Nota di RS: continua con questa undiceima puntata questa rubrica di un grande amico di Radio Spada. Ne sono ovviamente onorato e auguro a quest’appuntamento di crescere e fiorire sulle nostre pagine virtuali. Sono certo che, data l’acribia e la DEDIZIONE del suo curatore, essa manterrà una moderata continuità, malgrado questi tempi bellici e infelici, frantumati e irregolari. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE della Fondazione Pascendi ETS)
di Cardinale Albus
Fra le molte meraviglie che la posterità, con animo frettoloso, ha voluto ascrivere a scandalo anziché a lode, v’è quella – tanto vera quanto poco compresa – di un Giubileo celebrato sotto il segno delle stelle, non della confusione. Correva l’anno Domini 1349: Avignone splendeva d’oro e di grammatiche, e il pontefice Clemente VI, pastore d’anime e di costellazioni, decise di proclamare, con zelo pastorale e sensibilità cosmica, il secondo Anno Santo della storia. Lontano dal caos della plebe, ma all’ordine celeste.
“Dopotutto, se il papa è davvero rex regum, come può esimersi dal richiedere pareri ai sapienti delle sfere, quando i re e gli imperatori di cristiana fama avevano da sempre accresciuto la propria magnanimità consultando astrologi alla corte?
Prima che la bolla fosse vergata – non sine pompa sed etiam cum sapientia – Sua Santità si avvalse, con raro discernimento, del consiglio di un astrologo ecclesiastico, tale Guillelmus d’Aurillac, uomo ben noto alla corte pontificia per la sua fama di scrutatore del cielo.
Guillelmus, interrogato circa il momento opportuno per inaugurare l’Anno Santo, non rispose con sortilegi o fumi orientali, ma con rigore: consultò le tavole alfonsine, considerò le relazioni tra Giove e Venere, la posizione della Luna in Vergine (allineamento mai così puro), ed escluse ogni influenza di disordine saturnino – non per paura, ma per decoro liturgico. Indisse, con parere ponderato, il giorno 22 di febbraio. Che proprio il giorno della Cattedra di San Pietro, infatti, si dicesse scelto per influssi venusiani parve una conferma cosmologica di ciò che la Liturgia già proclamava.
Il Papa, compiaciuto, approvò e con acume pastorale avrebbe detto: Stellae veraces sunt, cardinales volubiles.
Frase invero geniale, che un invidioso diacono germanico trascrisse a margine del proprio salterio con la nota delirium gallicum, dimenticando che anche i Magi furono guidati da un astro, e non da una delibera conciliare.
Roma, ignara del dibattito, ricevette l’annuncio tramite legati cardinalizi giunti in triplice carrozza e doppia benedizione. Il popolo affluì in massa, ricevette indulgenze e, si dice, tornò più redento che sudato. Un cronista toscano, con quella malizia che finge saggezza, scrisse che “ogni oste si fece confessore e ogni pellegrino, vescovo di se stesso” – il che, quandanche fosse vero, non è da imputarsi agli astri, ma al gomito che si piega più che le pie ginocchia .
Quanto al nostro Guillelmus, egli fu meritatamente premiato – e giustamente – con una veste stellata e un globo armillare d’argento, simbolo di quell’ordine cosmico che fu scritto nel firmamento. Nella sua cappella privata (che alcuni, con zelo inquisitorio, volevano ispezionare), egli pregava e misurava il tempo con la stessa devozione.
Fu solo il successore, Innocenzo VI, meno disposto alle sottigliezze delle sfere, a vietare omnia consilia astrologica quae tendant ad dispositionem indulgentiarum. I testi di Guillelmus furono bruciati – assieme, pare, a un prezioso trattato sulle ore planetarie e a una ricetta per il brodo di cardinale. Non fu perciò l’arte celeste ad essere condannata, ma solo la sua incursione nella economia del perdono.
Che serva dunque non da ammonimento, ma da arcano ricordo. Se oggi si favoleggia –proh dolor – di energie cosmiche senza catechismo, di vibrazioni spirituali senza altare, è perché si è dimentichi che un tempo le stelle non erano rifugi per anime smarrite, ma strumenti ordinati della Provvidenza, pie, silenziose ancelle della Grazia. Non oroscopi da profano almanacco, ma geometrie celesti, salmi incisi nel firmamento.
Fonte immagine: wkipiedia (puublico dominio)



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