di Redazione

Su questi temi vedere:

  1. Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato;
  2. Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago;
  3. Ritorno alle origini. Un punto di vista cattolico sugli inizi. Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago;
  4. L’uomo e la sua natura, Padre Angelo Zacchi O.P.;
  5. L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.

Due premesse per sgombrare il campo: anche fosse teoricamente vera, la storiella dell’1% di differenza tra il DNA umano e quello degli scimpanzé, non proverebbe la teoria evoluzionista perché A. si tratterebbe comunque, secondo diversi studi, di un’enorme differenza in campo genetico e B. in ogni caso non darebbe ragione delle differenze immateriali (dunque non misurabili materialmente) che corrono tra un uomo e una scimmia: la chimica “cieca” non ha creato e non può avere proporzione con l’intelligenza, la capacità di dare significato e la moralità (vedere in proposito i due libri di Padre Zacchi O.P. citati sopra).

Dunque anche ammesso – e non concesso – che la distanza del DNA di Dante Alighieri da quello della scimmietta Bobo sia solo dell’1%, i problemi dell’evoluzionismo materialistico resterebbero tutti lì. A parità di vernici, la differenza chimica tra la pittura di un bambino dell’asilo e i capolavori di Giotto è probabilmente vicina allo zero, ma non si tratta esattamente della stessa cosa.

Accertati questi fatti, già sufficienti a chiudere il discorso, arrivano per i neodarwinisti ideologici una altra serie di problemi. Sì, perché la “storiella dell’1%” anche sul piano quantitativo vacilla da tempo e sempre più vistosamente. Sono ormai parecchi gli studi di varie tendenze, che confermano differenze significative tra i due DNA. Valga per tutti l’esempio del (non molto) noto articolo della rivista Science (2007) – di stretta obbedienza neodarwinista – sul “mito dell’1%”: Relative Differences: The Myth of 1%.

L’ultima bomba però è arrivata recentemente. Nuovi dati riportati in un articolo di pubblicato ad aprile 2025 su Nature (Yoo et al.) hanno ribaltato (ancora una volta) la vecchia credenza. Le scoperte rivelano che il DNA umano è molto più distante da quello degli scimpanzé di quanto si pensasse. La differenza effettiva […] è 14 volte maggiore della statistica spesso citata – annota Casey Luskin. Che aggiunge: Ora sappiamo che porzioni importanti dei due genomi – dal 12,5% al ​​13,3% del genoma umano, in realtà – sono così diverse che presumibilmente le sezioni sono non allineabili e/o non direttamente presenti in uno dei due genomi. Una cosa molto particolare della ricerca appena pubblicata è che in nessun punto del documento tecnico questa scoperta sensazionale viene riportata chiaramente, e da nessuna parte si afferma nettamente che il DNA umano e quello degli scimpanzé differiscono di circa il 14%. Persino un articolo esplicativo su Nature – che di solito fa un ottimo lavoro nel tradurre i risultati tecnici per lo scienziato medio – non menziona questa enorme scoperta. Bisogna scavare a fondo nei dati supplementari per trovarla, e anche lì viene espressa in modo poco chiaro in gergo tecnico. Questi dati hanno enormi implicazioni per la statistica a lungo citata secondo cui siamo geneticamente diversi solo dell’1% dagli scimpanzé, e molte persone sono interessate a questa questione per le sue implicazioni riguardanti l’evoluzione, le origini e lo status eccezionale degli esseri umani. Eppure gli articoli sembravano quasi voler oscurare i numeri, rendendoli difficili da reperire per il lettore, che fosse uno scienziato o un profano.

E sia chiaro: c’è chi parla di differenze pure maggiori.

Sipario.


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Foto di Google DeepMind: https://www.pexels.com/it-it/foto/18069424/