoltre un costante elogio di alcune virtù ritenute fondamentali quali il buon senso, l’onestà intellettuale e la “decenza”, quest’ultima da intendersi come la capacità di saper cogliere del bene anche in ciò che si detesta.

Tutti conoscono perciò l’Orwell saggista e romanziere, il narratore politico, ma in pochi sanno che l’inglese è stato anche poeta, sebbene la sua produzione sia episodica e di qualità talmente discontinua da non aver mai suscitato grandi entusiasmi da parte della critica e degli editori. Nel breve testo autobiografico Perché scrivo lui stesso ricorda come tra i suoi primi tentativi di scrittura ci furono le poesie, e accanto a William Blake si possono accostare altri poeti che lo hanno ispirato, tutti controcorrente rispetto alla dominante tendenza modernista: si va dai “georgiani” Brooke, Service e Housman, a Yeats, passando per Kipling ed Eliot (di quest’ultimo preferiva la prima versione, più di quella spirituale).
Per quanto riguarda i versi di Orwell, il problema delle relazioni tra libertà e censura resta centrale; la sua produzione, caratterizzata perlopiù dal ricorso a forme di composizione vecchio stile, ne testimonia ulteriormente lo spirito autonomo e sganciato da qualsivoglia potere, sempre pronto a smascherarne le insidie, sempre critico e sempre sfuggente alle più banali classificazioni. Ma non si parla solo di politica, c’è spazio anche per le invettive, le confessioni intime, i divertissements e i quadretti ironici.
L’ottimo volume Non mi importa se Dio muore (De Piante Editore, 2023), a cura di Marco Settimini, offre per la prima volta al lettore italiano la possibilità di godere delle liriche orwelliane in traduzione. La raccolta contiene pure un testo sulla poesia nonsense che, tra l’altro, testimonia la vastità degli interessi e la lucidità critica dell’inglese.
Non mi importa se Dio muore è dunque una lettura consigliatissima: non solo la poesia di Orwell mostra un lato poco frequentato dello scrittore, ma aiuta a comprendere le questioni che erano per lui causa di turbamento e che sono divenute col tempo i tratti distintivi della sua arte.
Il libro: George Orwell, Non mi importa se Dio muore. Le poesie, a cura di Marco Settimini, De Piante Editore, Busto Arsizio, 2023, 170 pagine, Euro 22.
Link all’acquisto: https://www.depianteditore.it/prodotto/george-orwell-non-mimporta-se-dio-muore/


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