Un testo del padre gesuita Alfonso Muzzarelli [1] (Ferrara, 22 agosto 1749 – Parigi, 25 maggio 1813) per ribadire che anche nel famigerato “primo millennio” i cristiani credevano nel dogma del primato di Pietro e dei suoi Successori, i Romani Pontefici.
Se volete, poichè siamo in cammino, possiamo salire anche un po’ più in su sino a trovare Innocenzo I, che governò la Chiesa sul principio affatto del quinto secolo. Di che opinione era Papa Innocenzo? Egli era un Papista si stretto, che dopo le Decretali non se n’è veduto il maggiore. Lasciando alcune sue lettere (Innoc. I, ep. 1, 2, 5 et 22), in cui per altro parla chiaro del suo Primato, udite alcuni squarci di altre lettere, su cui dobbiamo fare le nostre riflessioni. A Felice Vescovo in Nocera, che lo avea consultato sopra alcuni punti di disciplina risponde cosi: “Mirari non possumus dilectionem tuam sequi instituta maiorum, omniaque, quae possunt aliquam recipere dubitationem ad nos, quasi ad Caput atque ad Apicem Episcopatus referre, ut consulta videlicet Sedes Apostolica, ex ipsis rebus dubiis certum aliquid faciendum pronunciet” (Innocent. ep. 4, Concil. Mansi tom. 3, col. 1045) [2]. Al Concilio di Cartagine, perchè avea assoggettata alla Sede Apostolica la causa di Celestio e Pelagio, fa grandi elogî, e dice che quei Padri si sono mostrati “antiquae Traditionis exempla servantes, et Ecclesiasticae memores disciplinae…. scientes quid Apostolicae Sedi…. debeatur, a quo ipse Episcopatus, et tota auctoritas nominis huius emersit” (Innocent. I, ep. 24. Ibid. col. 1071) [3]. Così pure rispondendo a quel di Milevi avanza questa gran proposizione: “Arbitror, omnes Fratres, et Coepiscopos nostros non nisi ad Petrum idest sui nominis, et honoris auctorem, referri debere” (Innocent. I, ep. 25, ibidem col. 1075) [4]. Nella stessa risposta esalta i Vescovi per essere ricorsi al Papa: “Antiquae scilicet regulae formam secuti, quam toto semper Orbe mecum nostis esse servatam“[5].
Le riflessioni, che dobbiam fare su questi passi, sono quelle che saltano subito agli occhi di ciascuno:
I. Innocenzo chiama se stesso come Papa Capo ed Apice dell’Episcopato.
II. Asserisce che da Pietro ha avuto origine il Vescovato, e tutta la sua autorità; e che Pietro è l’autore del nome e dell’ onore dei Vescovi.
III. Attesta che al Papa si doveano riportare tutti i dubbî per udirne una sicura e final decisione.
IV. Dice che queste erano le costituzioni de’ maggiori, che tali erano gli esempi dell’Antica Tradizione, e cosi richiedeva l’Antica Regola, la quale sempre e in tutto il mondo erasi conservata: e ne chiama in testimonio gli stessi Vescovi. Innocenzo scriveva così sul principio del quinto secolo …
Di dove impariamo un fatto storico, di cui anche alcuni Cattolici hanno dubitato, cioè che il Papa nella Primitiva Chiesa non solo godeva il diritto di Primazia, ma realmente lo esercitava sopra tutti i Vescovi: sempre e in tutto il Mondo. Non v’è altro scampo, che dire che Innocenzo mentiva. Ma come volete che mentisse un cosi santo e dotto Pontefice in un fatto, che di quei tempi era troppo facile ad esaminarsi, e in faccia a tanti Vescovi, che lo avrebber potuto convincer di falsità? Eppure i Vescovi stessi son quelli che autorizzano il suo Primato. Perché se non lo avessero riconosciuto, a che fine ricorrere a Papa Innocenzo per sentire il suo volere, e per ubbidire alle sue decisioni; e Vescovi non solo dell’Italia, ma di tutte le parti del Mondo? Chi avrebbe più potuto contender con lui di onore e di giurisdizione, quanto il Patriarca di Costantinopoli? Ma nondimeno il santissimo e dottissimo Patriarca Giovanni Crisostomo a Papa Innocenzo ricorre, non per consiglio, non per intercessione, ma per ultima decisione della sua causa: “Rogo ut per epistolam denuncietis ea quae tam inique acta sunt ab una parte nobis absentibus, nec iudicium detrectantibus nullum habere robur, sicut ex natura sua nullum habent; et uti, qui talia contra leges moliti sunt, legum Ecclesiasticarum poenis subiiciantur” (Concil. Mansi tom. 3, col. 1092) [6]. Sicché sul principio del quinto secolo e Papi e Vescovi s’ accordano, quelli in sostenere, questi in riconoscere il Pontificio Primato di giurisdizione. Dunque non possiamo dubitare dell’antichissimo esercizio di una tale autorità.
Del Primato e Infallibilità del Papa. Opuscolo estratto
da “Il buon uso della Logica in materia di Religione”,
Torino, Marietti, 1870, pp. 60-63.
- Gesuita schiettamente controrivoluzionario, fu penna fecondissima: scrisse testi di apologetica e di polemica da quelli contro la falsa filosofia di Rousseau a quelli in favore dell’infallibilità pontificia e del potere temporale, oltre alle opere spirituali e devozionali attorno al Sacro Cuore al Mese Mariano. Al tempo della persecuzione napoleonica, seguì nella deportazione Pio VII, di cui fu fedelissimo servitore. ↩︎
- “Non possiamo che ammirare il tuo amore nel seguire le istituzioni degli antenati, e riferire a noi, come al Capo e all’Apice dell’Episcopato, tutte le questioni che possono sollevare qualche dubbio, affinché, consultata la Sede Apostolica, essa pronunci cosa si debba fare di certo rispetto a quelle questioni dubbie”. ↩︎
- “Osservando gli esempi dell’antica Tradizione e memori della disciplina ecclesiastica … sapendo cosa sia dovuto alla Sede Apostolica, dalla quale derivarono lo stesso Episcopato e tutta l’autorità di questo nome”. ↩︎
- “Ritengo che tutti i nostri Fratelli e Coepiscopi debbano riferirsi solo a Pietro, cioè all’autore del loro nome e del loro onore”. ↩︎
- “Seguendo cioè la forma dell’antica regola, che con me sapete essere sempre stata osservata in tutto il mondo”. ↩︎
- “Ti prego di denunciare per lettera che ciò che è stato così iniquamente compiuto da una fazione, in nostra assenza e senza che noi ci sottraessimo al giudizio, non ha alcun valore, così come per sua natura non ne ha alcuno; e che coloro che hanno ordito tali azioni contro le leggi siano soggetti alle pene delle leggi ecclesiastiche”. ↩︎
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