Il 30 settembre 1880 Leone XIII pubblicò l’enciclica “Grande munus” sui santi Cirillo e Metodio, Apostoli degli Slavi, uno delle tante manifestazioni del suo zelo nella causa dell’Unione dei cristiani d’Oriente con la Chiesa Romana. L’anno dopo 1300 rappresentanti di quei popoli vennero pellegrini a Roma per “vedere Pietro” (come dice san Paolo), vivente e regnante in Leone XIII. Così il 5 luglio, guidati dai loro Vescovi, Polacchi dell’Austria e della Russia,Ruteni della Gallizia, Bosniaci, Erzegovini, Boemi, Moravi, nativi della Dalmazia e della Carniola, Bulgari, Cechi, Sloveni, Macedoni, Bulgari e nativi della Rumelia, furono ricevuti in Vaticano. Ad essi papa Pecci, dopo aver ascoltato le parole di mons. Josip Juraj Strossmayer, Vescovo di Bosnia e Sirmio, rivolse la sua parola, quindi ammise tutti (tutti e 1300) al bacio del piede.

Diletti Figli,
Roma, capitale del mondo cattolico, dopo avervi bramosamente aspettato, oggi vi abbraccia, e di questo numeroso vostro concorso il Nostro cuore paterno si esalta e giubila per modo che Ci pare di poter veracemente ripetere di voi ciò che un di l’Apostolo S. Paolo ebbe a dire rispetto al suo Tito: Iddio ci ha consolato nella vostra venuta. Sin dai primordi del Nostro Pontificato al vedere la Chiesa di Gesù Cristo per molte cagioni crudelmente afflitta in mezzo ai popoli a Noi più vicini, e tornandoci soverchiamente dolorosa quella vista, Ci piacque volgere verso l’Oriente il Nostro sguardo, desiderosi di trovar colà nelle rimembranze del passato qualche argomento di conforto e di lieta speranza per l’avvenire. Ora per benigna disposizione di Dio, appunto il giorno di oggi Ci viene a porgere una parte, né certo infima, di quelle consolazioni che allora togliemmo a cercare in mezzo a voi. Imperocché Ci sono ben noti, diletti Figli, i vostri intendimenti; osserviamo e ponderiamo come meritano quella pietà e quella fede, che da si remote e disparate regioni qua vi addussero di concorde proposito a fin di rendere alla pochezza Nostra, e alla sovrana altezza della Sede Apostolica i vostri omaggi. Nel qual fatto non solamente si palesano i lodevoli sentimenti di ciascun di voi, ma si scorge altresì una prova di quella meravigliosa e divina unità della Chiesa, della quale voi, Venerabile Fratello, avete poc’anzi secondo verità e con eloquenza ragionato. Poiché fu Gesù Cristo che strinse e suggellò col suo sangue la universale fratellanza dell’uman genere, e tutti coloro che erano per credere in Lui raccolse come in una sola famiglia, che è la Chiesa, coordinando le intelligenze e le volontà di tutti a tal perfezione di concordia, da dover riuscire una cosa sola fra di loro, come una cosa sola sono Esso e il Padre. All’uopo di tutelare siffatta unione, conferì il primato pontificio a San Pietro Principe degli Apostoli; e comandò che ne venisse trasmesso ai Romani Pontefici successori di Lui, affinché rimanendo le membra al Capo visibile della Chiesa debitamente congiunte, si diffondesse la vita per tutto il corpo della gran famiglia cristiana: vita, il cui beneficio voi, diletti Figli, dopo Dio, dovete riconoscere dai santi Cirillo e Metodio vostri comuni Apostoli. Essi in fatti nel nono secolo, allorché il nome Slavo incominciava a venire in maggior fama avendo con incredibile carità consacrato pienamente se stessi alla coltura spirituale de’ vostri maggiori, non andò guari che li ebbero mercè il Vangelo rigenerati in Gesù Cristo. In tal guisa conseguirono quei popoli la ventura di vedersi uniti a questa Sede Apostolica, cioè a quella pietra la quale volle Gesù Cristo che fosse il fondamento della sua Chiesa, l’incrollabile riparo contro tutti gli assalti degli uomini e di Satana. Fra gli Slavi e questa Sede di San Pietro si stabilirono allora intime attinenze e quella reciprocanza di officii, la cui memoria torna gratissima al pensiero, massime in questo giorno e alla vostra presenza. In fatti i due santi fratelli qui in Roma resero conto dell’Apostolico loro ministero; qui, presso la tomba dei Principi degli apostoli, affermarono con giuramento l’integrità della fede loro, qui conseguirono la dignità e la consecrazione episcopale. Metodio con lettere sommamente onorifiche fu raccomandato dal Pontefice di Roma; e per l’autorità e con gli auspicii del Pontefice medesimo tornò in Moravia insieme a sacerdoti ed a Vescovi destinati ad aiutarlo nell’ amministrazione spirituale dei vostri paesi. Cirillo inaugurò l’apostolica carriera col discoprimento delle sacre spoglie di San Clemente I, Nostro predecessore, ignorate sin allora da quei di Cherson: le quali poi con gelosa venerazione custodite volle che gli fossero compagne da per tutto insino a Roma. E come anche voi, Venerabile Fratello, dianzi voleste ricordare, non fu un avvenimento fortuito che egli morisse in quest’Alma Città, e cosi Roma sortisse l’onore di possedere insieme i sacri avanzi di Cirillo e Clemente come stretti in un medesimo amplesso. Grandi Apostoli della fede cristiana ambedue, riposando da secoli l’uno presso l’altro nella pace di Cristo, ei par che vogliano far intendere ai tardi lor posteri, che stretta e perpetua deve essere l’unione degli Slavi colla Santa Chiesa di Roma. Bei frutti di questa intima unione presto germogliarono non solo a grande utilità pubblica, ma altresì a personale vantaggio dei vostri medesimi Apostoli. Poiché, quando ad essi intervenne, ciò che sovente interviene a chi si pone a grandiose imprese, d’incontrar contrasti e varie accuse, furono opportunamente sostenuti dalla Santa Sede, e particolarmente trovarono favore e difesa nei Papi Nicolò I, Adriano II e Giovanni VIII. I successivi Pontefici Nostri predecessori le più amorevoli sollecitudini mostrarono sempre a favore degli Slavi; e la vostra storia ha registrato in qual misura l’azione del Pontificato Romano valse a proteggere presso di voi non solo la religione, ma altresì la pubblica prosperità. E questo che suole accadere sempre per la necessaria influenza che esercita la Religione sui costumi e sulla vita dei popoli, più chiaro ed aperto che mai si vide nel caso de’ padri vostri. I quali, mercè le apostoliche fatiche di Cirillo e Metodio, acquistarono non pure la fede cristiana, la quale però è il massimo dei beni, ma eziandio la forbitezza de’ costumi e il vivere civile. Né scarsi titoli alla vostra gratitudine sono per i vostri Apostoli l’aver inventato l’alfabeto Slavo, voltato nell’ idioma volgare gran parte della Sacra Bibbia, ordinato la liturgia secondo l’indole particolare della nazione. Per le quali cose il nome di Cirillo e Metodio suonerà sempre caro e venerato nella Moravia, in Boemia, nella Croazia, presso i Bulgari, i Polacchi, i Ruteni e tutti gli Slavi dall’Adriatico insino ai lontani campi di Novgorod. Se adunque la comunione colla Chiesa Romana offre tante guarentigie di salute e tanta speranza di beni inestimabili, fate ogni sforzo, diletti Figli, perché tale unione rimanga durevole presso di voi, e si renda ogni giorno più salda. Con preghiera unanime imploriamo dai SS. Cirillo e Metodio che vogliano benignamente proteggere dal Cielo i popoli Slavi, impetrando da Dio perseveranza agli uni, lume agli altri, e accesa nei cuori la carità scambievole tengano lontano dall’eredità del Signore le inimicizie, le rivalità, i rancori. Soprattutto tengano raccomandata a Dio quella poderosissima nazione, la quale gli onora come Apostoli suoi, ma sciolse i vincoli che per opera dei medesimi Apostoli a San Pietro ed alla Chiesa Romana la tenevano unita. Ristabilita la concordia nella professione della medesima fede, e salvi i diritti delle singole nazionalità, si potrà finalmente allora porre gran fiducia nella valorosa opera vostra per la propagazione del regno di Dio sulla terra; poiché la stirpe Slava pare per divino consiglio riservata a particolari destini. Del resto, diletti Figli, tornate felicemente alle patrie vostre: dite ai vostri fratelli quel che avete veduto, quel che avete udito in Roma. Siate loro testimoni che la paterna Nostra benevolenza abbraccia tutta quanta la grande e generosa famiglia delle genti Slave; rispetto alle quali il voto più ardente del Nostro cuore si è, che rimangano fortemente, invincibilmente fedeli alla Chiesa Cattolica, e che neppure uno vada errando fuori di quest’ Arca santissima, nella quale chi non si trova accolto, per usare la sentenza del vostro San Girolamo, perirà durante il diluvio. Recate ai medesimi la Benedizione Apostolica, auspice de’ celesti favori, la quale a voi tutti qui presenti, e ad essi affettuosamente impartiamo nel Signore.

da Discorsi del sommo pontefice Leone XIII, Vol. I, Roma, 1882, pp. 442-446


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