Uno dei fini del neomodernismo in seno al Vaticano II è stato l’annichilimento della monarchia papale, ossia l’annichilimento del ruolo unico e primaziale che Gesù Cristo assegnò all’apostolo san Pietro e ai successori, i Romani Pontefici. Questo lotta contro il dogma (e la storia) trova la sua espressione in “Lumen gentium” e nella dottrina della collegialità[1]. Non mancarono però durante i lavori conciliari degli oppositori a queste innovazioni: è il caso di Monsignor Luigi Carli, Vescovo di Segni[2], come possiamo vedere nel seguente suo intervento.

La Chiesa è fondata “sopra Pietro e gli apostoli” (come si legge a pag. 8, riga 18, pag. 22, riga 10 e, equivalentemente, a pag. 24, righe 12-13)? [3]
Anche nello schema sull’ecumenismo appare chiarissima la preoccupazione dei compilatori dello schema, di affermare la fondazione della Chiesa contemporaneamente sopra Pietro e gli apostoli.
Cosa dire?
Fuori da ogni dubbio è che Cristo edificò la sua Chiesa sopra Pietro preso singolarmente (Mt. 16, 18), come sopra una roccia fondamentale. “Sopra uno edifica le sue pecore” (S. Cipriano, Sull’unità della Chiesa, 2). La ragione di questo fatto è indicata dal Concilio Vaticano I (DB 1821): affinché sia conservata l’unità dell’episcopato e l’unità dei credenti. Già da questa ragione sembrava doversi escludere che anche gli apostoli fossero stati costituiti fondamenti della Chiesa (almeno nel senso di Mt. 16, 18 e Gv. 21, 16).
L’edificazione della Chiesa sopra Pietro è un fatto storico, dunque “puntuale” e irripetibile, che tuttavia porta con sé quattro effetti:
1. essere Pietro il fondamento della Chiesa (da qui il cambiamento del nome di Simone in Cefa) fino alla fine del mondo;
2. le porte dell’inferno mai poter prevalere contro la Chiesa edificata sopra Cefa;
3. la consegna delle chiavi del regno dei cieli, con la quale metafora è esibita la natura monarchica e vicaria della potestà di Pietro, e la sua pienezza;
4. il conferimento della potestà di legare e di sciogliere, con la quale metafora è dichiarato l’ambito dell’autorità e la sua relazione con l’altra vita, cioè, la natura religiosa e trans-secolare di quell’autorità stessa.
Dal contesto totale, non per immediata forza delle parole, si deduce che quell’autorità è piena.
Ebbene, il fatto storico dell’edificazione è irripetibile, ma i suoi effetti sono permanenti e passano ai successori di Pietro. Per cui non possiamo dire che Cristo edificò la Chiesa sopra il Papa, ma possiamo e dobbiamo dire che il Papa è il fondamento (certamente visibile) della Chiesa, ha le chiavi del regno dei cieli e la potestà piena di sciogliere e di legare.
In nessun luogo nella Sacra Scrittura o nella tradizione leggiamo che Cristo abbia edificato (fatto storico) la sua Chiesa anche sopra i Dodici, né che abbia costituito quelli fondamento della Chiesa, né che abbia dato loro le chiavi del regno dei cieli. Leggiamo, è vero, presso Mt. 18, 18 e Gv. 20, 21 che Cristo diede ai Dodici (quindi anche a Pietro) la potestà di legare e di sciogliere, ma solo da quelle parole non possiamo inferire che in questa potestà vi sia un qualche ordine gerarchico; possiamo invece e dobbiamo inferirlo, considerando quelle cose che sopra sono state dette del solo Pietro.
Per cui, anche se i dodici apostoli potessero essere detti “fondamento” della Chiesa, non potrebbero esserlo con lo stesso titolo e la stessa forza del solo Pietro.
Troppo affrettatamente e con fiducia nella nota 5 a pag. 32 dello schema si afferma che i Dodici ebbero la medesima fede e missione autorevole, con cui la Chiesa è fondata, come anche Pietro: si citano Ef. 2, 20 e Apoc. 21, 14.
Rispondo: la cosa non mi sembra essere dimostrata.
Infatti l’esegesi di Ef. 2, 20 non è né chiara né pacifica. È intenzione di Paolo, in questo luogo, toccare la questione “costituzionale” della Chiesa universale? Non sembra! Secondo Paolo (Gal. 2, 9) i Dodici Apostoli sono chiamati piuttosto “colonne” che “fondamento” della Chiesa. In 1 Cor. 3, 10-12 “fondamento” è chiamato Cristo stesso. In Rom. 15, 10 “edificare sopra un altro fondamento” significa predicare dove Cristo è già stato predicato da altri predicatori. “Porre il fondamento” in 1 Cor. 3, 6 equivale a “piantare” una qualche Chiesa particolare. Premesso ciò, chi sono quegli “apostoli” di cui in Ef. 2, 20? Sono i Dodici, o uomini apostolici? Sono i Dodici presi collegialmente, o soltanto Pietro, potendo quel plurale essere inteso come un plurale “generico” (cfr. 1 Cor. 12, 28)? Mi sembra che Paolo in Ef. 2, 20 parli non del fatto storico della costituzione della Chiesa universale da parte di Cristo, ma piuttosto dell’origine apostolica di quelle chiese particolari alle quali Paolo scrive, le quali furono “fondate”, cioè “piantate”, mediante la predicazione di qualche apostolo (o anche di un “uomo apostolico”, come suggerisce quella congiunzione “fondamento degli apostoli e dei profeti”). In Ef. 2, 20 si parla di fedeli che sono sopraedificati e crescono sopra gli apostoli e i profeti come sopra il loro fondamento, cioè il fondamento della loro fede e della loro vita cristiana; non si parla del fondamento della Chiesa in quanto tale, cioè considerata nel momento storico della sua edificazione da parte di Cristo.
Nulla di certo sembra potersi ricavare da Apoc. 21, 14, perché lì si parla – e per giunta con il genere letterario apocalittico – della Gerusalemme celeste, non della Chiesa terrestre. Peraltro, i “dodici apostoli dell’Agnello” sono detti “fondamenti” (al plurale), non certo della città, ma del muro che circonda la città. Per cui gli apostoli appaiono in Apoc. sia come porte attraverso le quali si entra nella Gerusalemme celeste, sia come sostegno del muro che la difende.

Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, II, I, pp. 628-630


  1. Altri interventi di Mons. Carli ripresi da Radio Spada riguardano la questione ebraica. ↩︎
  2. Radio Spada hatrattato delle ambiguità e degli errori di Lumen gentium in molti articoli. ↩︎
  3. Abbiamo già pubblicato la risposta a questa domanda data dalla Deputazione della Fede durante il Vaticano I. ↩︎


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