Intervista col Guelfo Rosa sul Conclave di settimana prossima.
RS: Dunque: in tv è tutto un parlare della gara tra conservatori e progressisti.
GR: L’abbiamo detto: armi di distrazione di massa. I conservatori sono pochi, vaticansecondisti e dalle idee confuse, i progressisti sono divisi tra chi è pronto a sfasciare tutto e chi vuole continuare una rivoluzione istituzionale.
RS: Quindi le categorie conservatore-progressista non sono poi da buttare?
GR: Sono etichette del grande gioco delle parti della rivoluzione: girondini, giacobini, ecc. Vanno bene per fare marcoanalisi ma poi nel concreto funzionano poco, anche perché la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Molti oggi lo pensano: dopo decenni di collegialità e sinodalità concilari non c’è da stupirsi. Forse però è il caso di ripassare cosa sia il Papato.
RS: Quindi siamo al solito Gattopardo: cambia tutto ma non cambia niente?
GR: Sì e no. Sì, sul piano dell’analisi delle forze umane in campo: un fronte controrivoluziario, propriamente fedele alla dottrina cattolica è, all’interno del collegio cardinalizio, più una chimera che una realtà. No, su altri due livelli: l’azione “miracolosa” (che non va pretesa e data per acquisita nel caso in esame, ma nemmeno esclusa di principio) e, più in basso, il normale cambio di passo rivoluzionario, un fatto che è ordinariamente prevedibile. Ovvero: la rivoluzione per sopravvivere deve cambiare forma, metodo di comunicazione e stile per continuare la sua strada. Lo abbiamo visto con Paolo VI rispetto a Giovanni XXIII e in senso inverso con Benedetto XVI rispetto a Giovanni Paolo II. In maniera singolare, poi, con la coabitazione Benedetto XVI-Francesco.
RS: Cerchiamo di semplificare. Stiamo dicendo «che sia eletto un conservatore o un progressista, la frittata è già pronta. Salvo uova miracolose». Cioè, umanamente parlando, la frittata vaticansecondista continuerà ad essere servita?
GR: Non solo, stiamo dicendo qualcosa in più. Anche fosse eletto il più estremo dei progressisti, dovrà comunque evitare – o almeno tentare di evitare – nuovi strappi. Dovrà avere uno stile più rassicurante di quello bergogliano, dovrà “partire piano”. Altrimenti la rivoluzione rischia di perdere l’equilibrio. Poi tutto può essere.
RS: La gente ha voglia di tranquillità.
GR: Ed è il piatto che, se sono furbi, serviranno. Un po’ di frittata al tranquillante: che le uova siano dal guscio chiaro o scuro poco cambia, a meno che non siano miracolose. Molti sono sfiniti da 12 anni di deliri urlati ai quattro venti: “Dateci stabilità”, è l’auspicio di molti. Persino Stalin – che non è propiamente un clerical-reazionario – capì che dopo Lenin ci voleva qualcosa d’altro: stabilizzò il potere e addirittura riabilitò in una certa misura la gerarchia scismatica russa a fini patriottici. Un’apparenza di pace è una falsa soluzione a un vero problema. La vera pace è invece “la tranquillità nell’ordine”.
RS: A proposito di Lenin, usiamo una sua frase: “Che fare?“
GR: Lo si è detto il 25 aprile, in quella giornata memorabile: pregare, formarsi, militare. Il resto è nelle mani di Dio.
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