Il New York Post è il celebre quotidiano fondato nel 1801, sesto negli USA per tiratura (attualmente nel gruppo News Corp di Murdoch). Sul blog gestito dalla testata, Casey Luskin – associate director del Discovery Institute Center for Science and Culture – ha lanciato una serie di circostanziate accuse sulle mistificazioni neodarwiniste ormai screditate, ma promosse con denaro pubblico.

L’obbiettivo primario (però non esclusivo) è la narrazione che la Smithsonian Institution fa delle somiglianze genetiche tra l’uomo e le scimmie, ovvero una delle tante icone cadute nella narrazione materialista-evoluzionista (vedere: L’1% di differenza tra DNA umano e quello degli scimpanzé? Persino tra gli evoluzionisti si abbandona la vecchia storiella).

Per inquadrare il ruolo della Smithsonian può bastare la definizione che ne dà Wikipedia, ovvero “un’organizzazione di istruzione e ricerca con annesso un importante museo, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti. Fondata durante la presidenza di James Knox Polk, la sede principale si trova a Washington, ma gestisce 19 musei siti negli stati di New York, Virginia, Panama e altri. Ha circa 142 milioni di pezzi nelle sue collezioni. Questi numeri fanno della Smithsonian Institution il più grande complesso di musei al mondo”.

Di seguito la traduzione di un ampio estratto dell’intervento di Luskin:


L’amministrazione Trump ha recentemente criticato lo Smithsonian Institution per aver promosso “narrazioni politiche unilaterali e divisive”, portando il senatore repubblicano Jim Banks la scorsa settimana a presentare un disegno di legge che proibisce allo Smithsonian di promuovere l’ideologia woke, come riportato in esclusiva dal Post.

Ma la storia americana non è l’unico ambito in cui lo Smithsonian, con un’aspra ideologia da difendere, promuove la disinformazione. La Hall of Human Origins del National Museum of Natural History distorce enormemente le prove scientifiche sull’evoluzione umana, cercando di convincere i visitatori che non c’è nulla di speciale in noi come esseri umani.

“C’è solo circa l’1,2% di differenza genetica tra gli esseri umani moderni e gli scimpanzé”, inizia la mostra, con grandi foto di un essere umano e di scimmie antropomorfe. “Voi e gli scimpanzé [siete] geneticamente simili al 98,8%.”

Senza dubbio avrete già sentito questa statistica, perché molti divulgatori scientifici affermano la stessa cosa.

Eppure è noto da anni che questi numeri sono imprecisi. Grazie a un rivoluzionario articolo pubblicato ad aprile sulla rivista Nature, sappiamo quanto si sbagliano.

Per la prima volta, l’articolo riporta sequenze “complete” dei genomi di scimpanzé e altre scimmie antropomorfe, ricavate da zero. Confrontandole con quelle umane, scopriamo che i nostri genomi differiscono geneticamente da quelli degli scimpanzé per circa il 15%. Ciò significa che le vere differenze genetiche tra umani e scimpanzé sono oltre 10 volte maggiori di quanto ci dica lo Smithsonian.

Il museo distorce le origini umane anche in altri ambiti. Ancora una volta, lo scopo è quello di sminuire l’eccezionalità dell’uomo in natura.

La sala fossile dedicata alle origini umane del museo afferma che l’antica specie Sahelanthropus tchadensis fosse un “uomo primitivo” che camminava “su due zampe”. Ma i principali paleoantropologi contestano fermamente questa affermazione.

Un articolo di Nature ha scoperto che “il Sahelanthropus era una scimmia antropomorfa” e molte caratteristiche “collegano l’esemplare agli scimpanzé, ai gorilla o a entrambi, escludendo gli ominidi”.

Un articolo del 2020 sul Journal of Human Evolution ha dimostrato che il femore del Sahelanthropus era simile a quello di un quadrupede simile allo scimpanzé: in altre parole, non camminava eretto e non era un antenato umano.

Analogamente, la mostra “Human Origins” presenta gli australopitechi simili a scimmie come “primi esseri umani” che camminavano eretti “a terra”, proprio come noi. Alcuni paleoantropologi concordano.

Ma altri scienziati sono fortemente in disaccordo, sottolineando che alcuni australopitechi mostravano prove di una camminata sulle nocche simile a quella delle scimmie e solo una limitata capacità di correre.

La loro capacità di camminare eretti era probabilmente più adatta a camminare sui rami degli alberi, non “a terra” esattamente come noi. Rimangono grandi interrogativi su come camminassero, e lo Smithsonian non accenna minimamente alla controversia scientifica.

Le ricostruzioni di ominidi del museo umanizzano anche le scimmie, scimmiottando al contempo gli esseri umani. L’Australopithecus afarensis (l’iconica “Lucy”) è raffigurato con lo sguardo pensieroso rivolto al cielo, mentre l’Australopithecus africanus è raffigurato sorridente, forse per l’osservazione ironica di un amico.

Eppure gli australopitechi avevano un cervello delle dimensioni di quello di uno scimpanzé, e non ci sono prove fossili che fossero capaci di pensiero astratto – o di umorismo. Dovremmo ricordare la dichiarazione del famoso antropologo di Harvard Earnest Hooton secondo cui “le presunte ricostruzioni di antichi tipi di uomo hanno pochissimo, se non nessun, valore scientifico e probabilmente non faranno altro che fuorviare il pubblico”.

La mostra dello Smithsonian fornisce anche un supporto scientificamente fuorviante all’idea che gli esseri umani si siano evoluti lentamente, affermando che “siamo diventati umani gradualmente”, proprio come immaginava Darwin, a partire dai “primati primitivi”. Ancora una volta, il risultato è quello di offuscare le distinzioni tra noi e le altre creature.

Eppure il grande biologo evoluzionista di Harvard, Ernst Mayr, ha riconosciuto che esiste un “ampio divario incolmabile” nella documentazione fossile tra gli australopitechi e i primi membri simili all’uomo del nostro genere, Homo. Per usare le sue parole, ci troviamo nella posizione di “non avere fossili che possano fungere da anelli mancanti”. […]


Sul tema della crisi dell’evoluzionismo materialista le Edizioni Radio Spada hanno pubblicato:

  1. Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato;
  2. Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago;
  3. Ritorno alle origini. Un punto di vista cattolico sugli inizi. Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago;
  4. L’uomo e la sua natura, Padre Angelo Zacchi O.P.;
  5. L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.

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