Nell’antico cerimoniale papale il 28 giugno, vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo, il Romano Pontefice si recava nella Patriarcale Basilica Vaticana e ivi presiedeva a tre funzioni:
1) il canto dei Primi Vespri dei Principi degli Apostoli, che si concentrano nell’esaltazione di Pietro e del suo primato;
2) il ricevimento dell’omaggio della chinea, espressione del primato del Papa in temporalibus;
3) la benedizione dei sacri palli[1] (strisce di lana bianca ricavate dagli agnelli di sant’Agnese e ornata da croci nere) inviare ai Patriarchi e Arcivescovi metropoliti, da inviare ai Patriarchi e Arcivescovi metropoliti, in segno di dipendenza dal Papa rispetto alla giurisdizione[2].

Il pallio, dice Gaetano Moroni, è «un insigne ornamento ecclesiastico e pontificale, insegna d’onore e d’autorità, proprio dei Sommi Pontefici e da questi conceduto ai patriarchi, primati, metropolitani e per privilegio ad altri vescovi, portato sopra le vesti pontificali in segno di giurisdizione Si vuole da Durando succeduto all’antico superhumerale del sommo sacerdote (ebraico) … Il solo Papa pel suo primato assoluto può usare il pallio, perché in esso evvi la pienissima potestà di tutta la Chiesa universale, in ogni tempo e luogo … Gli altri che ne sono fregiati possono soltanto usarlo nelle rispettive Chiese … e in certi tempi determinati, non avendo la pienezza della potestà, ch’è sola nel Romano Pontefice, e come chiamati ad esercitarne una parte … I pallii risvegliano l’idea del divino Agnello e del buon Pastore … Circa l’origine del pallio sacro varie sono le opinioni degli autori ecclesiastici, benché tutti convengano essere antichissima … A s. Lino, immediato successore di s. Pietro, comunemente si attribuisce l’istituzione de’ sacri pallii … È però indubitato che questo sacro ornamento era già introdotto al tempo di s. Marco Papa nel 336, essendo certo ch’egli ne concesse l’uso al vescovo d’Ostia[3], il quale con esso consagra il romano Pontefice»[4].

La forma della benedizione di questo ornamento pontificale fu stabilita da Benedetto XIV il 12 agosto 1748 con la bolla Rerum ecclesiasticarum origines.
Terminato il vespro un uditore di Rota in tonacella scendeva nella Confessione di San Pietro e riceveva dal canonico altarista di san Pietro il bacile contenente i palli. Questi venivano portati presso il trono del Papa, il quale li aspergeva tre volte recitando l’antifona Asperges me, li incensava sempre tre volte, quindi recitava su di essi la seguente orazione:

«Deus, Pastor aeterne animarum, qui eas ovium nomine designatas, per Iesum Christum Filium tuum, beato Petro Apostolo, eiusque Successoribus, boni Pastoris typo regendas commisisti, atque ipsis sacrarumvestium symbolis pastoralis curae documenta significari voluisti; effunde per ministerium nostrum super haec pallia de beatorum Apostolorum Principum altari sumpta, copiosam benedictionis et sanctificationis tuae gratiam, ut quam mystice representant pastoralis officii plenitudinem, atque excellentiam, pleno quoque operentur effectu. Humilitatis nostrae preces benignus excipe, atque eorundem Apostolorum meritis, et suffragiis concede, ut quicumque ea, te largiente, gestaverit, intelligat se ovium tuarum Pastorem, atque in opere exhibeat, quod signatur in nomine. Sit boni magnique illius imitator Pastoris, qui errantem ovem humeris suis impositam caeteris adunavit, pro quibus animam posuit. Sit eius exemplo in custodia gregis sibi commissi solicitus, sit vigil, sit circumspectus, ne qua ovis in morsus incidat, fraudesque luporum. Sit disciplinae zelo districtus, quod perierat requirens, quod alienum reducens, quod confractum alligans, quod pingue, et forte custodiens. Videat humeris suis impositam crucem, quam Filius tuus pro posito sibi gaudio sustinere non recusavit; sitque illi crucifixus mundus, et ipse mundo. Tollat iniectum collo suo evangelicum iugum, sitque ei ita leve ac suave, ut in via mandatorum tuorum caeteris exemplo, et observatione praecurrat. Sit ei hoc symbolum unitatis, et cum Apostolica Sede communionis perfectae tessera, sit charitatis vinculum, sit divinae haereditatis funiculus, sit aeternae securitatis pignus, ut in die adventus, et revelationis magni Dei, Pastorumque Principis Iesu Christi, cum ovibus sibi creditis stola potiatur immortalitatis, et gloria. Per eundem etc.»[5].
Conclusa questa orazione i palli venivano riposti nella apposita cassetta d’argento dorato presso la Confessione di San Pietro, come è ancora oggi uso.

La consegna del pallio ai Patriarchi, agli Arcivescovi metropoliti e agli eventuali Vescovi privilegiati di tale ornamento avveniva previa postulazione di esso al Pontefice in concistoro. La richiesta del pallio, invero antichissima da parte dei metropoliti (come si può vedere nell’epistolario di san Gregorio Magno) poteva essere fatta personalmente, se il Prelato si trovasse a Roma, o per mezzo dei procuratori.

«Ego … instanter, instantius, et instantissime peto mihi tradi et assignari Pallium de Corpore beati Petri sumptum, in quo est plenitudo pontificalis officii, et promitto illud reverenter portare …»[6].

L’antica disciplina prevedeva che i Patriarchi e Arcivescovi metropoliti presenti a Roma, dopo averne fatta richiesta al Pontefice in concistoro, ricevessero il sacro pallio dal Cardinale Protodiacono, dopo aver pronunziato il giuramento di fedeltà alla Chiesa Romana e al suo Vescovo. Il Romano Pontefice imponeva il pallio solamente a quei Patriarchi e Vescovi che fossero fregiati della porpora cardinalizia. Fuori Roma il pallio veniva imposto da un Arcivescovo o Vescovo.
La formula d’imposizione era la stessa in ogni caso:

«Ad honorem omnipotentis Dei, et beatae Mariae semper Virginis, ac beatorum Apostolorum Petri, et Pauli, Domini nostri N. Papae N. et sanctae Romanae Ecclesiae, nec non Ecclesiae N. tibi commissae, tradimus tibi Pallium de corpore beati Petri sumptum, in quo est plenitudo Pontificalis officii, cum Patriarchalis (vel Archiepiscopalis) nominis appellatione; ut utaris eo intra Ecclesiam tuam certis diebus, qui exprimuntur in privilegiis ab Apostolicaa Sede concessis. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen»[7].

Giuliano Zoroddu


  1. Prima di Benedetto XIII che volle benedirli personalmente nel 1725, la benedizione dei palli era fatta dal Cardinale Arciprete o da un Canonico Vescovo della Patriarcale Basilica Vaticana. Vedi G. Moroni, Le cappelle pontificie: cardinalizie, e prelatizie, Venezia, 1841, p. 310. ↩︎
  2. Che i Vescovi ricevano il potere di giurisdizione dal Romano Pontefici è antichissima dottrina della Chiesa, che ultimamente fu insegnata da Pio XII in Mystici Corporis e in altri documenti connessi: «I Vescovi non sono del tutto indipendenti, poiché sono sottoposti alla debita autorità del Romano Pontefice, pur fruendo dell’ordinaria potestà di giurisdizione comunicata loro direttamente dallo stesso Sommo Pontefice». Per maggiori delucidazioni e approfondimenti si rimanda agli ottimi articoli “Episcopato e collegialità“, “La Chiesa, il Papa e i Vescovi: nuova e antica dottrina a confronto” e “La destrutturazione del Papato, un vecchio problema“. ↩︎
  3. Ancora oggi il Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, in quanto Vescovo suburbicario di Ostia, riceve il pallio dal Pontefice. ↩︎
  4. G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Volume 51, Venezia, 1851, pp. 53-57. ↩︎
  5. «O Dio, Pastore eterno delle anime, che le hai designate con il nome di pecore e le hai affidate per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio al beato Apostolo Pietro e ai suoi Successori per essere governate a somiglianza del buon Pastore, e hai voluto che i simboli stessi dei sacri paramenti significassero la realtà della cura pastorale; effondi per il nostro ministero su questi palli, presi dall’altare dei beati Principi degli Apostoli, l’abbondante grazia della tua benedizione e santificazione, affinché la pienezza e l’eccellenza dell’ufficio pastorale, che misticamente rappresentano, operino anche con pieno effetto. Accogli benigno le preghiere della nostra umiltà e per i meriti e i suffragi dei medesimi Apostoli, concedi che chiunque li indosserà, per tua generosità, comprenda di essere Pastore delle tue pecore, e lo manifesti nell’opera che è significata nel nome. Sia imitatore di quel buono e grande Pastore, che la pecora errante caricata sulle sue spalle unì alle altre, per le quali diede la vita. Sia, sul suo esempio, sollecito nella custodia del gregge a lui affidato, sia vigile, sia circospetto, affinché nessuna pecora cada nelle insidie e nelle frodi dei lupi. Sia rigoroso nello zelo della disciplina, cercando ciò che era perduto, riportando ciò che era estraneo, legando ciò che era spezzato, custodendo ciò che è ricco e forte. Consideri che sulle spalle gli è stata imposta la croce che tuo Figlio non rifiutò di sopportare; e il mondo sia per lui crocifisso, come lui al mondo. Accetti il giogo evangelico posto sul suo collo, e sia a lui così leggero e soave da precorrere gli altri con l’esempio e l’osservanza nella via dei tuoi comandamenti. Sia per lui simbolo di unità e tessera di perfetta comunione con la Sede Apostolica, sia vincolo di carità, sia legaccio della divina eredità, sia pegno di eterna sicurezza, affinché nel giorno della venuta e della rivelazione del grande Dio e Principe dei Pastori Gesù Cristo, con le pecore a lui affidate goda della stola dell’immortalità e della gloria». Si deve notare che, a seguito della Presa di Roma, i cerimoniali pontifici hanno subito drastici cambiamenti per cui in tempi più recenti queste cerimonie venivano celebrate dal Papa in forma minore direttamente nella Confessione. ↩︎
  6. «Chiedo con insistenza, con maggiore insistenza e con massima insistenza che mi venga consegnato e assegnato il pallio prelevato dal corpo del beato Pietro, in cui è la pienezza dell’ufficio pontificale, e prometto di portarlo con reverenza» ↩︎
  7. Ad onore di Dio onnipotente, e della beata Maria sempre Vergine, e dei beati Apostoli Pietro e Paolo, del nostro Signore Papa N. e della santa Romana Chiesa, e anche della Chiesa N. a te affidata, ti consegniamo il Pallio preso dal corpo del beato Pietro, nel quale è la pienezza dell’ufficio Pontificale, con l’appellativo del nome Patriarcale (o Arcivescovile); affinché tu ne faccia uso all’interno della tua Chiesa in giorni determinati, che sono espressi nei privilegi concessi dalla Sede Apostolica. Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen» ↩︎


Seguite Radio Spada su: