di Luca Fumagalli
Continua con questo articolo la serie dedicata alla parabola biografica, artistica e spirituale del britannico Siegfried Sassoon, war poet tra i più noti e celebrati, il quale, dopo una vita di alti e bassi, decise infine di farsi cattolico.
Per le tre precedenti puntate della serie: prima, seconda e terza.
Sassoon approfittò della convalescenza in Inghilterra per scrivere nuove poesie, la più famosa delle quali è Il generale (The General), sette versi in cui è narrata la drammatica distanza che separa i soldati dai loro comandanti, stupidi vecchi assetati di sangue. Successiva di qualche mese è invece A qualsiasi ufficiale morto (To Any Dead Officer), una composizione semplice, senza sofisticazioni o artifici, dedicata alle tante vittime innocenti del conflitto. Sassoon l’aveva in grande considerazione e spesso si ritrovò a menzionarla per provare come le sue liriche a tema bellico non fossero tutte improntate sulla satira corrosiva.
Nel frattempo, più precisamente nel maggio del 1917, aveva visto la luce per i tipi della Heinemann Il vecchio cacciatore (The Old Huntsman), la sua prima raccolta affidata a un editore (le altre erano state tutte stampate privatamente). Robbie Ross si adoperò per far circolare copie del volume tra i suoi amici più influenti nel mondo della letteratura e varie missive di congratulazioni non tardarono a raggiungere l’autore. Questi ricevette plausi da Arnold Bennett, e Robert Bridges, il poeta laureato, dichiarò di considerarlo tra i migliori aedi della sua generazione. Sul «Times Literary Supplement» comparve una prima recensione dai toni cauti a cui ne seguì una seconda, firmata da Virginia Woolf, che elogiava la visione e la forza dei componimenti. Sui war poems vi erano invece opinioni contrastanti: secondo la Woolf il loro realismo “giornalistico” aveva in qualche misura ucciso in culla il talento lirico del Sassoon giovanile – una critica sostenuta pure da Charles Scott Moncrieff e destinata a riaffacciarsi, di tanto in tanto, anche negli anni successivi – mentre Edward Dent, che scriveva sulle colonne del «Cambridge Magazine», dimostrò, al contrario, di apprezzare uno scrittore che aveva il coraggio di mettere in discussione la bontà dello sforzo bellico, denunciandone le atrocità.

Ormai calato nel ruolo di vate del pacifismo, del coraggioso poeta soldato che aveva finito per deprecare la guerra, Sassoon si fece ritrarre dall’artista Glyn Philpot e, con l’aiuto di John Middleton Murry e Bertrand Russell, scrisse la celebre Dichiarazione di un soldato (Soldier’s Declaration), resa pubblica in estate. Ripresa da varie testate e letta alla Camera dei comuni, la Dichiarazione era una dura critica ai potenti che, secondo Sassoon, speculavano sulla sofferenza dei soldati per fini meschini e malvagi. Ce n’era pure per gli ottusi sciovinisti e per chi, comodamente seduto sul divano di casa propria, inneggiava allo scontro ignorando tutto della terribile realtà delle trincee. Nel complesso il documento appariva piuttosto ingenuo dal punto di vista politico, tanto che non sortì alcun effetto degno di nota, probabilmente scritto mentre Sassoon era sotto l’influsso di emozioni contrastanti che andavano dalla vanità alla compassione, dal senso di colpa al trauma causato dalla recente ferita. Anni dopo riconobbe che «l’impulso che mi portò a protestare era lo stesso che al fronte mi faceva comportare in maniera sconsiderata».
In un ultimo gesto di protesta, preda di una crisi di nervi, gettò la sua Military Cross nel fiume Mersey. In molti, a quel punto, temevano un deferimento alla corte marziale, ma, probabilmente per evitare uno scandalo, le autorità preferirono dichiarare Sassoon mentalmente instabile. Venne quindi ricoverato a Craiglockhart, l’ospedale di guerra di Edimburgo, e affidato alle cure del dottor William Rivers, un pioniere negli studi sui traumi psicologici da trincea.

Fu a Craiglockhart che Sassoon conobbe quello che oggi è forse il più famoso dei war poets: Wilfred Owen. Giuntogli all’orecchio che l’autore di The Old Huntsman si trovava in ospedale, Owen bussò alla sua porta per farsi autografare la copia che aveva con sé. Da quel primo incontro sbocciò una profonda amicizia – raccontata per esteso in Rigenerazione, il monumentale romanzo capolavoro di Pat Barker – che portò inoltre a interessanti contaminazioni poetiche. Per esempio Owen, che non aveva ancora pubblicato nulla e seguitava a considerare Sassoon un maestro, imparò da lui a utilizzare per le proprie liriche un linguaggio più sciolto, prendendo maggiormente spunto dal quotidiano; e una volta ripartito per la Francia seguitò a inviare al sodale nuovi versi per un parere. Più avanti Sassoon scrisse che proprio allora cominciò a «sospettare che il mio piccolo amico Wilfred fosse un potenziale Keats».
Alla fine di novembre pure lui lasciò l’ospedale, finalmente guarito e stanco di giocare a fare il martire della causa pacifista. Dopo una parentesi in Medio Oriente nei primissimi mesi del 1918, fu mandato in Francia ad addestrare le reclute. Un’ispezione gli valse il plauso dei superiori, cosa che lo rese orgoglioso, e in una poesia stesa a giugno, Ricompensa (Reward), dichiarò che la cosa migliore per lui sarebbe stata quella di morire accanto ai propri uomini. Tra i nuovi ufficiali di complemento ebbe poi modo di conoscere e apprezzare in particolare Vivian de Sola Pinto, anch’egli scrittore di origini ebraiche, che a sua volta ammirava quello strano poeta che detestava la guerra ma che voleva sconfiggere i tedeschi a ogni costo.

A luglio Sassoon fu di nuovo in prima linea indossando con orgoglio una Military Cross di rimpiazzo. Deciso a confermare a se stesso e ai suoi compagni il proprio valore, la sera prima della loro smobilitazione si avventurò in ricognizione nei pressi di una postazione tedesca, investendola di granate. Sulla via del ritorno, però, venne scambiato per un nemico: dalla trincea inglese qualcuno sparò un colpo che lo ferì alla testa, costringendolo al ricovero e impedendogli così di vivere da protagonista gli ultimi mesi del conflitto, prima della definitiva vittoria Alleata…
La vita di Siegfried Sassoon continua nei prossimi articoli della serie.


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