di Luca Fumagalli
Il seguente articolo è una traduzione, ampiamente rimaneggiata, di un pezzo in inglese apparso sul numero di marzo/aprile 2025 della “Saint Austin Review”, periodico di cultura cattolica affiliato all’americana Ave Maria University.
Anthony Burgess era un appassionato ammiratore di William Shakespeare, l’autore che più di tutti – fatta eccezione per Joyce – ispirò la sua carriera di romanziere e compositore. Nel corso della vita Burgess firmò articoli su di lui per l’«Independent» e l’«Observer», scrisse una biografia speculativa, una suite per balletto, una serie televisiva, un musical e un romanzo, intitolato Nothing Like The Sun, con il drammaturgo elisabettiano a indossare i panni del protagonista.
L’incontro con l’opera di Shakespeare era avvenuto durante l’adolescenza, quando Burgess era studente al Xaverian College di Rusholme. Fu allora che lesse per la prima volta il poemetto Venere e Adone, un’esperienza entusiasmante che, insieme ad altre, lo convinse ad approfondire lo studio della letteratura alla Victoria University di Manchester.
Lì, al terzo anno, frequentò il corso di “Drammaturgia e Società Elisabettiana” tenuto da L. C. Knights, il carismatico studioso marxista noto per il suo approccio eterodosso ai testi shakespeariani. Grazie a lui, Burgess ebbe modo di studiare a fondo l’opera del Bardo e finì per appassionarsi anche ai lavori Christopher Marlowe. Scrisse una dissertazione accademica sul Dottor Faust e nel 1993 pubblicò un romanzo, Un cadavere a Deptford, in cui l’omosessuale Marlowe è l’eroe e Shakespeare ha una piccola parte.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Burgess si ritrovò assegnato a un ospedale psichiatrico militare a Warwick, specializzato nel trattamento dei sifilitici, e si rese conto che i pazienti, avvicinandosi alla morte, sviluppavano talenti creativi che prima non possedevano. Il tema ritorna in Nothing Like the Sun, in cui Shakespeare muore di sifilide nell’ultimo capitolo. Inoltre, in un’intervista del 1977, Burgess affermò, senza alcuna prova a sostegno, che il drammaturgo fosse un perfetto esempio di artista creativo in qualche modo ispirato dal “morbo gallico”.
Dal 1946 al 1959, quando lavorò principalmente come insegnante a Wolverhampton e poi in Malesia e Brunei, Burgess sostenne l’opinione diffusa che lo studio di Shakespeare fosse fondamentale per comprendere la storia della letteratura inglese ed era noto per la sua capacità di citare lunghi passaggi delle sue opere, in particolare di Riccardo II.
Al Bamber Bridge Emergency Training College, vicino a Preston, tenne corsi avanzati di teatro e fu responsabile delle produzioni della scuola. Tra il 1948 e il 1950 diresse sei opere teatrali, tra cui un’ambiziosa versione integrale di Amleto, rappresentata in due parti, in serate consecutive, con due cast separati composti esclusivamente da uomini (ai tempi di Shakespeare erano i ragazzi a interpretare i ruoli femminili). Nel dicembre del 1950, compose anche un’ouverture e un entr’acte per la produzione della Banbury Grammar School di Sogno di una notte di mezza estate.
Solo in Oriente ebbe qualche difficoltà a farsi capire dai suoi studenti. Quando arrivò in Malesia, Burgess era convinto che i valori della letteratura occidentale sarebbero stati immediatamente comprensibili anche a persone con un background diverso. Dovette però ricredersi: vide il film Riccardo III di Laurence Olivier in un kampong e si allarmò quando il pubblico malese lo considerò un semplice documentario sulla sanguinaria vita politica nell’Inghilterra del XX secolo.
In generale, per Burgess era impossibile comprendere l’opera di Shakespeare senza prima comprendere Shakespeare come uomo, e questo è vero anche se molti fatti della vita del Bardo rimangono avvolti nel mistero. Nel 1958 pubblicò una storia della letteratura inglese in cui descrisse Shakespeare come un uomo di provincia che tentò di elevarsi socialmente attraverso l’istruzione e l’assiduo impegno. In altre parole, era un outsider, un attore e uno scrittore più attento al presente che alla gloria postuma, ma capace di osservare l’umanità con uno sguardo singolarmente penetrante. Shakespeare era soprattutto un amante della lingua: «Nessuno scrittore, tranne Shakespeare e James Joyce», affermò Burgess nel 1986, «ha sfruttato così a fondo le risorse della lingua inglese». E in una conferenza per alcuni studenti americani, fu estremamente onesto sulle motivazioni alla base della sua arte: «Shakespeare scriveva opere teatrali per fare soldi, per diventare un gentiluomo; io scrivo romanzi per lo stesso scopo».
Burgess si identificava chiaramente con certi aspetti della vita e del carattere del Bardo e inventò persino dei legami fantasiosi tra sé e il drammaturgo o, come avrebbe detto lui, tra lo Shakespeare di Manchester e il Burgess di Stratford. Ad esempio, affermò nelle sue memorie di credere di essere un discendente di un certo Jack Wilson, attore nella compagnia del Lord Ciambellano (quest’ultimo è anche il narratore di Un cadavere a Deptford). Evidentemente Burgess, il cui vero nome era John Burgess Wilson, era ansioso di rivendicare antenati di grande levatura quanto Shakespeare lo era di acquisire gli stemmi del patriziato, un argomento che esplora ampiamente nella sua biografia del Bardo. Un altro esempio è l’identificazione della “Dark Lady” shakespeariana con l’ideale femminile mediterraneo che apprezzava molto nella sua seconda moglie, Liana Macellari, un’italiana dai capelli neri (in Nothing Like The Sun la “dark lady”, di nome Fatimah, è invece originaria della Malesia). Burgess trova corrispondenze persino nelle malattie, suggerendo, tra l’altro, che Shakespeare condividesse la sua miopia; ipotizza pure che il suo accento somigliasse in parte a quello del Lancashire.
Se il titolo dell’ultimo romanzo della trilogia malese, Beds in the East (1959), è un’allusione a un detto shakespeariano secondo il quale i letti d’Oriente sono più morbidi, in occasione del 400° anniversario della nascita del Bardo, Burgess decise di scrivere un romanzo su di lui. Fu un lavoro oltremodo complesso e le principali fonti che adoperò furono i sonetti, in realtà poco affidabili. In effetti, non esiste alcuna prova oggettiva che Shakespeare fosse innamorato di un “bel giovane”, forse “Mr. W. H.”, e che in seguito trasferì il suo affetto a una donna nera o dalla pelle scura. Allo stesso modo, la seconda parte del romanzo sviluppa la voce, menzionata nel capitolo Scilla e Cariddi dell’Ulisse di Joyce, secondo cui la moglie di Shakespeare, Anne Hathaway, avrebbe avuto rapporti sessuali con suo fratello, Richard (lo stesso capitolo ispirò anche la descrizione che Burgess fece del declino e della malattia finale della prima moglie nella sua autobiografia).
Consapevole che i critici avrebbero probabilmente disapprovato il suo Shakespeare e desideroso di prevenire critiche ostili, scelse di ambientare la storia all’interno di una cornice ironica in cui un professore ubriaco tiene una lezione d’addio ai suoi studenti malesi. Eventuali errori fattuali o passaggi ritenuti eccessivamente speculativi potevano quindi essere attribuiti non all’autore, ma al personaggio che porta il suo nome.
Come Arancia Meccanica, anche Nothing Like The Sun è in gran parte un pretesto per mettere in mostra il suo talento nel manipolare il linguaggio: il testo è scritto in un inglese finto-elisabettiano e Andrew Biswell suggerisce che il titolo del romanzo, tratto dal primo verso del Sonetto 130, «sia da intendersi come un monito. Implica, con una discreta dose di umiltà, che le falsificazioni del linguaggio operate da Burgess siano una debole candela in confronto al più luminoso sole shakespeariano». Il risultato è un’accattivante fusione tra l’inglese shakespeariano e quello joyciano, fresco e godibile.
Il romanzo fu pubblicato nel 1964 e la maggior parte dei recensori riconobbe che rappresentava un ambizioso cambio di direzione nella scrittura di Burgess. Vent’anni dopo, la Warner Brothers ne acquistò i diritti cinematografici, ma da allora non è stato fatto più nulla.
Nel 1967 Burgess incontrò l’attore e regista hollywoodiano William Conrad per discutere la produzione di un musical liberamente ispirato a Nothing Like The Sun. Scrisse una sceneggiatura e una ventina di canzoni, ma il progetto, inizialmente intitolato The Bawdy Bard, poi Will! (con o senza il punto esclamativo), fu abbandonato nel 1969 perché ritenuto troppo lungo e con una storia inadatta a un trattamento musicale. Fortunatamente, le composizioni di Burgess non andarono sprecate e furono convertite in una suite per balletto, Mr. W. S., che combina la forma musicale e la strumentazione dell’Era elisabettiana con lo stile dei compositori inglesi del primo Novecento e di quelli di musica per film. La prima esecuzione di alcuni movimenti selezionati ebbe luogo nel 1979 e la BBC Scottish Symphony Orchestra ne registrò una versione ridotta nel 1994.
Dopo la pubblicazione della biografia illustrata Shakespeare (1970) – che Burgess affermò di aver scritto solo per denaro ma che comunque ottenne un certo successo di critica – ATV gli commissionò la sceneggiatura per una serie televisiva sul Bardo che non andò mai in scena. Shakespeare è anche esplicitamente menzionato nella famosa conferenza che Burgess tenne presso l’Aula Magna delle Scienze dell’Università di Malta nel 1970 su censura e oscenità.
Ulteriori riferimenti a Shakespeare compaiono nei suoi libri successivi. In Enderby’s Dark Lady (1984), quarto e ultimo romanzo della serie con protagonista F. X. Enderby, l’anziano poeta è impegnato a scrivere un libretto per un musical sul Bardo del tutto identico a The Bawdy Bard. Poiché l’attore che dovrebbe interpretare Shakespeare si ammala, Enderby viene convinto a diventare la star del suo spettacolo e si innamora di April Elgar, l’attrice di colore che interpreta la Dark Lady. Il romanzo suggerisce un’identificazione tra Burgess/Enderby e Shakespeare, e nella parte finale il protagonista, in costume elisabettiano, ammira il suo riflesso nello specchio: «Shakespeare guardò Enderby dallo specchio e annuì freddamente».
Due brevi racconti shakespeariani sono inclusi pure in The Devil’s Mode (1989): A Meeting in Valladolid descrive un dibattito immaginario tra Shakespeare e Cervantes, mentre in The Most Beautified il principe Amleto assiste a una lezione di estetica tenuta dal Dottor Faust di Marlowe all’Università di Wittenberg.
Infine, Shakespeare avrebbe certamente trovato la sua giusta collocazione in un romanzo sulla storia del teatro inglese che Burgess ipotizzò ma non scisse mai.
Perché lo scrittore inglese dedicò così tanta attenzione a Shakespeare nell’arco di tutta la sua vita? A dire il vero, il motivo è piuttosto semplice e lo stesso Burgess lo spiega chiaramente: «Non dobbiamo lamentarci della mancanza di un ritratto soddisfacente di Shakespeare […] Egli rappresenta noi stessi, l’umanità comune e sofferente, infiammata da piccole ambizioni, preoccupata per il denaro, vittima del desiderio, fin troppo mortale. […] [La sua opera] ci riconcilia con l’essere semplici uomini, ibridi insoddisfacenti, inadeguati per gli dei e inadeguati per gli animali».
Ciononostante emerge chiaramente un problema fondamentale. Come si è visto, il Bardo di Burgess non è affatto il Bardo: lo scrittore descrive nei suoi testi uno Shakespeare che, in realtà, non è mai esistito. Il rapporto di Burgess con il drammaturgo elisabettiano è infatti radicato nel narcisismo ed è caratterizzato da una totale mancanza di oggettività, non potendo contare su prove verificabili. Soprattutto è un peccato che Burgess si sia dedicato così tanto ad approfondirne le presunte passioni sessuali quando avrebbe potuto tentare di esplorare aspetti più intriganti e proficui come, ad esempio, le sue convinzioni religiose (inclusa la possibilità che fosse un “papista”).
Dunque chiunque sia interessato a scoprire un po’ di più del vero Shakespeare – al netto delle molte zone d’ombra che ancora ne caratterizzano la biografia e l’opera – farebbe bene a guardare altrove.


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