di Domenico Savino
Leone XIV è un uomo con un cuore grande. Lo dimostra la Sua commozione al momento dell’elezione e in alcuni momenti della celebrazione della Messa di intronizzazione.
E’ un uomo animato da un sincero afflato di Fede e probabilmente per questo Gli è stato rifilato dai “signori Cardinali” un compito da far tremare i polsi: governare la Chiesa cattolica in questo tempo di angoscia. E soprattutto governare questa Chiesa cattolica!
Il povero Papa Leone non ha avuto il tempo di mettere la faccia fuori dal loggione di San Pietro, che è stato tridimensionalmente scannerizzato e immediatamente monitorato in ogni gesto e palpito. Tutti hanno già provato ad impossessarsene e molti hanno già cercato di dettarne l’Agenda.
Fedeli all’obbligo di segretezza (salvo scomunica “latae sententiae”), i signori Cardinali, al pari di servette del teatro goldoniano, hanno sùbito fatto sapere come era andata, precisando in nome dell’apparente collegialità ritrovata, che Leone era stato eletto con un largo consenso: un modo sottile per rivendicarne l’elezione e condizionarne il governo. Poi qualcuno, scosso dal “servae servarum morbus” accompagnato da prolasso verbale, ha sentito il dovere (pastorale s’intende!) di specificare che il Card. Prevost era stato eletto sfiorando le tre cifre: sopra o sotto non si sa.
Infine davanti a un giornalista “fidato” (l’ineffabile e ubiquo Marcello Sorgi, già Direttore del TG1 e de La Stampa) qualche Cardinale non ha retto e si è proprio sbracato, lasciandosi sfuggire che Parolin è stato invece “trombato” dai suoi e cioè dai Cardinali italiani (19 porporati, la componente più numerosa dentro il Conclave), i quali si sarebbero ben guardati dal fare quadrato intorno a lui, dividendosi tra paroliniani, zuppisti, betoriani e pizzaballisti.
Il voto della prima sessione era arrivato a tarda ora, tanto che il Cardinale Parolin, alla guida del Conclave (magari fiutando l’umore dei presenti), prima di votare avrebbe chiesto ai porporati se volessero concludere la seduta e rimandare la prima votazione alla mattina successiva. Neanche per sogno!
“Non abbiamo cenato e non ci sono state pause, nemmeno per andare in bagno“, ha detto il Cardinale David delle Filippine, detto “vescica di bronzo” ed evidentemente non portatore di patologie prostatiche! Così si è deciso di proseguire e le votazioni, iniziate intorno alle 19,30, si sarebbero concluse alle 21,00… per l’appunto con la fumata nera.
Sarà stata la “tirata” (pardòn la lunga “monizione” del novantenne Cardinale Cantalamessa), sarà stata l’ingerenza esterna, (pardòn il “memorandum” del novantaquattrenne Cardinal Ruini, incontinente rispetto alle “felpate manovre dietro le quinte”), fatto sta che in quella prima tornata serale da un lato Parolin non sarebbe riuscito ad andare oltre i 45 voti, mentre il Cardinale ungherese Péter Erdő – inviso ai progressisti (e allo stesso Parolin), ma sostenuto da alcuni Cardinali africani e conservatori – appariva (con qualche decina di voti) la lepre, dietro cui fare sfiancare la strategia degli ultraprogressisti, nominati da Papa Francesco.
Frattanto zitto zitto, dopo che cinque giorni prima dell’inizio ufficiale del Conclave era stato estratto a sorte per coadiuvare la gestione delle riunioni preliminari (peraltro senza sapere assolutamente come il Conclave funzionava, secondo quanto riportato dal Cardinale filippino Luis Antonio Tagle), il Card. Prevost di voti ne avrebbe ottenuti circa 20.
Nelle votazioni mattutine del giorno dopo Parolin scivolava verso il basso, Erdő manteneva le posizioni e Prevost cresceva. A quel punto il cardinale Joseph W. Tobin di Newark, si sarebbe rivolto a Prevost, dicendogli: “Bob, potrebbero proporlo a te”. Oltre alle ispirazioni celesti, pare che a smuovere i Cardinali dall’immobilismo ci abbia pensato anche il cuoco. La conferma è venuta dal Card. Timothy Dolan di New York: “Il cibo? Diciamo che è stato un buono, buonissimo stimolo per chiudere la questione”. E il Card. Tobin ha rincarato: “Alla fine ci hanno dato un pasto incredibile… ma solo dopo l’elezione!”.
Ed è così che dopo il pranzo di giovedì 8 maggio, il Cardinale ungherese Péter Erdő si sarebbe avvicinato con circospezione a Parolin, già umiliato per la figuraccia rimediata dalle votazioni in ribasso, sussurrandogli con un “condizionale ipotetico” il “fraterno consiglio” di farsi da parte: «Eminenza, io e non solo io avremmo votato per lei. Ma se non la votano neppure i suoi confratelli italiani…».
A quel punto, toltosi di mezzo Parolin, onnipotente capo della Curia bergogliana, scattava il “liberi tutti”. Vista l’antifona, lo stesso Parolin si avvicinava a Prevost per incoraggiarlo, sicchè quest’ultimo, capìto a sua volta di essere davvero rimasto incastrato nell’ingranaggio dei veti e dei voti contrapposti, avrebbe cominciato a deglutire a fatica: “Vuoi una caramella?” gli avrebbe allora ironicamente domandato l’eccentrico Cardinale Tagle. “Sì!” sarebbe stata la scarna, angosciata risposta di Prevost.
Prosegue Sorgi: “Fu a quel punto che, senza neppure bisogno di un passaparola, ma con rapidi scambi di occhiate, si sviluppò il cosiddetto “effetto valanga”: non volendo nessuno apparire come contrario al Pontefice che stava per essere eletto, oltre un centinaio di schede con il nome di Prevost entrarono nell’urna, e poco dopo vennero scrutinate”. E fu “fumata bianca”.
Ora, chi scrive è un ex (…. molto ex!) ragazzo di parrocchia ed anche – inutile negarlo – un ex-ratzingeriano (troverete più di un articolo sul web), convinto fino a 12 anni fa che davvero l’opzione Benedetto, ovvero l’ermeneutica della riforma nella continuità quale metodo di correzione delle eresie del Vaticano II, potesse funzionare. Mi ero sbagliato.
Avendo fatto ammenda e naufragio (con le vele strappate dall’uragano Francesco), non ho potuto che cercare approdo nell’Arcipelago della Tradizione e, per quanto mi riguarda, nel “porto sicuro” della Fraternià San Pio X.
Durante questi anni ho visto arrivare nello stesso Arcipelago la gente più disparata e impensabile, tra cui altri “ex-ragazzi di Parrocchia”, che fino ad allora avevano dormito tranquilli nel sottocoperta della barca di Pietro, senza accorgersi – come me fino a Francesco – che, profittando del nostro torpore, la ciurma e i Capitani avevano cambiato la rotta di navigazione della Chiesa: non era più “destinazione Paradiso”.
Che dire ora di papa Leone? …che è come appare: un uomo buono e forte, che è cresciuto all’interno della Chiesa contemporanea, ha compiuto gli studi superiori presso il Seminario minore degli agostiniani, diplomandosi nel 1973. Poi è passato alla Villanova University, che è l’Università dell’Ordine agostiniano, ha ottenuto dapprima il bacellierato in matematica nel 1977, poi la laurea in filosofia. Poi a settembre di quello stesso anno ha iniziato il noviziato sempre presso gli agostiniani, emettendo la professione solenne nel 1981, ottenendo il Master of Divinity (M.Div., magister divinitatis in latino) nel 1982 e l’ordinazione sacerdotale il 19 giugno di quello stesso anno.
Insomma, come si dice in gergo sportivo, “percorso netto”, cui si aggiungono nel 1987 il dottorato magna cum laude in diritto canonico presso la Pontificia Università “San Tommaso d’Aquino” di Roma e poi titoli, incarichi, riconoscimenti, promozioni all’interno dell’ordine agostiniano. Nel 2015 Bergoglio gli conferisce l’episcopato, poi lo nomina amministratore apostolico, poi lo fa Cardinale, finchè viene eletto Pontefice.
Da un punto di vista meramente profano i “signori Cardinali” hanno evidentemente ritenuto – vista l’esperienza passata – di non dover tornare alla “fine del Mondo”, per trovare un Papa, sazi e forse anche un po’ disturbati della sguaiata interpretazione del ministero petrino data dal Papa argentino. Parimenti, essendo stati la maggior parte di loro creati Cardinali proprio da quest’ultimo, difficilmente avrebbero potuto scegliere qualche residuo interprete dello stile e del pensiero ratzingeriano.
Così hanno scelto un “Giovanni Paolo III”, ma senza che fosse riconoscibile e il nome di Leone XIV direi che è perfetto per questo profilo. Leone è un uomo buono e forte, certo un “cavallo di razza”, cresciuto ed educato entro la cultura istituzionale del cattolicesimo statunitense e rimodellato all’interno del multiforme cristianesimo sudamericano. Colto, razionale, empatico, ma spirituale Leone appare certo il miglior profilo (o tra i migliori) tra quelli a disposizione per il compito di ricompattare la Chiesa al suo interno, ben consapevole che il pontificato di Francesco era arrivato al limite della rottura e che la Chiesa era oramai prossima a uno o a più di uno scisma.
Però, appunto, è stato Francesco a “creare” Prevost Cardinale e di Francesco sono i Cardinali che lo hanno eletto, sicchè, inevitabilmente, Leone XIV sin qui ha voluto, potuto e dovuto pronunciare parole, che rassicurassero anzitutto i suoi elettori (e i poteri forti che hanno occupato la Chiesa). Le tre parole d’ordine iniziali sono state Concilio Vaticano II, Chiesa sinodale, continuità con Francesco. E a seguire “pace giusta”, martoriata Ucraina, ecumenismo, dialogo interreligioso: chi doveva capire ha capito che era cambiato il Capitano, ma non la rotta, il direttore d’orchestra, ma non lo spartito.
Come meravigliarsene? Papa Prevost è figlio di questa Chiesa vaticansecondista, della sua dottrina (o non dottrina), è stato cresciuto nei suoi seminari, è stato allevato nella sua pastorale. E inoltre l’eredità di Francesco è pesantissima: l’abbandono della pratica religiosa (quando non della stessa Fede), già divenuta emorragica dopo il Vaticano II, è esplosa con Francesco. Le sue strampalate uscite, in realtà coerenti con il c.d. “spirito del Concilio”, hanno indotto i volonterosi a sciogliersi nel sociale, i tiepidi a restare senza entusiasmo e molti ad andarsene.
A “sinistra” le Chiese del nord-Europa spingono verso una protestantizzazione sincretista, a “destra” i conservatori” rimpiangono la prudenza di Ratzinger. Il variegato mondo tradizionalista si allarga, i vari gruppi del Summorum pontificum sono sopravvissuti ed ora attendono “giustizia”, molti fedeli scambiano la mozzetta ed un “Regina Coeli” cantato, come un ritorno alla Tradizione… o almeno alla decenza.
Ciò per tacere del fatto che le entrate vaticane sono drammaticamente calate, le generose donazioni dei cattolici americani sono al lumicino, le offerte dei fedeli sempre più avare, sicchè si parla di un buco da 2 miliardi di euro, il fondo pensioni in “sprofondo rosso”, con il rischio bancarotta e lo spettro di dover vendere Chiese e Palazzi.
Leone, dunque è come appare: buono e forte. Ma è un “Leone in gabbia”, con sbarre fatte dalla dottrina neomodernista (in cui è stato inevitabimente cresciuto), dal mito del Vaticano II e dalla “mala gestio” di chi lo ha preceduto.
Se c’era un motivo di radicarsi nel Cattolicesimo integrale e nella Tradizione durante il pontificato di Francesco, ve ne sono molti di più ora sotto il Pontificato di Leone XIV e anzitutto come atto di amore verso il Papa. Per coloro che credono che il Papa non sia solo il Vescovo di Roma (dotato di un mero primato d’onore), che il Papa non sia solo il successore di Pietro nella Cattedra di Roma, ma sia anzitutto il Vicario di Cristo sulla terra, il capo visibile della Chiesa e il Pastore universale, il Sommo Pontefice, vi è anzitutto l’obbligo sempre di pregare per Lui: “Orémus pro Pontífice nostro Leone. Dóminus consérvet eum, et vivíficet eum, et beátum fáciat eum in terra, et non tradat eum in ánimam inimicórum éius.”
Aggiungerei poi, con l’angoscia che proviamo nel vederlo prigioniero in quella gabbia costruita dal Mondo intorno alla persona del Romano Pontefice, l’obbligo ancora maggiore per ognuno di noi di perseverare ancor più nella Tradizione che ci è stata trasmessa.
E ciò per aiutare Leone XIV a comprendere di nuovo che a Lui e solo a Lui Cristo ha dato le Chiavi del Regno dei Cieli e che, quindi, Lui e solo Lui, ha in mano le Chiavi con cui può tra l’altro aprire la porta di quella gabbia che lo tiene prigioniero, per tornare libero e annunciare al Mondo intero ciò che il suo predecessore Leone XIII aveva già ricordato: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo».
Fatta sempre salva la possibilità di un intervento divino, solo il Papa ha ricevuto le Chiavi per aprire quella gabbia, in cui con la complicità di molti nella Chiesa, da sessantacinque anni Egli è stato rinchiuso. Solo Lui può farlo, giacchè egli non è solo il Vescovo di Roma, ma il Vicario di Colui che giudicherà ogni cosa e del Quale è scritto: “Allora uno degli anziani mi disse: ‘Non piangere! Ecco, il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto. Egli è capace di aprire il libro e i suoi sette sigilli”.
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Foto di Ramona Munkenast da Pixabay
Le notizie relative al Conclave sono tratte da:
https://www.today.it/attualita/retroscena-elezione-papa-leone-XIV-parolin-tradito-da-italiani.html
