del Guelfo Rosa
Aspettiamo le nomine, dicono alcuni. Ed è un mantra, simile a quelli già sentiti nel 2013. Si tratta, sempre fatti salvi colpi di scena, di diversivi che portano poco lontano. Certamente in buona fede, ma nulla cambia.
Allora studiamo un po’ questo grande e falso alibi e vediamo perché è sviante, inconsistente e controproducente.
Sviante. La grande concentrazione sulle nomine, ovvero sulle persone, è spesso una distrazione rispetto alle dottrine, sicuramente più rilevanti. Sia chiaro: non sto dicendo che il chi non conti, sto dicendo che ordinariamente può pesare ma a condizione che l’apparato dottrinale sia a posto. Quanti si ricordano senza googlare chi fosse il Prefetto alla congregazione dei Vescovi durante l’apostasia di Assisi ’86? Quasi nessuno, ma tutti si ricordando quell’immane catastrofe. Gli uomini passano, le idee restano. Solo una concezione politico-personalistica può invertire l’ordine dei fattori. E si noti che in tema dottrinale ad oggi Leone XIV è stato chiarissimo nella sua continuità con Bergoglio e il Vaticano II.
Inconsistente. Sì, oltre che sviante si tratta di un alibi inconsistente, smentito nel passato recente. Facciamo un esempio. Sapete chi era il Segretario della Congregazione del Sant’Uffizio dal 1959 al 1966 e il Pro-prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1966 a inizio 1968, ovvero negli anni della devastazione vaticansecondista e dell’immediato post-concilio? Il campione dell’ortodossia: il card. Alfredo Ottaviani. Quando in dottrina tira aria modernista, ci può essere in circolazione pure un personaggio di quel calibro (di cui oggi non esiste nemmeno la sbiadita copia) ma si farà ben poco. I casi, del resto, si sprecano. Il Prefetto della Congregazione dei Riti dal 1962 al 1968? Il tradizionalista – e membro del Coetus Internationalis Patrum – card. Larraona Saralegui. E si è visto come è finita la storia: più o meno allo stesso degli schemi preparatori del Concilio. Persino Torquemada avrebbe avuto difficoltà in quel clima (a proposito di Torquemada, vedere l’ottimo Le ragioni della Santa Inquisizione e la grandezza di San Domenico di Bartolo Longo. Oltre ad essere un utile testo storico, è una confutazione del Vaticano II con decenni di anticipo).
Controproducente. Come tutti gli alibi basati non sulla realtà ma sulle ipotesi oniriche, quella delle nomine finisce per essere un’opzione controproducente. Abbiamo visto gente andare in brodo di giuggiole per un presunto incarico conferito al card. Sarah come inviato papale (Sarah sotto Bergoglio è stato prefetto al culto divino): ebbene si trattava di una bufala [ndr, aggiornamento: notizia smentita sul momento dallo stesso Sarah, che in seguito fu effettivamente mandato come inviato speciale a Sainte-Anne-d’Auray. Ma si tratta di questioni per nulla decisive]. Ci è toccato osservare vecchi e nuovi “conservatori” intenti a stappare spumante perché l’ottantenne Paglia (ha compiuto 80 anni il giorno del trapasso di Francesco) è stato sostituito come Gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II dal card. Reina – non esattamente un novello Merry del Val – che nei giorni precedenti il Conclave fece discutere per l’infuocata omelia in cui disse: non può essere, questo, il tempo di equilibrismi, tattiche, prudenze, il tempo che asseconda l’istinto di tornare indietro, o peggio, di rivalse e di alleanze di potere. Aggiungendo di non avere paura delle perdite connesse ai cambiamenti necessari. Con riferimento ai molteplici processi di riforma della vita della Chiesa avviati da papa Francesco, che sconfinano oltre le appartenenze religiose. Ma poi è arrivata la bella sorpresa, tipo ovetto Kinder, con tanto di titolone di Repubblica: Papa Leone continua la riforma di Francesco: la prima nomina per la curia è suor Tiziana Merletti. Sarà la nuova segretaria del dicastero per gli Istituti di vita consacrata. Affiancherà suor Brambilla, un’altra figura che era stata scelta da Bergoglio. Si dice che il foglio per l’incarico fosse già sulla scrivania da tempo ma poco cambia dal momento che è stato firmato.
Ecco in sintesi la questione. Ma c’è un a meno che. E sta nell’auspicio che Leone decida – come ben scritto da Domenico Savino – “di usare le Chiavi per aprire quella gabbia, in cui con la complicità di molti nella Chiesa, da sessantacinque anni Egli è stato rinchiuso”. Siamo dunque, se non nel, almeno vicino al campo del miracoloso. Preghiamoci su, ma ricordiamoci di non perdere di vista i fatti.
Sipario.
Seguite Radio Spada su:
- Libreria: www.edizioniradiospada.com;
- Telegram: https://t.me/Radiospada;
- Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada;
- Instagram: https://instagram.com/radiospada;
- Twitter: https://twitter.com/RadioSpada;
- YouTube: https://youtube.com/user/radiospada;
- Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial

