del Guelfo Rosa
Non so come finirà il Conclave ma al momento è uno spasso. Nelle more della bianca fumata prodotta con l’aggiunta alla brace di clorato di potassio, lattosio e colofonia, qui attorno pare che alcuni stiano consumando ben di peggio.
E se il fentanyl trasforma il fruitore in uno zombie metropolitano, il mix esplosivo di notizie e indiscrezioni da pre-Conclave sta generando una varia popolazione di creature candidabili alle migliori raccolte mitologiche.
Due casi per tutti: i conservatori per Parolin e i ratzingeriani contro Ratzinger.
I conservatori per Parolin. Vuoi perché non hanno del tutto chiaro (lo si è spiegato qui) che la Chiesa non è una democrazia parlamentare in cui votano i battezzati, o un televoto alla Sanremo da gestire a mezzo social, vuoi perché si sono autoincaricati di preparare l’opinione pubblica al “c’è di peggio“, vuoi per altro ancora, ebbene sono arrivati: predicano la convergenza al centro su Parolin per evitare la vittoria della gioiosa macchina da guerra della sinistra neo-ochettiana (noi che ci ricordiamo gli anni ’90 non abbiamo bisogno di ripassi, gli altri vadano a consultare la voce Elezioni politiche del 1994). Ma a terrorizzare i conservatori neo-centristi non è il vecchio PDS, quanto piuttosto il nuovo Tagle. Aria di riallineamento? Pare brutto dire: “Lo avevo detto“. Ma lo avevo proprio detto, il 29 aprile: Il santosubitismo s’incrina e il grande riallineamento galoppa, salvo miracoli. Che poi, al netto di più o meno discutibili strategie cardinalizie, vien da chiedersi a che (e a chi) serva metterle in piazza. Ma va bene così.
I ratzingeriani contro Ratzinger. Per riassumere la loro posizione si può dire che Ratzinger non ha potuto salvarci col ratzingerismo – Non ci meritavamo un Ratzinger che facesse il Ratzinger. Insomma: mannaggia a tutti quelli che invece di comprendere nel profondo l’autentico spirito bavarese si sono limitati a prendere sul serio quello che il bavarese in carne ed ossa ha detto e fatto davvero. Sia chiaro: questi ratzingeriani contro Ratzinger non sono BeneVacantisti (di cui ci siamo già occupati). La tesi è: ci siamo meritati Bergoglio perché non abbiamo capito Ratzinger, e invece di appoggiare i prelati ratzingeriani li abbiamo criticati. Ora c’è un dettaglio che sfugge all’analisi: il primo a spianare la strada a Francesco è stato proprio Benedetto XVI. E badate: non semplicemente per via di quella vecchia fissa dei tradizionalisti relativa alla nota minuzia storica chiamata Vaticano II, ovvero alla matrice comune di tutti i soggetti in questione, che li ha visti protagonisti delle Assisi 2011 e delle Abu Dhabi 2019. No, no: per un fatto successivo. Si scordano che Benedetto XVI ha spianato la strada a Francesco dimettendosi volontariamente, abbracciando il successore in pubblico non solo fisicamente ma dottrinalmente, tacendo su tutto l’essenziale del suo “magistero” e svolgendo un ruolo da perfetto contrappeso nel gioco della comune confusione. Un capolavoro che ha tolto per sempre ogni briciola di appiglio ai teorici dell’opposizione tra il regno bavarese e quello argentino. Nessun Papa degli ultimi secoli può aver legittimato un suo successore come chi lo ha di fatto sostenuto per quasi 10 anni in vita. Quanto ai prelati ratzingeriani, se si parla del Mueller che fu prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e del Sarah prefetto al culto divino, entrambi sotto Francesco, con quest’ultimo che per anni ha predicato ovunque di rigettare ogni ruolo da oppositore del Papa, ebbene, c’è poco da commentare. C’è solo da stare freschi. Il dramma di questi sognatori è che, nella misura in cui trasformano Benedetto in un’alternativa reale a Bergoglio, finiscono per andare contro lo stesso Ratzinger producendo un personaggio immaginario destianto a diventare l’altro lato della medaglia di quello fabbricato dai BeneVacantisti. Certo che il regno 2005-2013 e quello 2013-2025 non sono identici – è lapalissiano – ma questo non prova nulla quanto ai principii, come la differenza tra leone e tigre non prova che uno dei due non sia un felino.
Nulla di personale contro costoro, ai quali va una certa simpatia (essendo la parte più genuina di quel mondo), ma se dopo 12 anni di rivoluzione senza maschera siamo ancora alla speranza di ottenere qualcosa sedendosi a lato della tavola calda modello Lercaro (Guareschi docet), vuol dire che c’è molto da ripensare.
Ora scusate ma devo andare, accompagno il mio amico Giovan Maria Catalan Belmonte allo Scisma Lefebvre.
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