Prima che Montini, palesando tutta la sua volontà di annichilimento della monarchia petrina, deponesse il sacro triregno, e il primo discepolo di Bugnini e grande architetto delle celebrazioni liturgiche di Wojtyla, Piero Marini, si inventasse i riti dell’«inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma» in cui il dogma del Primato Romano viene affermato in modo assai blando in ossequio a quella dottrina ereticale del Concilio Vaticano II che è la collegialità e all’ecumenismo, esisteva l’Incoronazione.
Essa avveniva nella Patriarcale Basilica Vaticana in un giorno (la domenica o una festività) scelto dal nuovo Papa secondo un cerimoniale antichissimo atto ad esprimere come il Pontefice pro tempore sia lo stesso Pietro a cui Cristo disse di pascere pecore (vescovi) e agnelli (fedeli laici), il Capo visibile di tutta la Chiesa militante in Occidente e in Oriente.
Fastosa come ogni cappella papale, la messa dell’incoronazione era segnata da alcune peculiarità degne di nota:
l’insistenza degli atti di obbedienza resi al Romano Pontefice dai prelati assistenti;
il rito della bruciatura della stoppa;
le preghiere recitate dai Cardinali Vescovi;
l’imposizione del pallio;
la litania presso il Sepolcro di Pietro;
l’imposizione della tiara.
Il giorno della sua incoronazione il nuovo Papa riceveva l’obbedienza tre volte: la prima volta nell’atrio della Basilica da parte dei Canonici e del Clero vaticano che gli baciavano il piede; la seconda volta nella Cappella Clementina di San Gregorio da parte dei Cardinali, che baciavano il piede e la mano destra posta sotto l’aurifrigio del manto; la terza prima del Gloria. Questa era l’ultima adorazione del novello Pontefice: i Cardinali baciavano nuovamente il piede e la mano destra, quindi venivano ammessi al duplice abbraccio; i Patriarchi, i Vescovi e gli Arcivescovi baciavano il piede e il ginocchio destro; gli Abati e gli altri prelati ammessi baciavano il piede soltanto.
Questi baci, queste adorazioni, volevano sottolineare la singolare, unica e sublime dignità del Vicario di Cristo, rispetto alla quale l’umanità di colui che temporaneamente ne era investito, andava ad annichilirsi. Per sottolineare questo aspetto la sapienza liturgica romana prevedeva il rito della bruciatura della stoppa. Mentre il Pontefice, rivestito di tutti i più preziosi paramenti pontificali, innalzato sulla gestatoria, coperto dal baldacchino, scortato dai flabelli e circondato dai più alti dignitari ecclesiastici, usciva dalla Cappella Clementina per dirigersi verso l’altare papale, gli si faceva incontro un cerimoniere in rocchetto e stola che portava con sé una canna d’argento con in cima della stoppa. A questa veniva dato fuoco da un chierico di cappella, mentre il cerimoniere cantava, rivolto al Supremo Gerarca, le parole: “Pater sancte, sic transit gloria mundi“. E il rito si ripeteva altre due volte: davanti alla statua bronzea di san Pietro e davanti alla Cappella dei Santi Processo e Martiniano. Il rito, quanto mai suggestivo e pregno di mistici significati, veniva effettuato “affine di rammentare al novello Pontefice nell’occasione che s’incorona sovrano e pontefice massimo quanto sia breve la gloria di questo mondo, simile ad una vampa di stoppa che finisce nell’atto medesimo in cui si accende” (Moroni).
L’umanità del Pontefice veniva sottolineata anche con la costante supplica rivolta a Dio in suo favore. La Chiesa nel coronare il suo Capo visibile ripeteva ciò che fece a Gerusalemme la prima comunità cristiana durante l’incarcerazione di Pietro quando “una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui”. Così, dopo che il Papa aveva terminato di recitare il Confiteor, cantavano le seguenti orazioni i tre Cardinali Vescovi più anziani:
– “Deus, qui adesse non dedignaris, ubicumque devota mente invocaris, adesto, quæsumus, invocationibus nostris et huic famulo tuo quem ad culmen apostolicum inditium tuæ plebis elegisti, ubertatem supernæ benedictionis infunde, ut sentiat se tuo munere ad hunc apicem pervenisse“
– “Supplicationibus nostris, omnipotens Deus, effectum consuetæ pietatis impende et gratia Spiritus Sancti famulum tuum perfunde, ut qui in capite Ecclesiarum nostræ servitutis ministerio constituitur, tuæ virtutis soliditate roboretur“
– “Deus, qui Apostolum tuum Petrum, inter cæteros Apostolos primatum tenere voluisti, eique universæ christianitatis molem super humeros imposuisti, respice, quæsumus, propitius hunc famulum tuum, quem de humili cathedra violenter sublimatum in thronum ejusdem Apostolorum principis sublimamus : ut sicut profectibus tantæ dignitatis augetur, ita virtutum meritis cumuletur, quatenus Ecclesiasticæ universitatis onus te adjuvante digne ferat, et a te, qui es beatitudo tuorum, vicem meritam recipiat, per Christum Dominum nostrum. Amen“.
Dopo queste orazioni al Papa veniva imposto il Sacro Pallio dal Cardinale Protodiacono con le parole: “Accipe Pallium Sanctum, plenitudinem pontificalis officii, ad honorem omnipotentis Dei, et gloriosissimæ Virginis Mariæ ejus Matris, et beatorum Apostolorum Petri et Pauli, et Sanctæ Romanæ Ecclesiæ“.
Lo stesso Protodiacono poi guidava il canto di una speciale litania presso il Sepolcro di Pietro per invocare la protezione di Cristo, della Vergine e dei Santi sul nuovo Pastore della Chiesa Universale.
La cerimonia però più caratteristica era evidentemente l’imposizione della tiara nella Loggia centrale della Basilica del Principe degli Apostoli. Concluso dalla schola il mottetto palestriniano Corona aurea, il Cardinale Vescovo assistente intonava il Pater noster, cui faceva seguito un’ultima solenne preghiera:
V. Cantemus Domino.
R. Gloriose enim magnificatus est.
v. Buccinate in neomenia tuba.
R. In insigni die solemnitatis vestræ.
V. Jubilate Deo omnis terra.
R. Servite Domino in lætitia.
V. Domine, exaudi orationem meam.
R. Et clamor meus ad te veniat.
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Oremus.
Omnipotens sempiterne Deus, dignitas sacerdotii et auctor regni, da gratiam famulo tuo Pontifici nostro Ecclesiam tuam fructuose regendi, ut qui tua clementia pater regum et rector omnium fidelium constituitur, et coronatur, salubri tua dispositione cuncta bene gubernentur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Dopodiché il Cardinale Protodiacono incoronava il Papa dicendo: “Accipe tiaram, tribus coronis ornatam, et scias te esse Patrem principum et regum, Rectorem orbis, in terra Vicarium Salvatoris nostri Jesu Christi, cui est honor et gloria in sæcula sæculorum. Amen.”
La benedizione Urbi et Orbi suggellava il solennissimo rito che protestava in faccia al cielo e alla terra che “Pétros ení” (“Pietro è qui”) a pascere il gregge affidatogli fino al ritorno del Principe dei Pastori, Gesù Cristo, di cui è Vicario.


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