Il 15 luglio 1878 Leone XIII riunisce il concistoro segreto per la Provvista della Chiese, ossia l’elezione dei nuovi Vescovi o la loro traslazione ad altra Sede. Alcuni dei novelli Vescovi ricevettero il Rocchetto dalle mani della Santità Sua nella Sala del Trono. Terminata l’imposizione del Rocchetto [1], il Pontefice rivolse loro il breve discorso che segue.

Ci è grato, Figli carissimi, di vedervi oggi alla Nostra presenza per ricevere la divina missione dell’Episcopato! Il Nostro cuore sovrabbonda di gaudio nel Signore, al quale rendiamo oggi nella umiltà della Nostra Persona le più vive azioni di grazia per averci cosi consolati con questo nuovo drappello di Vescovi in tante angustie che premono il Nostro cuore paterno.
Sia benedetto il Signore che provvede di fedeli servi e prudenti la sua santa Chiesa! Par troppo il mondo muove aspra guerra alla sposa di Gesù Cristo; ree dottrine, malvagi esempi corrompono la mente ed il cuore di tanti e tanti traviati cristiani che nella madre della vera civiltà, qual è la Chiesa, non veggono oramai che una nemica da combattere e da osteggiare con tutte le arti e gli accorgimenti più fini.
Ma che perciò? vi avrete dunque a sgomentare, Figli carissimi? No: andate nel nome di Dio in mezzo ai popoli che il Vicario di Gesù Cristo designa alle vostre pastorali sollecitudini. Andate in mezzo alle genti, nuovi apostoli del Vangelo: ricevete in nome di Dio il glorioso incarico di continuare fra i popoli l’insegnamento cristiano, che prima ebbero dai dodici Apostoli del Nazareno!
Andate, Figli carissimi, in nome di Dio! Incontrerete difficoltà: avrete a combattere contro l’inerzia, il mal costume. Ebbene, fatevi coraggio; ricordatevi che siete Vescovi di quella Chiesa, che ab ipso sumit vires animumque bello.
Le difficoltà siano per voi altrettante preziose occasioni da mostrare alla Chiesa la vostra ferma volontà di compiere la sublime missione dell’ apostolato. Quel Signore, nel cui nome vi mandiamo in mezzo ai popoli, vi darà, non ne vogliate dubitare, Figli carissimi, vi darà tutta la forza per resistere ai nemici del suo Vangelo, e per durare intrepidi fino alla morte nelle pugne gloriose dei figliuoli di Dio.
E perché il vostro cuore venga sin da ora confortato dai divini carismi della grazia, che copiosa e feconda v’impetro da Dio, ricevete, Figli dilettissimi, l’ Apostolica Benedizione, che dal più profondo del Nostro cuore paterno spargiamo sopra di voi e sopra le greggi alle vostre cure affidate.

Discorsi del sommo pontefice Leone XIII, Vol. I, Roma, 1882, pp. 81-83.


  1. L’imposizione del rocchetto era un rito che significava la verità di fede cattolica secondo cui il potere giurisdizione viene ai vescovi non dalla consacrazione episcopale, ma dal Romano Pontefice. «Il rocchetto indica giurisdizione … Come segno di giurisdizione, portano sempre il rocchetto i vescovi, anche fuori di casa, cuoprendolo di mantelletta (non portando allora la mozzetta), in presenza al Papa o al legato apostolico. Come segno di giurisdizione il Papa porta sempre il rocchetto (e stola), tanto in casa che fuori, e l’impone (come segno di potere del quale gl’investe) ai nuovi eletti vescovi» (Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Vol. LVII, pp. 73-74). Per maggiori delucidazioni e approfondimenti si rimanda agli ottimi articoli “Episcopato e collegialità“, “La Chiesa, il Papa e i Vescovi: nuova e antica dottrina a confronto”, “La destrutturazione del Papato, un vecchio problema“ e “Leone XIV ribadisce alla CEI l’errore vaticanosecondista di “Lumen gentium“. ↩︎

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