Nel Mattutino della Sesta Domenica dopo Pentecoste la Chiesa Romana legge il seguente passaggio dell’«Apologia David» di sant’Ambrogio.
Quante volte ciascuno di noi pecca ogni ora! Eppure, non tutti tra la gente comune pensano di dover confessare il proprio peccato. Quel re, tanto grande e potente, non sopportò di trattenere nemmeno per un istante la consapevolezza della sua colpa; ma, con una confessione pronta e un immenso dolore, rese conto per il suo peccato al Signore. Chi potrei mai trovare oggi, onorato e ricco, che, se accusato di qualche colpa, non la sopporti con fastidio? Ma egli, illustre per il suo potere regale, approvato da tanti oracoli divini, quando fu rimproverato da un uomo comune per aver gravemente peccato, non si indignò e non fremette, ma confessò e gemette per il dolore della colpa. Infine, il Signore fu mosso dal dolore del suo intimo affetto, tanto che Natan disse: “Poiché ti sei pentito, il Signore ha perdonato il tuo peccato”. La prontezza del perdono, dunque, dichiarò che il pentimento del re era stato profondo, tale da cancellare l’offesa di un errore così grande. Altri uomini, quando vengono rimproverati dai sacerdoti, aggravano il loro peccato, e desiderano negarlo o difenderlo; e lì il loro errore è maggiore, dove ci si aspetta una correzione. I santi del Signore, invece, che desiderano portare a termine la pia battaglia e correre la corsa della salvezza, se mai per caso siano caduti come uomini, più per fragilità della natura che per brama di peccare, risorgono più ardenti a correre, combattendo in riparazione, con lo stimolo della vergogna, battaglie maggiori; così che la caduta non solo non ha recato alcun impedimento, ma ha anche accresciuto gli stimoli dell’avanzata. David peccò, come sono soliti i re; ma fece penitenza, pianse, gemette, cosa che i re non sono soliti fare. Confessò la sua colpa, implorò l’indulgenza, prostrato a terra deplorò la sua fragilità, digiunò, pregò, trasmise la testimonianza della sua confessione ai secoli futuri, manifestando il suo dolore. Il re non ebbe vergogna a fare ciò di cui si vergognano i privati: fare la confessione dei peccati. Coloro che sono soggetti alle leggi osano negare il loro peccato, si sdegnano di chiedere l’indulgenza, che chiedeva colui che non era soggetto ad alcuna legge umana. Che abbia peccato, è prova della condizione umana; che abbia supplicato, è prova della correzione. La caduta è di tutti, ma la confessione è di pochi. Cadere nella colpa, dunque, è proprio della natura: lavarla è proprio della virtù.
🔴Davide e Isaia scrivono i dettagli della passione di Cristo 1000 e 700 anni prima della Sua nascita
🔴L’eccellenza di David secondo Petrarca

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