di Piergiorgio Seveso
Prima della morte di Jorge Mario Bergoglio avevo promesso una breve serie di bozzetti dedicati ai nostri avversari storici: il primo di questi ritratti intitolato Il sofisma dei prudenti ed era dedicato alla variegata galassia “conservatrice” con la quale siamo mescolati nel grande calderone delle chat e dei social. Beninteso, siamo mescolati come potrebbe esserlo l’acqua con l’olio: senza reali commistioni ma guastando generalmente il composto che diventa un inconcludente e verboso guazzabuglio dottrinale.
Poi venne il giorno fatale e si entrò in una vertiginosa emergenza, quelle delle speranze, delle chimere, delle straboccanti illusioni e severe disillusioni. Si dovette per forza lasciare la normale quotidianità dell’apostolato (o, se preferite della contro-cultura e della contro-formazione cattolico-integrale) per rintuzzare gli entusiasmi pre e post conclave, bagnare le polveri leonine, confortare i dubbiosi, confermare gli incerti, ammonire gli sconsiderati, rinvigorire i pavidi.
Nulla è cambiato ad ora, la Rivoluzione continua e noi possiamo tornare a dedicarci alle consuete occupazioni integriste, riprendendo il filo di discorsi interrotti. Come una bacinella di acqua stagnante, anche il conclave del 2025 ha dato qualche scossone al sedeimpeditismo e ai tardi epigoni del benedettismo vedovile ma poi l’acqua verdognola è tornata a stagnare nella medesima composizione e conformazione.
Sembra ieri che taluno guardava a questo mondo come a dei “compagni che sbagliano”, a dei “tradizionalisti” in comunione imperfetta, a degli antimodernisti ludici ed eccentrici, a dei “compagni di strada” da meglio indirizzare. Sono stati gli anni in cui il Bergoglismo trionfante e poi tramontante ci ha fatto illudere sull’ingresso di nuovo “sangue fresco” nelle nostre cappelle, nei nostri anfratti e nelle nostre ben arredate catacombe.
Non era sangue fresco bensì, salvo apprezzate eccezioni, sangue infetto: infetto da tutti i cascami soggettivistici della contemporaneità ecclesiale e sociale, da tutti i proto e neomodernistici assiomi che la nostra mente potesse concepire, da tutte le fumisterie d’oppio delle “apparizioni” mariane più discusse e discutibili, dai nuovi “carismi” che si sostituiscono a magistero e gerarchia. I caporioni, le guide, gli ispiratori chiassosi e verbosi ci hanno dato amplissimo saggio in questi anni di come, per confermare le loro tesi, buttassero a mare con un click TUTTE le battaglie che i cattolici integrali hanno condotto in questi decenni contro la “rivoluzione conciliare”.
Il solo contatto fisico con chi rigettava Dignitatis Humanae, Nostra Aetate, Gaudium et Spes e Lumen Gentium o contro chi non incensava i vitelli d’oro del “papato conciliare” (sia esso in salsa polacca, bavara o argentina) produceva repellenza, isterismi fanciulleschi e muliebre grida da baccanti del ratzingerismo. L’attualità deformata ignorava la storia, la necessità di “risolvere la crisi” eludeva ogni forma di approfondimento sulla crisi stessa, la “nuova verità scoperta” produceva un piccolo esercito di impestanti cavallette, di querule perpetue del sede-impedismo, di missionari condominiali che, come le arpie, si avventavano su ogni discussione, ora impedendola, ora degradandola.
Per chi come me ha sempre portato avanti posizioni e analisi radicali sulla “crisi del 1958-62-65”. tutto questo agitarsi maniacale e ossessivo aveva certamente l’apparenza di una sinistra caricatura, di una riproposizione farsesca di ben più nobili battaglie ma era anche un severo monito a distinguerci per contenuti, stile, modi e silenzi da una tal “massa cristiana”, certamente scusabile per il generale analfabetismo teologico e per il deserto ecclesiale ma non meno perniciosa per la società (sul modello delle più sgangherate eresie antisociali del medioevo).
L’elezione di Leone XIV ha quindi “bagnato” le polveri e le micce anche di questo desolato e gracchiante sotto-mondo, ora diviso in una ridda di posizioni diverse e contraddicentesi a vicenda, ora proiettato verso tappe estreme di neo-avventurismo che lo rendono molto vicino agli “ingloriosi” conclavisti di ieri e di oggi (anche se l’“assemblea per l’elezione papale” da cabina telefonica, svoltasi a Roma qualche anno fa rimane al momento ineguagliata).
In certis unitas, in dubiis libertas (che non è liberalismo), in omnibus charitas (anche verso chi ha scelto di porsi fuori da qualsiasi percorso restaurativo dell’unità e della dottrina della Chiesa cattolica). Da parte nostra rimane soddisfazione agrodolce di non aver mai portato acqua o fornito sponde a chi conduce con il piffero magico verso il mare del Nulla.
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