di Redazione

Perché l’universo è così grande e noi così piccoli? Perché siamo rilevanti pur essendo quasi nulla? Un vecchio trucco dei negatori di Dio è quello di tentare di confutare le ragioni della sua Provvidenza, sminuire il valore dell’uomo in quanto creatura e dunque dissolvere la Redenzione.

Partiamo dai dati certi: le prove razionali dell’esistenza di Dio (qui un estratto del saggio di A. Giacobazzi L’inesistenza dei veri atei e l’esistenza del vero Dio, posto in appendice al libro Che cos’è il Cattolicesimo?, del Padre Antonin-Dalmace Sertillanges O.P.) risalgono dall’ordine fisico, superandolo, fino alla necessità di un Essere per se stesso sussistente. Dunque le dimensioni più o meno vaste del creato non toccano il fatto che vi sia un Creatore sovra-fisico: Dio trascende infinitamente ogni sua creatura. E questo anche di fronte a eventuali grandezze infinite: San Tommaso d’Aquino sottolinea che siamo certi razionalmente dell’intervento creativo di Dio ma solo per fede sappiamo che ha avuto un inizio nel tempo, in quanto la Causa incausata avrebbe potuto creare nell’eternità (senza un inizio). L’essere creato ha l’essere (e può non essere), mentre Dio è l’essere: “Io sono Colui che è”, ed è assolutamente necessario: distinzione fondamentale da tenere sempre presente. Vedere sul punto Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, di don Curzio Nitoglia.

Ma torniamo agli atei militanti. La vecchia storiella a cui si aggrappano è ben sintetizzata da Jonathan Sarfati (Ph.D. in chimica-fisica presso l’Università Victoria di Wellington). Seppure la fonte sia il sito creazionista protestante CMI, di cui non possiamo condividere l’impostazione generale, il testo è valido. Si annota:

Il famoso fisico Stephen Hawking (1942–2018) ha dichiarato alla BBC: “Siamo creature così insignificanti su un pianeta minore di una stella di medie dimensioni, nella periferia esterna di una delle cento miliardi di galassie. Quindi è difficile credere in un Dio che si preoccupi di noi o che si accorga anche solo della nostra esistenza”. Più recentemente, nel seguito della famosa serie Cosmos, il presentatore ateo Neil deGrasse Tyson ha affermato: “Solo quattro secoli fa, il nostro piccolo mondo era ignaro del resto del cosmo. … Nel 1599, tutti sapevano che il Sole, i pianeti e le stelle erano solo luci nel cielo che ruotavano attorno alla Terra, e che noi eravamo il centro di un piccolo universo, un universo fatto per noi”.

Tuttavia, tali affermazioni possono essere fatte solo ignorando la storia (e la Bibbia). Non solo quattro, ma persino quattordici secoli fa, i principali teologi erano ben consapevoli che, rispetto alla vastità dei cieli, la Terra non era altro che un punto nello spazio. Avevano familiarità col testo di astronomia canonico del Medioevo (V-XV secolo d.C.), l’Almagesto di Claudio Tolomeo (90 d.C. circa–168 d.C. circa): “Dalla contemplazione degli astri, non solo è chiaro che [la terra] è sferica, ma altresì che, quanto alle dimensioni, non è grande”. Questa conoscenza secolare era ben nota nella Chiesa. Il filosofo cristiano romano Boezio (480 d.C. circa-524/525 d.C. circa [San Severino Boezio, ndr]), in prigione in attesa del processo e dell’esecuzione per un’ingiusta accusa di tradimento, scrisse La consolazione della filosofia, un dialogo immaginario tra sé e “Madonna Filosofia”. Fa notare che, proprio come la Terra è solo un punto nello spazio, quanto più insignificante è la gloria di uno qualsiasi dei suoi abitanti: “Tutta la distesa della terra, come hai appreso dalle dimostrazioni degli astronomi, rapportata allo spazio dell’universo equivale ad un punto: vale a dire, se viene paragonata alla grandezza del globo celeste, la si considera come assolutamente priva di estensione”.

Si citano poi gli studi di Giovanni Sacrobosco e si aggiunge: C.S. Lewis (1898–1963) amava sottolineare che le enormi dimensioni dell’universo spesso “…impressionano le persone tanto di più perché si suppone che siano una scoperta moderna, un eccellente esempio di quelle cose che i nostri antenati non sapevano e che, se le avessero conosciute, avrebbero impedito gli albori del Cristianesimo”. “Qui c’è una semplice falsità storica. Tolomeo sapeva altrettanto bene di Eddington che la Terra era infinitesimale rispetto all’intero contenuto dello spazio. … La vera domanda è perché l’insignificanza spaziale della Terra, dopo essere stata nota per secoli, sia improvvisamente diventata, nel secolo scorso, un argomento contro il cristianesimo”. In realtà, Tolomeo non fu nemmeno il primo; circa 11 secoli prima, Re Davide sembrava altrettanto consapevole della nostra piccolezza rispetto alla vastità dell’universo. Scrisse nel Salmo 8:3–5: “Quando considero i tuoi cieli, che sono opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui, e il figlio dell’uomo, perché te ne prenda cura?” – “Eppure tu lo hai fatto di poco inferiore agli angeli, e l’hai coronato di gloria e di onore”.

La conclusione, poi, è difficilmente contestabile: L’assurdo revisionismo storico dei critici moderni implica quasi che Dio avesse avuto bisogno di un piccolo universo per esistere. Ma se l’universo fosse stato piccolo, allora questi stessi critici probabilmente si lamenterebbero: “Se Dio è così grande, perché non ha creato nient’altro?”. In qualche modo, gli antiteisti moderni come Tyson e Hawking pensano che questa sia una novità e la considerano una profonda confutazione di Dio. Tuttavia, come dichiarò il Salmista, i cieli sono grandi per “annunciare la gloria di Dio” Salmo 19:1 (per citazioni e note, vedere articolo originale in collegamento).

Ci si permetta di aggiungere a lato alcune considerazioni:

  1. Un universo materialmente molto vasto è un problema altrettanto vasto per chi ha la pretesa di ridurre la conoscenza al dato meramente materiale: la sproporzione tra la capacità di indagare – squisitamente sul piano della misurazione quantitativa – da parte di un piccolo uomo e l’incommensurabilità dell’universo è un’ipoteca gravosa, che invece non tocca chi integra lo studio delle scienze fisiche con quello della metafisica, il materiale con l’immateriale, le cause seconde con lo sguardo verso la Causa prima.
  2. La logica di Dio, se possiamo usare questa espressione, è spesso (seppure non sempre) quella di concentrare lo sguardo sull’apparentemente irrilevante per renderlo rilevantissimo, in quanto è l’Autore dell’uno e dell’altro, non avendo bisogno di nessuno dei due. In effetti, non ha alcuna necessità di dare luogo alla Creazione e alla Redenzione, ma le realizza. La malconcia stalla di un paesino in una provincia secondaria dell’Impero diventa, durante una notte di inverno, il centro della storia. Un povero pescatore che non riesce nemmeno a tirare in barca qualche pesce nel Lago di Tiberiade sarà incaricato di reggere quel Vicereame Divino destinato a estendersi su tutti i Continenti. A Fatima e a Lourdes, ragazzini senza un soldo condurranno folle sconfinate a vedere il Sole danzare in Cielo, con tanto di stampa massonica costretta a constatare, o file interminabili di uomini e donne di ogni condizione – dal contadino al principe – a elemosinare qualche goccia di acqua da una fonte miracolosa che ha cambiato il corso delle vicende umane.
  3. La certezza sul fatto che vi sia Dio è inoppugnabile ma il mistero attorno a Lui resta, e deve restare, grande. Ancora dal saggio che chiude Che cos’è il Cattolicesimo?, si può aggiungere: Lungi dal condurci al freddo razionalismo o alla superbia intellettuale, la conoscenza dell’esistenza di Dio per mezzo della ragione ci obbliga a servirlo nella carità e a riconoscere che vicino ad indubitabili verità si trovano grandi misteri. «Una delle cose che può colpire la maggior parte delle persone nello studio dei grandi problemi filosofici e teologici, è l’unione di una luce a volte splendente e di una profonda oscurità»[1], scrive il Garrigou-Lagrange. E non v’è dubbio: negare il chiaro in ragione dell’oscuro equivarrebbe «a rimpiazzare il mistero con l’assurdo»[2]. Questo l’errore che fanno tanti atei dichiarati. Un sano e profondo senso del mistero non solo non distrugge la verità, ma la porta a splendere ancor meglio lì dove sta. «Coloro che credono comprendere tutto, provano, soltanto con questo, che essi non hanno compreso nulla», scrive il Sertillanges ne La vita intellettuale[3]; e il Garrigou-Lagrange conferma nuovamente: «È stato detto di San Tommaso che egli non teme né la logica, né il mistero»[4].

Una nota finale: per quanto riguarda poi l’altro tentativo degli atei militanti, volto alla relativizzazione materialistico-evoluzionista dell’uomo, quasi a variante qualitativamente allineata con altri “primati” (una sorta di scimmia con l’ansia), rimandiamo ai volumi: L’uomo e la sua natura, e L’origine e i destini dell’uomo di Padre Angelo Zacchi O.P., Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, di Dominique Tassot, Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo, e Vol. II, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation.


[1] R. Garrigou-Lagrange, Il senso del mistero e il chiaroscuro intellettuale, Fede & Cultura, 2019, p. 123.

[2] Ivi, p. 101.

[3] A. D. Sertillanges, La vita intellettuale, Studium, Roma, 1945, p. 126.

[4] R. Garrigou-Lagrange, Il senso del mistero e il chiaroscuro intellettuale, Fede & Cultura, 2019, p. 15.


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