Allo Giuseppe, servo zelante,

Il mio castello si incendiò? Parlate, orsú, son trepidante, non state lí fra il sí e il no!

Le spiegherò, Madama la Marchesa, c’erano i ladri nel castel, la sua parure di zaffiri hanno presa,

insieme a tutti i suoi gioiel; fuggendo un ladro rovesciò una candela sul comò,

fece del mobile un falò, cosí il castello si incendiò, le fiamme il vento propagò

ed alle stalle l’appiccò e fu cosí che dopo un po’ il suo cavallo le asfissiò;

ma a parte ciò, Madama la Marchesa, tutto va ben, va tutto ben.

di Piergiorgio Seveso

In questi giorni di gran concitazione, trepide speranze e (prime) severe disillusioni Radio Spada ha tenuto al centro della scena l’unica vera questione ovvero quella della continuità o discontinuità del neo eletto Leone XIV con la rivoluzione (ed eversione) conciliare.

L’ha fatto fronteggiando il disperato ottimismo (spesso sincero ma alla fine stucchevole e urtante) dei neofiti della passione papale e l’interessato zelo dei “risorti” conservatori che, dopo anni di mugugni e di dissertazioni “alla macchia”, riassaporano finalmente il palco e un quarto d’ora di celebrità (sulla scia e in maniera non difforme dai saltelli di Joe Sentieri).

L’ha fatto sfidando la natura antipatica che una posizione disincantata e schietta al limite del cinismo può produrre.

Esiste quindi, senza tema d’essere smentiti, anche un “culturame” tradizional-conservatore (di scelbiana memoria), un’apologetica salottiera “da cottage” che alla sostanza preferisce i ricami, alla via diritta le divagazioni, gli sviamenti, le passeggiate nel bosco, le stornellerie serali, gli intrattenimenti letterari (che son pure importanti ma non essenziali): di fronte a questo tipo di approccio Radio Spada si pone e si oppone tetragona.

Ebbene, come avranno notato i nostri benevoli lettori, non vi è stato sinora alcun segno (non dico sostanziale ma nemmeno accidentale, residuale, marginale) di discontinuità, di ri-orientamento, di inversione di rotta da parte dell’agostiniano appoggiato al trono di Pietro che è trono di Cristo.

Quando fu eletto Giovanni Paolo I, il mondo integristico guardò con severo distacco e una sorta di compatimento al “papa del sorriso” e alle sue bizzarre catechesi parrocchiali e questo ancora di più vale oggi per il “Papa delle lacrime” in cui ogni singola parola uscita dall’ ”aureo labbro” leoniano conferma nell’errore vaticanosecondista e negli slanci bergogliani. E l’”aureo labbro” richiama sempre di più la placcatura in oro o forse, ancor meglio, l’ottone.

In questa sorta di mia ricollezione settimanale confermativa, giova poi aggiungere un paio di ulteriori dettagli.

Non mi sfugge che al tramonto delle questioni teologiche, possano prendere il sopravvento le considerazioni politiche e geopolitiche, rilevanti certo ma del tutto bagatellari rispetto al problema essenziale.

Come verso la fine del bel romanzo Roma senza Papa di Guido Morselli, il benedettino Giovanni XXIV, dal suo sgabello neomodernista trasferitosi dalla papale Roma alla delocalizzata Zagarolo, dopo aver rinunziato a difendere l’iperdulia mariana, veniva invece chiamato dalle potenze mondane ad un nuovo arbitrato per dividere… la Luna e i suoi territori da colonizzare tra gli Stati. Sulle tracce di Alessandro VI che aveva diviso il Nuovo mondo e di Leone XIII per le isole Aleutine ma senza la loro Fede, senza vera unzione.

Allo stesso modo Leone XIV potrebbe offire luoghi di neutralizzata neutralità, di un Vaticano modello Ikea per trattative di pace (maritainiana) tra l’Occidente svirilizzato ed ateo e l’autocrazia russa dalle sfuggenti strategie. Quid pertinet hoc ad aeternitatem? Nihil, nulla, allo stesso modo in cui l’assenza di conflitto non sarebbe pace (tranquillitas ordinis).

Oltre le veline, le mezze verità, i soffietti del Minculpop tardo-ratzingeriano, servono quindi “parole chiare” su Leone XIV e se da molti amboni e pergami sono già state pronunciate, è certamente importante e doveroso che siano potenziate da un corroboramento laicale da parte di chi ha la responsabilità (morale) di indirizzare (quel che resta del)la pubblica opinione.

Le pietose bugie di Giuseppe, “servo zelante”, della canzone riportata all’inizio di questo articolo, non servono a nulla e non possono nascondere la gravità della situazione e del momento: creano semmai tanti nuovi tradizionalisti “in cerca d’autore” (di pirandelliana o sequeriana memoria).

Qui stat videat ne cadat!

Ianua coeli, ora pro nobis


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