di Dafne
Un romanzo noir capace di catturare anche chi non è un grande fautore del genere, «scritto non per essere letto, ma per essere visto». Il terzo uomo (The Third Man) di Graham Greene doveva originariamente essere un semplice racconto da cui poter trarre una sceneggiatura cinematografica. In realtà venne fuori un romanzo di successo, ma di cui l’autore non fu mai pienamente soddisfatto, definendolo con sufficienza «il rozzo materiale per un film».
Lavorando in parallelo alla sceneggiatura, pubblicò il libro nel 1950, un anno dopo l’uscita nelle sale dell’omonima pellicola, diretta da Carol Reed, con Orson Welles e Alida Valli nei panni dei protagonisti.
La vicenda, narrata dalla voce del colonello Calloway, prende corpo nella Vienna del secondo dopoguerra, devastata e occupata dalle quattro potenze vincitrici, dove l’americano Rollo Martins, un mediocre scrittore di racconti western, viene a sapere per caso che l’amico Harry Lame è morto.
Le pagine iniziali del libro sono impiegate proprio a descrivere l’arrivo di Martins nella capitale austriaca e le sue prime emozioni alla notizia dell’incidente mortale che ha coinvolto Lame («in principio non mi fece nessun effetto. Era soltanto un’informazione come un’altra…»). Poi si passa alla scena del funerale con l’incontro tra il romanziere e il colonnello.
I sospetti infamanti di Colloway, secondo cui Lame era coinvolto nel contrabbando di penicillina, inducono Martins a indagare su quanto accaduto insieme ad Anna, la fidanzata dello scomparso, fino a convincersi che la morte di quest’ultimo non sia stata un incidente ma un vero e proprio assassinio.
L’introduzione nella vicenda di un’ombra, di un “terzo uomo”, getta poi sul caso un velo di mistero che rende ancora più avvincente la storia.

La prosa semplice e lineare insieme all’atmosfera enigmatica del romanzo regalano una lettura rapida e godibile, che culmina in un finale sorprendente e per nulla scontato.
Martins, appena inizia la sua ricerca della verità, si scontra con quello che lui aveva cercato di negare, ovvero il coinvolgimento dell’amico negli affari criminali: «era uno dei più sporchi campioni del mercato nero che si siano vigliaccamente arricchiti ai danni di questa città». E quando subentra un affetto inaspettato nei confronti di Anna, per di più tutt’altro che bella, muta il suo atteggiamento e vuole dimostrare la colpa di Lame nella speranza di potersi sostituire a lui nel cuore della ragazza.
Così nel Terzo uomo l’amore impiega poco a sfociare nel più irrefrenabile odio e, nella rabbia accecante, si può addirittura arrivare a uccidere. Inoltre, degno di nota è come l’essere umano per giustificare il suo egoismo e sentirsi appagato con la coscienza scaraventi tutte le colpe sull’altro, e quel gesto inumano appaia agli occhi dell’artefice il segno del trionfo della giustizia. Se Greene, come ha dichiarato una volta in un’intervista, è sempre stato dalla parte delle vittime, degli oppressi, ed è per questo che, nella maggior parte delle sue opere, centrale diventa la lotta contro le ingiustizie, nel romanzo verità e menzogna si alternano senza soluzione di continuità, avvolgendo chi legge in una nube di incertezze.
Viene a questo punto spontanea una domanda: è davvero possibile fare il bene? Oppure l’uomo, essere imperfetto, per quanto si sforzi sarà sempre condannato a una colpa più o meno grave?
Lo stesso Greene era consapevole che il bene assoluto è irrealizzabile. La vita umana è difatti la fusione tra il bene e il male, è un ibrido tra questi due estremi, in cui il male, però, sembra sempre prevalere. Del resto lo stesso scrittore inglese amava ripetere provocatoriamente che «il mondo non è nero e bianco. Sembra di più nero e grigio».


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