di Redazione

Già nelle settimane scorse ci siamo occupati della questione con l’articolo L’1% di differenza tra DNA umano e quello degli scimpanzé? Persino tra gli evoluzionisti si abbandona la vecchia storiella. In generale, abbiamo affrontato i grandi problemi dell’evoluzionismo materialista in diversi volumi, ai quali rimandiamo per approfondimenti: L’uomo e la sua natura, e L’origine e i destini dell’uomo di Padre Angelo Zacchi O.P., Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, di Dominique Tassot, Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo, e Vol. II, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation.

Ora, l’aspetto curioso è: quali sono le reazioni alla notizia? Uno spaccato interessante è offerto ancora una volta da Casey Luskin su EvolutionNews. Lo studioso annota: “Ricordate come avevo previsto che, nonostante queste nuove prove, “non aspettatevi che la statistica dell’1% scompaia presto”? Ebbene, stiamo già vedendo questa previsione avverarsi, poiché alcuni continuano a difendere l’ormai confutata icona dell’evoluzione. La parte più ironica è che molti critici ammettono che il nuovo  articolo di Nature mostra che esseri umani e scimpanzé presentano una differenza genetica del 15%, eppure non riescono a liberarsi della statistica dell’1%. Questo è sorprendentemente simile a come i difensori dell’evoluzione hanno risposto alla confutazione di un’altra icona evoluzionistica“.

Qui si riferisce al noto schema sulle somiglianze embrionali (volgarmente detti “gli embrioni di Haeckel“). Eugenie Scott – antropologa statunitense che nel 2012 è stata insignita del Richard Dawkins Award, “per onorare un eminente ateo, i cui contributi hanno innalzato la consapevolezza pubblica della filosofia di vita nonteista” – ha ammesso che i disegni degli embrioni erano “non affidabili”, eppure dice Casey, “ha difeso il loro riutilizzo nei libri di testo perché, a suo dire, “illustrano un punto” e “il punto fondamentale illustrato dai disegni è ancora accurato“. 

Tornando al tema del DNA aggiunge: “Vorrei sottolineare che autorevoli esperti sono giunti a conclusioni numeriche simili alle mie. Richard Buggs, professore di genomica evolutiva alla Queen Mary University di Londra, si è pronunciato sull’argomento con post su X  e sul  suo blog personale. Non era tra gli autori dell’articolo originale su Nature, ma è citato nella prima riga dei ringraziamenti. Quindi è chiaro che ne sa qualcosa. Buggs ha scritto su X quando l’articolo fu pubblicato per la prima volta ad aprile: “Il primo sequenziamento completo del genoma dello scimpanzé rileva una differenza del 12,5% con il genoma umano (per i cromosomi non sessuali). […] Ha anche pubblicato un articolo sul suo blog affermando: Sommando la divergenza media del gap e la divergenza media delle varianti a singolo nucleotide si ottiene una differenza totale del 14,9%“.

Casey conclude: “Ancora una volta, la cosa ironica è che i critici generalmente riconoscono che i nuovi dati dimostrano che gli esseri umani e gli scimpanzé hanno una differenza genetica del 15 percento; stanno solo cercando di trovare il modo di liquidare questa cifra come irrilevante.  Il problema è che ciascuna di queste obiezioni è debole, e abbiamo valide risposte. Anche se in alcuni casi hanno una certa rilevanza, non sono più considerazioni di primaria importanza, e abbiamo solide ragioni per ritenere che il quadro generale sia che esseri umani e scimpanzé siano molto più diversi geneticamente di quanto si pensasse in precedenza“.


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