di Luca Fumagalli
Il presente articolo è una traduzione di un pezzo in inglese, ridotto e rimaneggiato per l’occasione, apparso sul numero di maggio/giugno 2025 della “Saint Austin Review”, periodico di cultura cattolica affiliato all’americana Ave Maria University.
George Mackay Brown è stato uno dei più importanti scrittori scozzesi del XX secolo, autore di poesie, romanzi, racconti e opere teatrali. La sua carriera fu lunga e prolifica, caratterizzata dall’amore per le sole Orcadi, sua terra natale, e da quella fede cattolica a cui si convertì poco più che quarantenne.
Una delle opere migliori di Brown, di cui lo stesso autore era particolarmente fiero, è il romanzo La croce e la svastica (in originale Magnus), del 1973, ambientato nel Medioevo. In esso si racconta la storia di Magnus Erlendson, il santo patrono delle Orcadi, assassinato a tradimento dal cugino che aspirava a diventare l’unico conte delle isole.
Gli eventi che portarono alla nascita de La croce e la svastica iniziarono alla fine degli anni Sessanta, quando l’editore Victor Gollancz chiese a Brown di scrivere un libro sulle Orcadi. Questi decise di prendere come riferimento l’opera più famosa e rappresentativa della cultura orcadiana, La saga degli uomini delle Orcadi, che tratta della conquista dell’arcipelago scozzese da parte dei norvegesi nel IX secolo e della successiva era dei conti, conclusasi tre secoli dopo. Il risultato fu An Orkney Tapestry (1969), una raccolta di articoli, poesie e frammenti teatrali. Brown vi incluse, oltre a un saggio sullo scrittore di poesia dialettale Robert Rendall, uno studio degli eventi politici e religiosi che portarono al martirio di Magnus, nelle sue parole «l’evento più vitale di tutta la ricca storia delle Orcadi». Brown aveva già affrontato questo tema nella sua prima raccolta di poesie, The Storm (1954), dove Magnus compare in The Road Home e Saint Magnus on Egilsay, e nella sua prima raccolta di racconti, A Calendar of Love (1967). Qui il santo è menzionato in The Road Home and Saint Magnus on Egilsay. Nel 1972 fu aperta una sottoscrizione per raccogliere fondi per il restauro della Cattedrale di San Magnus a Kirkwall. In quell’occasione Brown, riecheggiando quanto aveva raccontato su Magnus in An Orkney Tapestry, scrisse un’opera teatrale, The Loom of Light, da cui il celebre compositore Peter Maxwell Davies derivò l’opera da camera The Martyrdom of St Magnus. Infine, The Loom of Light, rielaborato in forma narrativa, divenne Magnus.

Le fonti del romanzo, oltre a La saga degli uomini delle Orcadi, sono il racconto della morte del santo da parte di un sacerdote orcadiano, Master Robert, il cui testo latino fu scritto non molti anni dopo, e la biografia St Magnus – Earl of Orkney (1935) di John Mooney.
Naturalmente Brown tradusse gli eventi in termini artistici, ma in Magnus i principali fatti storici della vita del santo vengono comunque riportati. Dopo la morte dei genitori, entrambi conti delle Orcadi, i cugini Paul e Magnus ereditarono i loro titoli. Per sette anni si contesero il controllo esclusivo delle isole prima di concordare una riunione pacificatoria a Egilsay, il giorno di Pasqua di un anno compreso tra il 1115 e il 1117 (la data varia a seconda della fonte). Come pattuito, Magnus arrivò con due navi, mentre Hakon con otto. Magnus, rendendosi conto del pericolo in cui si trovava, cercò di salvarsi la vita suggerendo al cugino di bandirlo o imprigionarlo. Questi però non ne volle sapere: la morte sarebbe stata la soluzione finale. A questo punto a Magnus non restò che accettare l’inevitabilità del proprio destino, venendo giustiziato dal cuoco di Hakon, Lilolf, con un colpo d’ascia.
Magnus iniziò ad essere venerato precocemente dalla popolazione a causa delle numerose guarigioni miracolose avvenute presso la sua tomba; nel 1135 fu canonizzato e la sua memoria ricorre nel calendario liturgico il 16 aprile. Le spoglie del Santo furono poi traslate a Kirkwall, nella cattedrale costruita per lui da suo nipote, il conte Rognvald (si tratta della cattedrale più antica di Scozia e di quella più a nord nel Regno Unito).
Sebbene i critici non cattolici abbiano fatto fatica a comprendere cosa ci sia di così straordinario nella vita di Magnus – finendo per derubricare La svastica e la croce a mero discorso teologico o a un’accusa generica nei confronti della smodata ambizione politica – il santo orcadiano rappresenta per Brown un punto di riferimento fondamentale, sia come uomo che come scrittore. Dopotutto, il martirio di quest’ultimo è sempre stato il fulcro della sua attività letteraria: «Senza la violenta bellezza di quegli eventi di otto secoli e mezzo fa, la mia scrittura sarebbe stata molto diversa (stavo quasi per dire che non sarebbe esistita)».

Nell’immaginario letterario di Brown, Magnus è l’innocente che decide di sacrificarsi per un bene superiore, ossia quello di ristabilire l’ordine e una pace duratura nelle isole, dove prima c’erano solo caos e distruzione. In altre parole, il santo è colui che unisce di nuovo ciò che era stato precedentemente diviso a causa della malizia dell’uomo. Tuttavia non si tratta di conformare tutti a un’unica volontà – un atteggiamento che Brown descriveva come tipico della modernità senza Dio – ma di creare unità nella diversità, una sintesi polifonica di cui è emblema l’arazzo. Il retro dell’arazzo, infatti, è un groviglio di fili multicolori apparentemente insensati, ma senza di essi la bellezza del disegno sul fronte non emergerebbe mai. Così, il martirio di Magnus non solo porta unità all’interno della comunità, ma collega anche l’uomo con Dio, i poveri con i ricchi, il passato con il presente e, soprattutto, può portare un messaggio di speranza dalla portata universale. Come ricorda Ron Ferguson,
la storia della morte di Magnus nelle saghe è modellata sulla morte di Cristo nel Nuovo Testamento. Come Cristo, sceglie di andare volontariamente incontro alla morte. Come Cristo, perdona i suoi carnefici. Come Cristo, muore a Pasqua […] George Mackay Brown, scrittore e credente, legato alla tradizione e creatore di leggende, vede il modello della redenzione cristiana tutt’intorno a sé, nella vita umana e nella natura. Nella sua reinterpretazione del mondo, Magnus Erlendson è una sorta di Cristo del Nord. È esagerato, ma non inconfutabile, affermare che, per Brown, Magnus è il salvatore delle Orcadi, […] la sua presenza vigile da oltre lo spazio e il tempo nutre la salute delle isole. Quando le Orcadi, sedotte dai tesori della tecnologia e da una fede ingenua nel progresso, perdono il contatto con lo spirito vivo di Magnus, si svuotano di energia spirituale e vivono in modo inautentico.
Ecco perché La croce e la svastica inizia e finisce con uno sguardo rivolto alla gente comune, testimone impotente del declino e della caduta delle Orcadi. In un’epoca in cui il senso di comunità è andato perduto, la loro sofferenza e le loro relazioni diventano una sorta di commento agli eventi narrati. La continua interruzione dei ritmi agricoli da parte di mercenari violenti che distruggono ogni cosa abbassa il morale dei contadini ma pure dei vagabondi, costretti a vivere con le poche cose che la terra e il mare offrono loro. Solo la sottomissione di Magnus alla divina provvidenza può porre fine a una situazione così terribile: come ricorda il vescovo William a un gruppo di proprietari terrieri che si rivolgono a lui per chiedere aiuto, senza Dio gli uomini non possono realizzare nulla di duraturo; senza un vero sacrificio, la pace è una parola priva di significato. E alla fine del romanzo, il vescovo stesso si rende conto, dopo un iniziale scetticismo, che Magnus era davvero un santo.
Queste considerazioni su Magnus hanno portato Brown ad adottare stili diversi e una narrazione frammentaria, di stampo modernista, strutturata in otto capitoli di diversa lunghezza che descrivono altrettanti episodi significativi della vita del santo, che avvengono a distanza di diversi anni l’uno dall’altro.

Il romanzo è tecnicamente impressionante; soprattutto per il modo con cui Brown rende affascinante la sua visione degli eventi per i lettori moderni. Ne è un esempio la descrizione della morte di Magnus, uno dei passaggi maggiormente presi di mira dai critici. Oltre ai continui cambiamenti di stile che vanno dalla saga al giornalismo moderno, la scena del martirio si sposta bruscamente in un campo di concentramento nazista, quando il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer viene giustiziato (come Brown spiegò nella sua autobiografia, «la verità dev’essere che tali incidenti non siano isolati eventi casuali nel tempo, ma siano ripetizioni di qualche schema archetipico»).
In generale, Magnus è deliberatamente separato dagli altri personaggi del romanzo. È stato messo sulla terra per uno scopo divino. Sebbene anch’egli debba acquisire il controllo della propria anima, affrontando tentazioni comuni a tutti gli uomini – lussuria, accidia, desiderio di potere, ecc. – la sua mente e il suo cuore sono sempre proiettati verso il Cielo. Ciò è dimostrato anche dal fastidio che nutre per il proprio nome, che significa “grande”, consapevole che le Orcadi sono da tempo malate a causa di troppe persone che hanno come unico obiettivo la gloria terrena.
Fin da piccolo, si dimostra diverso dal cugino e dagli altri compagni di studio del monastero, tanto che un giorno si prende cura di una foca ferita donandole del pesce. Non è solo un atto di carità, ma è anche una testimonianza di quell’amore tipicamente francescano per tutte le creature. Ancora, qualche anno dopo, Magnus partecipa alla battaglia di Anglesey Sound tra le navi del re di Norvegia, su cui è imbarcato, e quelle del conte di Shrewsbury. Tutti combattono coraggiosamente, tranne lui, che preferisce invece recitare salmi sul ponte della nave, incurante del pericolo. Allo stesso modo, dopo la vittoria norvegese, Magnus cura i feriti invece di festeggiare con il re e i suoi uomini.
Ma è solo con il suo matrimonio con Ingerth, mai consumato, che inizia a rendersi conto del piano che Dio ha per lui. In ciò è aiutato da un angelo chiamato il Custode del Telaio, il quale dice a Magnus che deve prendere il telaio dello spirito e tessere una veste immacolata, cioè la Veste Senza Cuciture della santità. Da questo punto il romanzo si trasforma in una meditazione sulla parabola del banchetto nuziale (Mt 22) che, come sottolinea Brown, è «quella parabola in cui Cristo paragona il regno celeste a una festa di nozze, e come sia bene per un ospite indossare alla festa il suo abito migliore per timore che, indossando un abito indegno, sia svergognato e gettato nelle tenebre». La veste senza cuciture della santità è quindi la veste adatta a una simile occasione, e l’intera vita di Magnus si trasforma in una sua ricerca.

In verità nel romanzo non si accenna a una ma a tre vesti, e Brown è piuttosto esplicito sul loro simbolismo. La prima è la veste di tutti i giorni: «Siamo tutti un popolo. Siamo tutti uniti, siamo tutti un indumento unico. Prete, contadino, signore, stagnino, conte, siamo tutti intrecciati insieme in una sorta di vestito». La seconda è lo stemma di stato che il conte delle Orcadi indossa nelle occasioni ufficiali e che simboleggia una società unita. La terza, come scrive Alan Bold, «è la veste senza cuciture della santità, il camice bianco dell’innocenza, la veste immacolata. Indossarla significa diventare simili a Cristo e sacrificarsi».
Non a caso, nel capitolo più importante, intitolato L’assassinio, si dedica maggiore spazio alla descrizione della messa a cui Magnus assiste che alla sua esecuzione. La messa è importante perché rinnova il sacrificio di Cristo sull’altare. Non si tratta solo di un simbolo astratto, ma di un sacramento, qualcosa che ha a che fare con i sensi. Ricorda ai fedeli che Cristo è sempre al loro fianco e che, come San Magnus e molti altri santi, c’è sempre qualcuno disposto a dare la vita per la salvezza degli altri. La messa è anche la conferma che la morte non è la fine ed è sempre seguita dalla resurrezione.
Significativamente, La croce e la svastica non si conclude con la morte del santo, ma con il suo primo miracolo, quando restituisce la vista a una vagabonda. Magnus «era ora in due posti contemporaneamente. Giaceva con una terribile ferita al volto nella chiesa di Birsay, luogo del suo inizio e della sua fine, della sua nascita e del suo sepolcro. Era anche pura essenza in un’altra dimensione, un custode dei tesori della carità e della preghiera, un guardiano. Questo spirito vivido e profumato era ovunque e sempre, ma soprattutto nell’isola della sua infanzia».


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