Dalla “Voce del Cuore di Gesù” del gennaio 1889 riprendiamo alcuni passaggi dell’intenzione generale mensile dell’Apostolato della Preghiera per il febbraio di quell’anno, proposta dal Cardinale Simeoni, Prefetto di Propaganda Fide, e benedetta da Leone XIII.

L’odiosa Dichiarazione dei dritti dell’uomo è stato il non serviam del mondo moderno, vale a dire, sotto la forma che ha assunta oggi, il grido dell’ orgoglio umano perennemente ribelle al Creatore. Essa è, in pari tempo, come il sibilo prolungato dell’Antico Dragone, il quale nuovamente lusinga, con le sue fallaci promesse, l’umanità sempre complice. E difatti, che cosa mai dichiara nei suoi celebri articoli, questa vivente incarnazione dell’ orgoglio che si addimanda la Rivoluzione? Essa dice, in sostanza, all’uomo e al cittadino: “In te risiede essenzialmente il principio di ogni sovranità, e niuno può esercitare autorità veruna che non emani espressamente da te. Tu sei libero e indipendente, tu sei emancipato ed hai scosso il tuo giogo. Perché mai vorresti tu riconoscere un superiore, e con quale dritto questo t’imporrebbe un precetto o un divieto? Cur praecepit ut non comederetis? La tua volontà, ecco la tua legge suprema. Che potresti tu temere? No, tu non morrai. Guarda piuttosto questo frutto: esso è saporoso per quanto appetitoso. Prendilo, mangialo. Nutrito di esso, sarai qual Dio. Eritis sicut dii“. Tal’è il riassunto della Dichiarazione dell’89, eco troppo fedele delle suggestioni insidiose del maledetto serpente. L’uomo, innocente fino a quel punto, si lasciò presto sedurre dalle ipocrisie della superbia. Ma riesce oltre ogni dire straziante il vedere con qual successo, soprattutto da un secolo in qua, il sibilo infernale risuona all’orecchio delle anime e delle nazioni, sempre ingannate, sempre credule, sempre sedotte. Tanto è vero che la Rivoluzione non è una data, né un fatto, né una serie di date o di fatti, ma bensì una dottrina, e una dottrina d’orgoglio … L’orgoglioso ne viene, pel fatto stesso, a separarsi e allontanarsi da Dio. È parola dello Spirito Santo: “Initium superbiae hominis, apostatare a Deo” (Eccli. XIV) … Tali uomini irreligiosi, a mo’ d’esempio, i quali non vogliono né Dio, né culto, né altare, s’impongono la più vile delle religioni e si fanno gli adoratori del più abominevole e del più disonesto dei culti: il culto dell’io, la religione dell’amor proprio. Essere orgoglioso, dice S. Agostino, è lasciare il bene e il principio comune, che è Dio, e farsi principio e Dio a sé stesso. L‘uomo, egli soggiunge, allontanandosi da Dio, ricade su di sé stesso, e comincia ad amarsi con tutto quell’amore che nega a Dio. Ecco la radice dell’orgoglio l’amore che si toglie a Dio. Questo è, per eccellenza, quello che può dirsi l’impulso satanico nell’uomo. Ho visto Satana che cadeva dal cielo con la rapidità della folgore; ed ho visto l’uomo schiacciato dall’orgoglio sotto questo impulso di Satana. Come un grande edifizio che si abbatte e che ne schiaccia uno minore su cui cade: cosi, nota Bossuet, questo spirito superbo, cadendo dal cielo, è venuto a precipitare su di noi, e ci travolge nella sua rovina. Cadendo in tal guisa su di noi, continua S. Agostino, egli c’imprime un movimento simile a quello che lo precipita: “Unde cecidit, inde dejecit” … Laonde, senza pregiudizio dei castighi eterni, l’orgoglio umano, avrà il potere di ridurre la terra come una immagine ed un abbozzo dell’inferno … Affrettiamoci però a riconoscere che a questo male dell’orgoglio, pervenuto ai giorni nostri al punto acuto della crisi, i rimedî abbondano. Il nostro orgoglio, diremo con Bossuet, ha preteso mutarci in piccoli dei, e riempirci di noi stessi. Ebbene, o superbo! o piccolo dio, ecco il gran Dio vivente che si abbassa per confonderti. L’uomo si fa dio per orgoglio, e Dio si fa uomo per condiscendenza. Val quanto dire, che gli occhi fissi sul Verbo fatto carne, su questa Verità sostanziale discesa fino a noi per la condiscendenza dell’amor suo, noi possiamo riassumere i rimedî dell’orgoglio in queste due parole tanto semplici: l’amore della verità e la verità dell’amoreL’uomo non è forte, non è grande, che per quanto sta unito a Dio, ed egli non trova Dio che mettendosi nel vero, riconoscendo che è un nulla, animato dalla divina bontà. Per cotal guisa, Dio entra in pieno possesso dell’uomo. Mediante questo spogliamento che il cristiano fa del suo cieco intendimento e della sua fiacca volontà, egli si nobilita oltremisura. Egli non si propone niente meno che di pensare e di operare come Dio. La verità, difatti, ha detto un’eminente prelato, è quello che Dio pensa, quello che Dio vuole, quello che Dio ama. Essere nella verità, è dunque stare nel pensiero, nello sguardo, nell’amore di Dio: Nulla è più necessario, nulla di meglio, nulla di più elevato. Dobbiamo purtuttavia convenirne: la verità non basta per vincere l’orgoglio, v’è d’uopo dell’amore. A compiere questi nobili abbassamenti, indispensabili ad elevare l’uomo, ma che peraltro difficilissimi riescono alla sua natura decaduta, è necessario l’impareggiabile motore, l’amore per eccellenza, l’amor divino. Sono, ci fa dire la Chiesa medesima, sono le “umiliazioni volontarie di questo amore incarnato che hanno rialzato il genere umano che se ne giaceva al suolo prostrato” (Orazione della 2ª dom. dopo Pasqua). E questa è precisamente la spiegazione di Betlem, del Cenacolo e del Calvario, il segreto più stupendo del Cuore di Dio. L’uomo vede il suo Dio, quel Dio amabilissimo, come trasportato da un’impeto d’amore – amoris ardens impetu – abbassarsi, annientarsi per lui fino alla natura umana, fino alle infermità dell’infanzia, fino alla povertà indigente e ai più oscuri travagli, fino alle inaudite ignominie della Passione e della Croce … L’umiltà secondo il Cuore di Gesù è di quelle che la carità fa nascere e che si riscaldano alla sua fiamma … Laonde, dal tempo di Betlem, quanto v’ ha nel mondo di anime generose e di cuori grandi, quelli stessi di cui la volontà, aiutata dalla grazia, è semplicemente buona e retta, si sentono attirate verso le sante umiliazioni del Verbo fatto carne … A noi dunque, che vogliamo la salvezza dei nostri fratelli, spetta predicar loro coi nostri esempi, come con le nostre parole, la lezione dell’ umiltà: di questa virtù che occupa il primo rango, al dire di san Tommaso, non solamente “perché scaccia da noi l’orgoglio che ci mette in opposizione a Dio”, ma ancora “perché ci rende sottomessi e atti a ricevere le effusioni delle grazie divine” (ST 2.2. q. CLXI, a. 4. ad. 2). Sforziamoci, in conseguenza, con tutte le industrie dello zelo, di guadagnare le anime loro a Colui che tanto le ha amate, e che non cessa di ripeter loro: “Imparate da me che son mite ed umile di cuore”. L’umiltà secondo il Cuore di Gesù è stata tanto bene chiamata: il serbatoio naturale in cui si versano i doni di Dio. “Locus gratiae Dei (Riccardo da San Vittore).

La Voce del Cuore di Gesù, vol. V, Napoli, 1889, pp. 5-19


>>> TUTTO SUL SACRO CUORE DI GESÙ <<<



Seguite Radio Spada su: