Dalle Meditazioni del venerabile padre Luis de la Puente (1554-1624).

Una nuvola accoglie entro sé Cristo; lo invola agli occhi degli Apostoli; e mistero di ciò. 

Et nubes suscepit cum ab oculis eorum (Act. 1, 9): stando i discepoli mirando Cristo Nostro Signore nell’atto di salire al cielo, ecco che d’improvviso se gli stese d’intorno una nuvola, e lo involò loro dagli occhi.

I. Qui si ha da considerare il mistero di questa nuvola, la quale, arrivando Cristo Nostro Signore verso la media regione dell’aria, dentro di sé lo accolse a vista degli Apostoli. Ed è da credere che fosse una nuvola molto vaga e risplendente, quale si conveniva, per significare la maestà del Signore che saliva in essa e la bellezza del cielo dove andava, adempiendosi quivi quel che sta scritto: Qui ponis nubem ascensum tuum; qui ambulas super pennas ventorum (Ps. 103, 3): Tu sei quegli che poni la tua salita sopra una nuvola, e cammini sulle penne dei venti; che è un dire: Ti servisti delle nuvole come di carro trionfale per salire, volando per cotest’aria con gran pompa e maestà. O che allegrezza dovevano provare in sé stessi gli Apostoli alla vista di quel glorioso carro nel quale andava il lor Maestro! E sebbene non gridarono come Eliseo quando vide salire Elia nel carro di fuoco, perché la sospensione del loro spirito toglieva loro l’uso della voce, dovevano però ciascuno d’essi dire nel cuor suo quello che disse Eliseo: Pater mi, Pater mi, currus Israelet auriga eius (4. Reg. 2, 12): Padre mio, Padre mio, carro d’ Israele e suo cocchiero. O Padre mio amatissimo, fortezza e difesa de’ veri israeliti, forti in servirvi e solleciti in contemplarvi, dove ve ne andate e lasciate me solo? O Padre mio dolcissimo, governatore e protettore di quelli che confidano in voi; ammettetemi in codesto carro vostro trionfale; datemi ingresso in cotesta nuvola risplendente, acciocché almeno vi segua collo spirito, ed entri a contemplare la gloria della vostra sovrana maestà.

II. In secondo luogo si ha da ponderare che, essendo Cristo Nostro Signore salito alquanto in questa nuvola, ella lo ricoperse e lo tolse agli occhi de’ suoi discepoli. Questa nuvola rappresenta quello che ci impedisce il veder Cristo, e ci fa perdere di vista Iddio; il che avviene in due modi. Alle volte avviene per nostra colpa, ed allora le nostre colpe sono le nuvole, le quali frapponiamo tra noi e Dio, e sono grande impedimento dell’orazione e contemplazione, secondo quel detto di Geremia, che dice: Opposuisti nubem tibi, ne transeat oratio (Thr. 3, 44): Ti mettesti davanti una nuvola, perché la tua orazione non passasse al cielo; e poiché io frapposi questa nuvola, a me ancor tocca di levarla colla divina grazia, per mezzo della penitenza e mortificazione, esaminando in particolare se è nuvola di superbia o di concupiscenza, o di qualche disordinato amore alle creature, e applicando mezzi efficaci per disfare quello che tanto bene m’impedisce. Altre volte si frappone questa nuvola, senza nostra colpa, per particolare disposizione di Dio, il quale come a certi tempi ci si scuopre, cosi anche a certi tempi ci si nasconde, né vuole che lo vediamo per mezzo della soave contemplazione della sua presenza, acciocché ci applichiamo ad altre cose di suo servigio; e generalmente la debolezza della nostra carne, la cortezza del nostro intelletto, e la moltitudine de’ pensieri e necessità che patiamo in questa vita mortale, sono come nuvole che ci impediscono il poter contemplar Iddio e le sue divine cose con quella chiarezza e continuazione che desideriamo, come le nuvole che soventemente passano per l’aria e ci tolgono la vista del sole. O Iddio infinito, che abitate in una luce inaccessibile ai mortali (1. Tim. 6, 16), togliete dall’anima mia le nuvole dei peccati ch’io ho frapposto tra mee voi, e disfate i nuvoli delle tentazioni e turbazioni che patisco, acciocché possa contemplare la vostra gloria in questa vita mortale, infin che io giunga a vedervi a faccia a faccia (1. Cor. 13, 12), senza impedimento di nuvola alcuna, nell’eterna vita. Amen.

Meditazioni del ven. padre Ludovico Da Ponte, vol. V, Milano, 1853, pp. 153-154


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