di Luca Fumagalli

Meno conosciuta rispetto ai “mostri sacri” della letteratura cattolica britannica come G.K. Chesterton o Graham Greene, Antonia White condusse una vita particolarmente sfortunata, tra matrimoni fallimentari, crisi creative e una fede ballerina. Firmò un best-seller come Frost in May (1933), a cui seguirono altri tre romanzi parzialmente autobiografici, ma per il resto scrisse poco o nulla, e della sua smilza bibliografia è stato tradotto in italiano solamente un libricino dedicato ai più piccoli, in cui si raccontano le bizzarre avventure di due gatti.

Uno dei più ferventi ammiratori della White era Evelyn Waugh, che al secondo romanzo della scrittrice, The Lost Traveller, volle dedicare una recensione abbastanza approfondita, apparsa sul «Tablet» il 22 aprile 1950 col titolo An Admirable Novel.

A parere di Waugh, The Lost traveller è ancora più importante di Frost in May, poiché, 17 anni dopo l’uscita di quel «piccolo capolavoro», dimostra che la White non è una di quelle autrici che di tanto in tanto, più per caso che per talento, sforna una storia ben confezionata, ma è una romanziera solida, abile quasi quanto Elizabeth Bowen e Ivy Compton-Burnett, e addirittura superiore per profondità di sguardo e sensibilità (e la sua opera è «essenzialmente femminile», dal momento che svela una percezione sconosciuta agli uomini).

La trama di The Lost Traveller, «ammirevole, compatta e simmetrica», ruota intorno al rapporto tra tre personaggi «rappresentati con squisita benevolenza», ossia un padre, una madre e la loro figlia, le cui vicende si dipanano sullo sfondo della Prima guerra mondiale. Nel corso della storia la ragazza passa da una scuola conventuale a una scuola londinese, fa nuove amicizie e si fidanza in previsione del matrimonio. Alla sua parabola esistenziale, colta nello spaccato che va dai 15 ai 18 anni, si associa la tematica tipicamente inglese delle classi sociali, con un padre di umili origini che ha migliorato la sua condizione grazie all’educazione e una madre orgogliosa delle proprie radici aristocratiche. La stessa protagonista, intelligente come il padre, ha una concezione romantica della nobiltà, condizionata dall’«ancien régime del convento».

Se, come prosegue Waugh, il racconto della White è ben congeniato ma non migliore di quelli partoriti da altre scrittrici di livello, ciò che le permette di svettare rispetto alla concorrenza «è la sua visione superiore della natura umana. Sa che l’uomo è al mondo per un fine diverso da quello di insegnare greco o vincere la guerra o avere un matrimonio felice o persino scrivere un ottimo romanzo. È qui per amare e servire Dio, e qualsiasi rappresentazione che dimentica questo elemento finisce con l’essere superficiale. Il sesso, la ricchezza e la cultura possono determinare un numero infinito di decisioni, ma non bastano a spiegare uno scopo». Più avanti prosegue: «I personaggi della White sono tutti imbevuti di Fede cattolica. Dio è l’influenza suprema a cui nelle loro vite ogni cosa rimanda. Infatti hanno fatto sacrifici per la loro Fede. Il padre sarebbe diventato preside se non si fosse convertito. La madre si indebolisce con ripetute gravidanze, e quando si innamora, resiste alla tentazione. Nel momento in cui le sfortune li minacciano, trovano rifugio nella preghiera. La religione è la loro vita, sebbene in superficie siano occupati con altre cose».

Ecco perché nel finale della recensione si allude al Catholic Novel, al “romanzo cattolico”, un genere, informa Waugh, di cui si è arrivati persino a mettere in discussione l’esistenza: eppure, proprio in The Lost Traveller «si può trovare in una forma completa e bella».



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