Riprendiamo alcuni passi dell’omelia tenuta da Clemente XI durante la solenne messa pontificale celebrata nella Patriarcale Basilica Vaticana per la festa dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 1703.

Oggi ricordiamo che la Chiesa, come ci ricorda la lezione del Vangelo, è stata fondata sulla Pietra, ossia stabilita sulla saldezza del Principe degli Apostoli, e di ciò ci rallegriamo.
E certamente non possiamo avere più piena e giusta cagione d’esultare che quella onde questa Rocca della Religione fu innalzata alla più riguardevole sommità dell’universo e fatta confinante col Cielo.
Tanto meritò, Venerabili Fratelli, Diletti Figliuoli, tanto meritò la fede di Pietro: lo meritò la confessione colla quale egli, oltrepassando in verità l’umano, mentre tacevano gli altri Apostoli, non riguardando con gli occhi terreni quelle cose che la carne e il sangue avevano rivelato, ma contemplando col più sublime sguardo della mente ciò che il celeste Padre aveva ispirato al suo apostolico cuore, riconobbe per primo l’ascosa divinità di Cristo.
Quindi, meritamente detto “beato” dal Signore, divenne forte e valido fondamento di tutto il Cristiano Edifizio, che non vacillerebbe per nessun peso di mole che a lui si appoggiasse.
Quindi mutato l’antico nome, ricevé per divina beneficienza la sacra fermezza dell’inviolabil Pietra, la quale da nessun empito sarebbe scossa; e di tanta fortezza d’animo fu guarnito che quanto un tempo aveva temuto nella passione di Cristo, non lo spaventò dappoi nel suo martirio.
Quindi concepì tal fuoco d’intrepida carità che sopra le romane rocche inalberò senza paura il trofeo della Croce di Cristo; e non temé Roma, la padrona del mondo, colui che nella Casa del sacerdote Caifa aveva temuto un’ancella.
“Egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l’ha rovesciata, rovesciata fino a terra” (Is. 26, 5) acciocché fosse soggetta a un impero più felice e la calpestassero “i piedi degli oppressi, i passi dei poveri” (Ivi, 6).
Un povero e rozzo nocchiero di peschereccia barca atterrò i santuari d’una folleggiante sapienza, fugò i mostri orribili degli errori, fece ammutir gli oracoli della pagana superstizione. Il piccolo sasso “che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna” (Dan. 2, 35) e riempì l’universa terra.
Questo sasso pertanto il divino Giacobbe “eresse come una stele” (Gen. 28, 18); e la stessa pietra angolare Cristo Gesù di tal maniera gli comunicò il grande e meraviglioso consorzio della sua potenza, che i voleri di Dio seguissero il giudizio dell’uomo e finalmente rimanesse confermato nel cielo quello che fosse stato stabilito dall’arbitrio di Pietro.

Le omelie e le orazioni della Santità di Nostro Signore Clemente XI, Venezia, 1727, pp. 76-87


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