Il popolarissimo scrittore e vignettista Giovannino Guareschi fu una delle penne più acute del cattolicesimo novecentesco e uno dei più lucidi e schietti oppositori della rivoluzione del Concilio Vaticano II e in modo particolare delle riforma liturgica da esso immediatamente scaturita. Poiché il padre di don Camillo e Peppone fu chiamato da Cristo il 22 luglio 1968 non conobbe per grazia di Dio il Novus Ordo Missae imposto a tutta la Chiesa da Paolo VI l’anno dopo, quindi le sue parole che offriamo al Lettore riguardano quei riti di passaggio che un po’ in italiano e un po’ (sempre più poco) in latino, che si celebrarono fra il 1965 e il 1969.
Il testo che segue è l’estratto di una lettera a don Camillo che Guareschi scrisse su Il Borghese l’11 marzo 1965, 4 giorni dopo la prima messa in italiano celebrata pubblicamente a Roma da Montini[1].

«Lei è nei guai fino agli occhi, Reverendo, ma stavolta il torto è tutto Suo. Il giovane curato che i Suoi Superiori Le hanno inviato per istruirLa sul Rito Bolognese [2] e per aiutarLa ad aggiornare la chiesa, non è un Peppone qualsiasi e Lei non poteva trattarlo così. Egli veniva da Lei con un mandato preciso e, siccome la sua chiesa non ha nessun particolare valore artistico o turistico, il giovane quanto degno sacerdote aveva il pieno diritto di pretendere l’abbattimento della balaustra e dell’Altare, l’eliminazione delle cappellette laterali e delle nicchie coi loro ridicoli Santi, nonché dei quadretti ex voto, dei candelabri e, insomma, di tutta l’altra paccottiglia di latta, di legno e di gesso dorati che, fino alla Riforma, trasformavano le chiese in tanti retrobottega da robivecchi. Lei, Don Camillo, aveva pur visto alla Televisione il “Lercaro Show” e la concelebrazione della Messa con Rito Bolognese. Aveva ben visto la suggestiva povertà dell’ambiente e la toccante semplicità dell’Altare ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell’umile Sacro desco un arnese alto tre metri come il Suo famoso (quasi famigerato) Cristo Crocifisso cui Lei è tanto affezionato? Lei aveva pur visto alla TV, qualche giorno dopo, com’era apparecchiata la sacra Mensa attorno alla quale il Papa e i nuovi Cardinali hanno concelebrato il Banchetto Eucaristico. Non s’era accorto che il Crocifisso situato al centro della Tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni? Non aveva visto, insomma, come tutto, nella Casa di Dio, deve essere umile e povero in modo da far risaltare al massimo il carattere comunitario dell’Assemblea Liturgica di cui il Sacerdote è soltanto un concelebrante con funzioni di Presidente[3]? E non aveva sentito, nel secondo “Lercaro Show” televisivo (rubrica “Cordialmente”), quanto siano soddisfatti, addirittura entusiasti i fedeli petroniani per la nuova Messa di Rito Bolognese? Non ha visto come erano tutti eccitati, specialmente i giovani e le donne, dal piacere di concelebrare la Messa invece di assistervi passivamente, subendo il sopruso del misterioso latino del Celebrante, e dalla legittima soddisfazione di non doversi umiliare più inginocchiandosi per ricevere l’Ostia e di poterla deglutire in piedi, trattando Dio da pari a pari come ha sempre fatto l’onorevole Fanfani? Don Camillo: quel giovane prete aveva ragione e si batteva per la Santa Causa perché l’aggiornamento è stato voluto dal Grande Papa Giovanni affinché la Chiesa “Sposa di Cristo, potesse mostrare il suo volto senza macchia né ruga” … Don Camillo, non mi faccia perdere il segno. Lei, dunque, è nei guai ma la colpa è tutta Sua. Sappiamo ogni cosa: il pretino inviatoLe dai superiori, Le ha proposto, demolito il vecchio Altare, di sostituirlo non con una comune Tavola come quella del “Lercaro Show”, ma col banco da falegname che il compagno Peppone gli aveva vilmente fatto offrire in dono suggerendogliene l’utilizzazione. E ciò ricordando che il Padre Putativo di Cristo era falegname e che il piccolo Gesù, da bambino, spesso lo aveva aiutato a segare e piallare tavole. Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo. Perché non ne ha tenuto conto e l’ha cacciato fuori dalla chiesa a pedate nel sedere? Bel risultato, don Camillo. Adesso, nella Sua chiesa, c’è il pretino che fa quel che gli pare e Lei si trova confinato quassù, nell’ultima miserabile parrocchia della montagna. Un paese senza vita perché uomini, donne e ragazzi validi sono tutti a lavorare all’estero e qui abitano soltanto i vecchi coi bambini più piccoli. E Lei, Reverendo, ha dovuto sistemare la chiesa secondo le nuove direttive e poi, dopo aver concelebrata la prima Messa con Rito Bolognese, si è sentito dire dai vecchi che, fino a quando Lei rimarrà in Paese, loro non verranno più a Messa. Don Camillo, le cose si vengono a sapere. Lei, ricordando le parole del pretino, ha spiegato perché, adesso, la Messa deve essere celebrata così e il vecchio Antonio Le ha risposto: “Ho novantacinque anni, e per quel poco o tanto che ho ancora da vivere, mi basta la scorta di Messe in latino che mi son fatta in novanta anni”. “Roba da matti”, ha aggiunto la vecchia Romilda. “Questi cittadini vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino!Dio capisce tutte le lingue”, ha risposto Lei, “la Messa viene celebrata in italiano perché dovete capirla voi. E, invece di assistervi passivamente, voi partecipate al sacro rito assieme al sacerdote… Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo: “Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare in comuniorum. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perché Cristo è presente nell’Ostia consacrata e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti se lei è uguale a noi, a che cosa serve più il prete? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse presidente della cooperativa boscaioli?»

Testo tratto da Sodalitium n. 54, pp. 41-43


  1. La messa fu celebrata su un tavolino ed in faccia al popolo. All’Angelus Paolo VI dichiarò con estrema lucidità e senza mezzi termini (tanto cari ai baloccamenti di certo mondo “conservatore”): “La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento – il Concilio lo ha suggerito e deliberato – e questo per rendere intelligibile e far capire la sua preghiera. Il bene del popolo esige questa premura, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti” (fonte vatican.va). ↩︎
  2. Si intende il rito sperimentale elaborato dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia presieduto dal Cardinale Arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro. ↩︎
  3. Guareschi non poteva conoscere certamente il famigerato luteraneggiante n. 7 dell’Institutio Generalis Missalis Romani che definiva la messa come l’assemblea del popolo di Dio sotto la presidenza del sacerdote, ma già aveva capito a cosa puntavano i riformatori conciliari, che avevano piazzato le loro mine anticattoliche già in quel feticcio del conservatorismo che è la “Sacrosanctum Concilium“. ↩︎

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