di fra Étienne-Marie

Tra i cattolici che a grandi linee condividono una valutazione negativa sul Pontificato bergogliano e sulla situazione attuale della Chiesa si sono chiaramente manifestate, dopo l’elezione e i primi atti del nuovo Papa Leone XIV, due correnti divergenti, che potremmo definire dei fiduciosi e dei disincantati.

Al netto degli entusiasmi onirici dei primi giorni, va detto che molti dei fiduciosi hanno ormai acquisito la consapevolezza che il profilo di Robert Francis Prevost è di illimitata adesione al Concilio Vaticano II e relativa “figura di Chiesa nascosta nella precedente” (Giovanni Paolo II), al dialogo interreligioso inaugurato da Nostra Ætate e culminato nel Documento di Abu Dhabi, alle ideologie secolari dell’ambientalismo e del migrantismo, oltre ad aver dovuto constatare un paio di scandalose nomine episcopali e curiali da parte del nuovo Pontefice.

Ciò nonostante, i fiduciosi continuano a sottolineare un certo ritrovato decoro della figura papale e coltivano la speranza che in futuro Leone possa realizzare “qualcosa di buono” soprattutto in nome della cosiddetta pacificazione interna alla Chiesa, come ad esempio accordare una maggiore libertà alla Messa tradizionale, ribadire alcune verità morali di base, riconfigurare il processo sinodale allo scopo di limitarne le conseguenze più estreme. A un grado più basso, i fiduciosi auspicano che Papa Prevost possa rivelarsi deciso e capace a livello gestionale e amministrativo, ad esempio diminuendo il grado di arbitrio nei processi canonici, dedicandosi al riassesto delle finanze vaticane e così via.

Speranze e auspici di medio e piccolo cabotaggio, tali che anche i disincantati possono cordialmente far proprie. Questi ultimi però continuano a ribadire il loro punto fondamentale, che per dirla con John Henry Newman (Apologia pro vita sua, cap. V) enuncerò così: ogni vera conversione deve cominciare dalle sorgenti del pensiero.

Quando le sorgenti del pensiero rimangono contaminate da falsi princìpi, anche la volontà e l’agire ne risultano abitualmente intossicati, sono cioè velenosi e cattivi o quantomeno annebbiati e contraddittori. Ogni apparente conversione non sarà vera, ma velleitaria, episodica e infeconda. Questo vale per il Vicario di Cristo come per ogni altro uomo che desideri seguire Nostro Signore: “convertitevi”, metanoèite, significa innanzitutto “cambiate pensiero”. Se le sorgenti del pensiero del nuovo Papa sono inquinate (e questo, a meno di ritenere che Leone XIV stia censurando e falsificando le sue vere persuasioni in ogni singolo discorso, è un dato di fatto) egli continuerà con i suoi atti e le sue nomine ad irrigare il veleno dell’errore, dell’ambiguità e della divisione nel campo della Chiesa, in modo non abitualmente o sostanzialmente diverso da quanto hanno fatto i suoi immediati predecessori.

Molti fiduciosi reagiscono a simili considerazioni tacciando i disincantati di poca speranza, di eccessiva durezza, di preconcetta chiusura del cuore. Spesso, giunti a questo punto del dibattito, i fiduciosi ricorrono a un argomento retorico impiegato sovente in queste prime settimane di Leone XIV, in conversazioni private ma anche in articoli e commenti pubblicati a mente fredda. Ne fornisco un esempio volutamente caricaturale: “Cosa pretendi, che il Papa domani si metta a bruciare i documenti del Concilio Vaticano II in piazza San Pietro, che deponga il 90% dell’episcopato mondiale e che cancelli da un giorno all’altro la liturgia di Paolo VI?”.

Siamo di fronte alla classica fallacia del falso dilemma (o della falsa dicotomia): “argomento ingannevole, che consiste nel tentativo di imporre, con un’eccessiva schematizzazione, una scelta che in realtà non è inevitabile”.

No, nessuno dei disincantati pretende e nemmeno immagina che Leone XIV possa risolvere per decreto-legge i problemi della Chiesa, né che li affronti tutti da subito o persino che da subito li riconosca come tali. I primi insegnamenti del novello Pontefice stanno lì a testimoniare la coscienza pacificata di un docile allievo del postconcilio (almeno in questo, Prevost appare effettivamente diverso da Montini, Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio, ciascuno dei quali ha a proprio modo rivendicato il carattere rivoluzionario del Concilio Vaticano II e di ciò che questo evento ha provocato nella Chiesa). Le sorgenti del pensiero di Papa Leone XIV sono al momento, forse senza sua colpa formale, troppo torbide e infette per vagheggiare qualcosa di simile a una decisa, rapida e radicale inversione di rotta. È poi evidente che un ipotetico Papa integralmente cattolico si troverebbe oggi pressoché paralizzato nell’agire, pena la rivolta degli episcopati e la disintegrazione della Chiesa.

Al contempo, però, non dobbiamo accettare che ci venga posto alcun “falso dilemma”, e anzi dobbiamo imparare a riconoscere questa logica ingannevole per poterla confutare. Quando un pubblicista fiducioso scrive, in un articolo pieno di entusiasmo per Papa Prevost, che “chi si ostina a negare che qualcosa è cambiato semplicemente non sta dicendo la verità”, introduce in modo camuffato la fallacia del falso dilemma. Il nostro fiducioso pone surrettiziamente in alternativa binaria due affermazioni: “niente è cambiato” e “è evidente che le cose stanno cambiando in meglio su questioni di sostanza”. Ma poiché nessuno sostiene che nulla sia cambiato, e poiché tra queste due affermazioni si interpone un buon numero di valutazioni intermedie, l’argomento si risolve in un puro e semplice stratagemma da retore.

“Allora preferivi Bergoglio?”, “Ma ti sembra verosimile che Prevost sia una persona cattiva?”, “Come fai a negare che Leone abbia detto e fatto questo e quest’altro di positivo?”. Altrettanti esempi di falsi dilemmi e dicotomie che nei prossimi mesi, se non nei prossimi anni, dovremo riconoscere e smascherare per quello che sono, cioè falsi ragionamenti, ricatti morali capaci solo di anestetizzare il confronto, ma privi di validità logica e forza argomentativa.

Solo il tempo ci dirà se questo Papa continuerà nella direzione intrapresa, che sembra quella di tamponare le falle istituzionali più gravi pur confermando in pieno la catastrofica linea teologica e pastorale dei suoi predecessori conciliari. Fiduciosi o disincantati, preghiamo per un’autentica conversione intellettuale di Papa Leone XIV. Non tanto, cioè, perché egli ottenga pur auspicabili successi parziali, perché “inneschi processi” o perché effettui concessioni più ampie sui ben miseri obiettivi che ci stanno a cuore: giacché ogni obiettivo, una volta staccato dalla professione integrale della fede, è un ben misero obiettivo. Preghiamo invece perché le sorgenti del suo pensiero, e del pensiero della Chiesa docente e discente che da lui promana come da vivente regula fidei, tornino ad essere il più possibile limpide e immuni da errore. Il lavoro di bonifica che solo allora Papa Leone potrà davvero impostare sarà certamente completato da altri, ma un tale lavoro avrà speranza di successo perché iniziato dalle sorgenti, non dalle stagnanti e intricate gore del delta.

In quest’ottica soprannaturale, come il lettore ha certamente intuito, anche l’alternativa tra fiduciosi e disincantati si rivela come un falso dilemma da oltrepassare. Per quanto la realtà suggerisca il disincanto, la fede nella Provvidenza che assiste la Chiesa – e nessun motivo inferiore a questo – ci invita alla fiducia.


Seguite Radio Spada su:

Imm. di Pub. Dom., spec. su fonte e utilizzo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cardinal_Robert_F._Prevost_at_the_Consistory_on_30_September_2023_(cropped).jpg