Pio XI per commemorare il sesto centenario della canonizzazione di Tommaso d’Aquino pubblicò l’enciclica Studiorum Ducem. In questo aureo documento romano leggiamo fra le altre cose:
«Il Nostro ebbe il dono e il privilegio singolare di poter tradurre gl’insegnamenti della sua scienza in preghiere ed inni della liturgia, e divenire così il poeta e il massimo lodatore della divina Eucaristia. Poiché la Chiesa Cattolica in ogni parte del mondo e presso tutte le genti, nei riti sacri si serve e si servirà sempre, con ogni zelo, dei cantici di Tommaso, dai quali spira il sommo fervore dell’animo supplichevole, e che contengono ad un tempo l’espressione più esatta della dottrina tradizionale intorno all’augusto Sacramento, che principalmente si chiama «Mistero di fede», ripensando a questo e ricordando l’elogio già citato fatto a Tommaso da Cristo stesso [“Bene hai scritto di me, Tommaso”], nessuno si meraviglierà se a lui è stato dato anche il titolo di Dottore Eucaristico».
Il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster nell’esporre la sequenza “Lauda, Sion, Salvatorem” della messa del Corpus Domini dice:
«Segue la splendida sequenza dell’Aquinate, in cui si riassume tutta la dottrina cattolica sulla divina Eucaristia. Era ben difficile di dare una conveniente forma poetica ad un tema che esige la più esatta e limpida espressione teologica; ma san Tommaso v’è riuscito da pari suo».
Gli altri componimenti poetici eucaristici dell’Angelico sono:
- il ritmo “Adoro te devote”, che ebbe notevole diffusione da quando San Pio V, nel 1570, lo inserì nel Messale Romano fra le preghiere da dirsi dal sacerdote dopo la celebrazione della messa;
- l’inno dei primi e secondi vespri “Pange lingua”, noto per essere impiegato durante la funzione del Giovedì Santo e perché le ultime due strofe, il “Tantum ergo”, vengono cantate ad ogni esposizione e benedizione del Santissimo Sacramento;
- l’inno del mattutino “Sacris solemniis“, in cui la poesia serve a veicolare due importanti verità della fede cristiana come la cessazione dell’Antica Alleanza e il potere unicamente sacerdotale di distribuire la comunione[1];
- l’inno delle lodi “Verbum supernum prodiens“, la cui notorietà è legata alle ultime due strofe, il popolare “O salutaris hostia“.
- “È dal 1973 che le donne possono distribuire la comunione, cioè hanno già il potere che costituisce l’essenziale del diaconato, e che è parte della definizione del Sacramento dell’Ordine data dal Concilio di Trento (ed è quindi dogma che, come il potere di consacrare, quello di distribuire l’Eucaristia non possa essere delegato ai laici)“ (don M. Tranquillo cfr. “Il “diaconato femminile”. Alcune pillole di memoria a margine di un “autorevole NI”). “È difficile dire che una messa [di Paolo VI] in cui la comunione è distribuita dai dei laici sia solamente ambigua … Abbiamo fatto questo esempio perché sembra andare direttamente contro la definizione del Concilio di Trento: «Che poi il sacerdozio sia stato istituito dallo stesso Signore e salvatore nostro, e che AGLI APOSTOLI E AI LORO SUCCESSORI NEL SACERDOZIO sia stato trasmesso il potere di consacrare, di offrire e di DISPENSARE il suo corpo e il suo sangue … lo mostra la Sacra Scrittura e lo ha sempre insegnato la Tradizione della Chiesa Cattolica» (DS 1764)” (don M. Tranquillo cfr. “La nuova messa e la professione di fede”) ↩︎


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