di Luca Fumagalli

Park, pubblicato nel 1932, è un breve romanzo che a tutta prima potrebbe sembrare un mero gioco intellettuale, un ameno divertissement, ma basta scavare un poco sotto la superficie per coglierne l’importante valore apologetico.

L’autore, il canonico John Gray, era un tempo considerato l’archetipo del giovane dandy fin de siècle. Nato nel 1866, era amico di Oscar Wilde e si vociferava che fosse stato lui ad aver ispirato il quasi omonimo personaggio di Dorian Gray. I suoi migliori libri di versi, Silverpoints (1893) e Spiritual Poems (1896), vantavano un’estetica impeccabile, tuttavia, a parte la scrittrice Ada Leverson, in pochi dimostrarono di apprezzarlo come poeta; Lionel Johnson, ad esempio, si rifiutò sempre di considerarlo seriamente e W. B. Yeats non si prese nemmeno la briga di menzionarlo nelle sue Autobiografie. Nel 1898, a seguito di una crisi religiosa, Gray ruppe ogni ponte col proprio passato e tre anni dopo divenne sacerdote cattolico: l’uomo di mondo, ammirato da tutti per la sua bellezza, si era trasformato in un parroco che lavorava con totale dedizione in una delle aree più povere di Edimburgo. Trascorse il resto della sua vita nella capitale scozzese, dove morì nel 1934, all’età di sessantotto anni.

Park è il risultato letterario più duraturo di Gray, un curioso romanzo a metà strada tra utopia e distopia, pieno di ingegno e fede, non a caso sottotitolato Una storia fantastica.

Ritratto del canonico John Gray

L’eroe eponimo è il reverendo Mungo Park, un prete sessantenne, che ha qualche somiglianza col proprio autore e che deriva il nome da quello di un esploratore scozzese di fine XVIII secolo, protagonista di un paio di spedizioni nel cuore dell’Africa. Park è professore di teologia morale in un seminario e sta trascorrendo le vacanze nelle Cotswolds. Sulla strada da Burford a Oxford vive una sorta di folgorazione, la cui natura non viene mai rivelata, e si ritrova di punto in bianco in un’Inghilterra trasformata, che gli riserva molte sorprese e non pochi enigmi. Gli abitanti originari sono tutti scomparsi e il Paese, ora chiamato Ia, è governato da una sorta di teocrazia di neri cattolici, i Wapami, una razza aristocratica e altamente colta (il debito con L’alba di tutto di mons. R. H. Benson è qui evidentissimo).

Nonostante uno sfortunato incidente iniziale, i Wapami lo accolgono a braccia aperte e lo trattano con tutti i riguardi del caso; seguita però a essere guardato con una certa diffidenza a causa delle sue misteriosi origini. All’inizio Park deve comunicare in latino, ma alla fine riesce a imparare qualcosa della loro lingua. L’unica frustrazione è quella di non poter esercitare il suo ufficio sacerdotale: i Wapami hanno il sospetto che sia un prete, come molti di loro, ma senza una qualche prova della sua ordinazione, non gli è permesso fare alcunché.

Gli viene pertanto attribuito lo status di persona ufficialmente “morta”, il che significa che ha libertà di movimento ma è soggetto ad alcune restrizioni legali. Park è ora conosciuto come Drak e ha un sodale tra i Wapami, chiamato Dlar, anch’egli legalmente “morto”, poiché una volta venne condannato alla pena capitale e poi graziato.

Col tempo Park capisce qualcosa di più sul mondo che lo circonda. I Wapami sono organizzati come una società feudale che conduce un’esistenza pastorale, sebbene sembra esserci una certa tecnologia all’opera dietro le quinte. I cavalli sono il normale mezzo di trasporto per brevi distanze, ma per i viaggi più lunghi si utilizzano i treni. La cosa più sconcertante che Park scopre è che i bianchi, un tempo la razza dominante, vivono ora un’esistenza troglodita in vaste caverne sotto la superficie terrestre, e nell’aspetto sono diventati simili a topi bianchi.

La prima edizione del romanzo (Sheed & Ward, 1932)

Passaggi come questi forniscono un utile punto di partenza per collocare la storia in una più chiara prospettiva letteraria. Contengono infatti echi della narrativa fantastica degli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo. La divisione tra i Wapami sulla superficie terrestre e la razza bianca sconfitta che vive nel sottosuolo ricorda La macchina del tempo di H. G. Wells, sebbene Gray non si avvicini mai all’orrore della storia del primo. Anche l’idea di un cataclisma che rovescia la società tradizionale, sostituendola con una sorta di ordine pastorale, è manifesta in opere come Notizie da nessun luogo di William Morris o Dopo Londra di Richard Jefferies. E l’immagine di una razza che vive permanentemente sottoterra ha acquisito maggiore importanza nella fantascienza del secondo Novecento, riflettendo la diffusa preoccupazione per una guerra nucleare. Ad esempio in A Case of Conscience di James Blish, del 1958, è la minaccia di un conflitto planetario a spingere le popolazioni urbane a rifugiarsi nelle profondità, perdendo poi il desiderio di emergere (anche questo è un romanzo che ha come protagonista un prete cattolico).

Gray fu originale nel rovesciare il paradigma razziale tradizionale. Il canonico era un appassionato antropologo, e soleva affermare che, sebbene fosse un bianco, era un nero dentro, e che i neri avrebbero un giorno formato una nuova classe dirigente.

Gray sostiene il suo mondo immaginario conservando un’aria di assoluta concretezza: vengono forniti dettagli sul vocabolario e la grammatica del Bapama, la lingua dei Wapami, e occasionali note a piè di pagina ricordano la differenza tra la numerazione Wapami – che non si basa sul sistema decimale – e la nostra.

Se a una prima lettura la storia appare in alcuni punti oscura, è perché Gray affida la narrazione alla coscienza di Park e gli eventi sono presentati così come colpiscono la sua sensibilità, indipendentemente dall’ordine logico e cronologico.

La bella edizione Saint Albert’s Press (1966)

Gray sopprime i commenti autoriali espliciti, ma attraverso gli occhi di Park offre occasionalmente alcuni passaggi descrittivi di una finezza rara, quasi poesie in prosa. Gran parte del sapore singolare del libro si ritrova nelle numerose conversazioni, laconiche e manierate, che nella loro fugace obliquità si avvicinano a tratti a quelle delle opere di Ivy Compton-Burnett.

Ma che dire del significato dell’intera storia? Park ha lasciato perplessi i lettori fin dalla sua pubblicazione. L’artista Eric Gill, che provvide a stampare il libro per la casa editrice Sheed and Ward, fu uno dei primi a esprimere i suoi dubbi, definendo il racconto «una strana faccenda». Alexandra Zaina, esperta di letteratura cattolica, scrisse che il lettore è «costantemente agitato dalla sensazione che gli venga giocato uno scherzo esoterico, il cui senso sfugge», mentre l’accademica Jerusha McCormack segnalò l’enigma come il vero tema del libro. Eppure, come suggerisce Philip Healy, altro critico legato alla Chiesa di Roma, la storia richiede una “soluzione”. Secondo la sua tesi, l’immaginazione di Gray sarebbe stata stimolata da un evento storico: l’incoronazione di Hailé Selassié a imperatore d’Etiopia, il 2 novembre 1930. La maggior parte dei giornali e dei cinegiornali inglesi coprì la sontuosa cerimonia ad Addis Abeba e Gray potrebbe aver pure letto gli articoli scritti dall’inviato del «Times», Evelyn Waugh, che si era fatto cattolico solo un mese prima (e che pubblicò nel 1932 il suo romanzo africano Misfatto negro).

Altra probabile influenza furono le varie leggende medievali legate al Prete Gianni, il re-sacerdote dell’Etiopia. La terra del Prete Gianni era nera per razza, cristiana per religione e teocratica per governo.

La curiosa forma architettonica della Chiesa dei Martiri dell’Uganda, che Park visita insieme a Cuan, potrebbe derivare dalla “struttura ottagonale” che Waugh descrive come comune a tutte le chiese etiopi (d’altronde, leggendo gli articoli di quest’ultimo, si rimane colpiti dai molti parallelismi con il romanzo di Gray). Inoltre il riferimento ai martiri dell’Uganda, giovani paggi cattolici che a fine Ottocento vennero uccisi perché si rifiutarono di giacere con il loro sovrano, nasconde forse anche un’allusione a un possibile passato omosessuale dello scrittore, ora rigettato.

Infine l’Africa Orientale dovette colpire il suo immaginario perché là aveva trascorso parte della sua esistenza Rimbaud, amante di Verlaine, uno dei suoi poeti preferiti.

Edizione Carcanet (1984)

Con l’Etiopia vi sono però anche delle differenze: al posto del titolo principesco “Ras”, si usa quello troncato di “Ra”, e invece del rito copto, Ia è fedele al rito latino e, in effetti, la storia è una sua celebrazione affiancata a quella del fondamentale ruolo del sacerdote. Ecco perché, secondo il carmelitano Brocard Sewell, tra i primi studiosi di Gray, «Park è forse l’unico romanzo inglese di cui si potrebbe esser certi che l’autore sia un prete».

Se dunque si considera l’evento storico dell’incoronazione imperiale osservato attraverso il filtro dell’immaginazione creativa di Gray e della sua esperienza, non è necessario cercare un “codice” elaborato per spiegare le origini di Park, un lavoro che si fa testimone della Parola di Cristo, destinata a non passare mai, e della Sua Chiesa, che non sarà mai distrutta, né dal tempo né dal male.



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