Elisabetta (Saragozza, 4 gennaio 1271 – Estremoz, 4 luglio 1336), nacque da Pietro III di Aragona e Costanza II di Sicilia e fu regina consorte di Portogallo in quanto moglie del dissoluto Dionigi III. Donna forte, terziaria francescana, rifulse per spirito di preghiera e pazienza e per l’amore verso i poveri. Venerata subito come santa dal popolo, anche in ragione della frequenza dei miracoli ottenuti per sua intercessione, Leone X ne dispose la beatificazione nel 1516. Urbano VIII, coronando una serie di pronunciamenti in favore del culto di Elisabetta promulgati dai suo predecessori a partire da Paolo IV, la canonizzò solennemente il 24 giungo 1625. Questo Pontefice ne compose anche l’ufficio e l’orazione propria, in cui la santa viene detta ornata della “prerogativa di sedare il furore della guerra”. Questa affermazione si basa sui seguenti episodi storici che ricaviamo dalla bolla di canonizzazione pubblicata da Benedetto XIV nel 1742.
«La mente della piissima Regina fu colpita da non minore dolore e tristezza a causa dei dissidi sorti tra le persone a lei più care e importanti. Ma anche in questo è grande per la sua serva colui il cui nome è Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace, poiché seppe mostrarsi così forte tra animi discordi da disprezzare fatiche, afflizioni ed estremi pericoli della vita per la loro salvezza; così mite da lenire con le sue parole i cuori esasperati dai morsi dell’ira; così prudente e pacifica da ricondurre alla pace e alla concordia coloro che erano divisi da un odio inconciliabile. Per prima cosa, l’amatissima Regina, dedita alla pace, represse e risolse la grave discordia, o piuttosto la guerra aperta, sorta tra il Re Dionigi e suo fratello Alfonso, con le truppe radunate da entrambe le parti e l’intera Lusitania divisa in fazioni opposte. Lo fece con preghiere rivolte a Dio, con l’aiuto dei sacri Vescovi e dei Principi, e infine con le sue frequenti esortazioni e suppliche rivolte a entrambi. In seguito, non con minore cura e impegno, si adoperò per richiamare le armi già sollevate dal Re Dionigi contro il giovane Ferdinando, Re di Castiglia, e i suoi tutori. Poi, per mezzo suo, furono pacificate le gravissime dissensioni di altri Principi imparentati, che sembravano destinate a portare mali rovinosi a tutta la Spagna. Ma nessuna pace fu più illustre e necessaria di quella conciliata da Elisabetta quando Dionigi e il figlio Alfonso intrapresero tra loro guerre più che civili. Indignato Dionigi per la contumacia del figlio, che, circondato da bande di malfattori, disprezzava l’autorità e l’impero del padre, e minacciava di scacciarlo dal regno, decisero di sopprimerlo all’improvviso. Furono quindi posti dei custodi su tutte le strade affinché nessun messaggio di pericolo giungesse ad Alfonso, e fu Dionigi ordinò che soldati armati e rapidi partissero rapidamente con lui per infliggere aspre punizioni al figlio. Ma Elisabetta, informata della cosa da messaggeri inviati per vie diverse, significò al figlio quanto pericolo corresse e lo ammonì a evitare l’ira del padre. Ella intanto con preghiere e lacrime implorava Dio di allontanare un così grande male dal marito, dal figlio e dal Regno. Fu così che, grazie alla sua diligenza e pietà, il figlio, allontanatosi dal luogo dove doveva essere sorpreso, provvide alla sua salvezza. Sua madre, alla quale egli si era recato per ringraziarla di un così grande beneficio, cercò di mitigare il suo animo ostinato verso il padre con ammonimenti e preghiere. Ma egli, lungi dal migliorare, cominciò a preparare una scellerata guerra contro il padre, il quale, mosso dall’indegnità di tale azione e stimolato dai consigli altrui, cercava ogni via per vendicare l’empietà del figlio. Queste cose esacerbavano l’animo di Elisabetta, che umilmente e assiduamente pregava Dio per una mente più mite del marito e un animo più sano del figlio. Accusata poi da Dionigi di eccessiva carità verso il figlio e di indulgenza femminile, le furono tolti i castelli e quasi tutti i beni, affinché non potesse in alcun modo aiutare il figlio, e fu consegnata alla custodia libera, con l’ordine di non allontanarsi dal luogo stabilito. La piissima Regina sopportò con animo sereno l’indegna calunnia, né si lamentò del duro dominio del marito, ma obbedì immediatamente e placò le lamentele degli altri che protestavano. Intanto Alfonso, nell’espugnare e ridurre sotto il suo potere le città, e Dionigi nel distruggere e abbattere quelle che si erano sottratte alla sua autorità, entrambi in Lusitania devastavano miseramente ogni ricchezza. In quel tempo, la beata Regina, avendo convocato a sé tutte le donne più religiose, era interamente dedita con loro a digiuni, preghiere, lacrime e altre opere pie per implorare Dio, che comanda ai venti e al mare ed essi gli obbediscono, affinché con l’aiuto divino placasse la terribile tempesta che portava con sé un’enorme rovina. Appena seppe che la guerra si era fatta violenta e la la situazione infiammava di giorno in giorno, né poteva essere spenta se non con il sangue del marito o del figlio, la strage dei cittadini e la distruzione delle città, ella non poté trattenersi dal volare dalla sua cella monacale con ali di carità verso gli accampamenti. Implorò il marito, scongiurò il figlio, agì con entrambi personalmente e tramite i Principi, affinché il figlio fosse ristabilito nella grazia del padre. Per dono di Dio fu concesso ciò che la pietà di Elisabetta desiderava; ma quella concordia non durò a lungo. Infatti, mentre Alfonso, contro la volontà del padre, tentava di avvicinarsi alla città di Santarem con l’esercito schierato, Dionigi gli andò incontro con il suo esercito. Così il padre aveva già diretto le schiere armate contro il figlio, era stato dato il segnale di guerra da entrambe le parti, i soldati si scontravano da entrambi i lati con armi imparentate, si era arrivati alle mani, quando Elisabetta, dimentica di sé, preoccupata solo della salvezza delle anime, senza il seguito delle ancelle, senza ornamenti, accorse rapidamente, si interpose tra il marito e il figlio, non spaventata dai dardi lanciati da una parte all’altra, non trattenuta dal pericolo della sua vita. Rese il figlio obbediente al padre con esortazioni, e il marito placato verso il figlio con suppliche; restituì a entrambi la vita, a entrambi la salvezza, operando il Signore e parlando ai loro cuori, mentre risuonavano le parole della sua Ancella. […] Giunse alle sue orecchie che Alfonso, suo nipote, Re di Castiglia, era legato da una relazione con un’altra donna. Senza indugio si recò da lui, e tanto ottenne con la sua presenza e le sue parole da ricevere da lui la promessa di vivere in modo più onesto in futuro. Essendo sorto un grave dissidio tra lo stesso suo nipote Alfonso e suo figlio Alfonso, la discepola del Re pacifico e celeste si recò per sedare le discordie sorte nella città di Évora, chiamata Estremoz, dove allora si trovava il figlio con la consorte, ma in parte per la debolezza dell’età, in parte per la stanchezza del viaggio, cadde malata, e quella fu la sua ultima malattia».
Preghiera della messa di Sant’Elisabetta del Portogallo:
- Clementíssime Deus, qui beátam Elisabeth regínam, inter céteras egrégias dotes, béllici furóris sedándi prærogatíva decorásti: da nobis, ejus intercessióne; post mortális vitæ, quam supplíciter pétimus, pacem, ad ætérna gáudia perveníre. Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum. Amen.
- Dio clementissimo, fra le altre doti ornasti la beata regina Elisabetta della prerogativa di calmare la furia bellica; concedici per sua intercessione che, dopo la vita mortale nella pace che ardentemente ti domandiamo, possiamo raggiungere l’eterna gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.



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