Molto volentieri riceviamo e pubblichiamo quest’interessante analisi del prof. Daniele Trabucco.


di Daniele Trabucco (Professore stabile di Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “san Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico nell’Universitá degli Studi di Padova)

Il grande Papa san Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, nel suo magistero intriso di vigore profetico e di profondità dottrinale, colse con lucidità l’inganno che si celava dietro il trionfo del principio democratico moderno. Egli non si oppose alla democrazia come forma di governo in sé, che la Chiesa ha sempre considerato compatibile con l’ordine naturale e divino se ordinata al bene comune; ma ne denunciò con forza la metamorfosi ideologica, la trasformazione in dogma secolare che, sottratto al vaglio della ragione e della fede, pretendeva di porsi come principio assoluto di legittimità. Il Papa vide che tale democrazia, così intesa, non era semplicemente un assetto istituzionale, bensì una concezione integrale della società, che rimuoveva il fondamento trascendente dell’autorità per sostituirvi la sovranità mutevole delle moltitudini. La critica si radica in un dato teologico e giuridico fondamentale: ogni autorità deriva da Dio, unico Signore e legislatore. Se questo principio viene negato, il potere civile si riduce a mero prodotto del consenso, destinato a cambiare con le passioni e i capricci della storia, incapace di garantire stabilità e giustizia.

La democrazia moderna, in quanto elevata a dogma, sovverte l’ordine naturale: dissolve la gerarchia delle cause, annulla la subordinazione dell’umano al divino, sostituisce alla regalità sociale di Cristo l’arbitrio impersonale della moltitudine. Papa Sarto comprese che qui non era in gioco la legittimità di un metodo di partecipazione, quanto l’essenza stessa della comunità politica, chiamata ad essere ordinata secondo ragione e non consegnata all’instabilità della quantità. Questo nucleo emerge con forza particolare nella Lettera Apostolica “Notre Charge Apostolique” del 25 agosto 1910, rivolta ai Vedcovi di Francia. In essa, condannando gli errori del movimento del Sillon, il Papa individua con precisione la radice del pericolo, ovvero che la democrazia cristiana non è e non può essere una forma politica particolare; essa è l’azione dei cristiani per rendere le istituzioni conformi alla legge naturale e divina. Denunciando lo slittamento operato dal Sillon, che faceva della democrazia un principio autonomo e assoluto, egli osservava con severità che tale via conduceva alla dissoluzione della società stessa, perché sostituiva all’autorità divina la sovranità della massa e alla fraternità cristiana una solidarietà puramente umana, incapace di fondamento ontologico.

Qui la diagnosi si fa apocalittica nel senso più teologico del termine: rivelazione del destino di un ordine che, rifiutando Cristo Re, si condanna a una crisi senza rimedio. La posizione del Pontefice non era né un riflesso di conservatorismo, né una mera difesa di istituzioni monarchiche ormai in crisi in quanto “infettate” dal “virus” rivoluzionario: era un richiamo all’ordine eterno che deve reggere ogni costruzione politica. La Chiesa non lega il suo insegnamento ad un’unica forma istituzionale, monarchia, aristocrazia, democrazia, tutte possono essere legittime se ordinate al bene comune e radicate nella legge naturale. Tuttavia, Pio X ammonisce che nessuna di esse può reggersi se non riconosce il primato di Dio come fonte dell’autorità. La democrazia ideologica, assolutizzata, pretende, invece, di emanciparsi da questo vincolo, di farsi autosufficiente, e per ciò stesso diventa un inganno: si proclama regno della libertà, ma in realtà riduce la libertà a puro arbitrio; si presenta come potere del popolo, ma si traduce in dominio di minoranze organizzate; si dichiara garante di giustizia, ma è incapace di radicarla in un criterio oggettivo. Quanto alla forma di Governo da preferire, san Pio X non prescrisse un modello astratto. La sua proposta non fu mai istituzionale in senso stretto, bensì teologico e filosofico: qualsiasi ordinamento politico, per essere giusto, deve riconoscere e incarnare la regalità sociale di Cristo. Ciò che emerge dalla sua visione è la necessità di un ordine organico e gerarchico, riflesso della struttura stessa del creato, in cui l’autorità sia servizio e partecipazione della legge eterna e in cui la libertà non sia rottura ma armonia.

In tale prospettiva, la monarchia cristiana temperata, unita alla rappresentanza organica dei corpi intermedi, al riconoscimento delle comunità naturali e alla subordinazione delle istituzioni alla legge divina, appare come la forma più idonea a esprimere l’equilibrio tra unità e partecipazione, evitando sia l’anarchia della moltitudine che l’arbitrio individuale. La vera alternativa che san Pio X ci consegna, dunque, non è fra monarchia e democrazia, bensì fra società che riconosce Cristo Re e società che Lo respinge. L’una è ordinata, gerarchica, armonica, perché radicata nella verità della natura umana e nella legge divina; l’altra è, viceversa, destinata al caos, all’instabilità, alla tirannia delle passioni e delle volontá contingenti. La sua denuncia resta di bruciante attualità: una democrazia senza Dio non è che un inganno e una società che pretende di edificarsi sulla sovranità delle masse si condanna a vivere senza ordine e senza giustizia. La forma politica, qualunque essa sia, non basta: soltanto la regalità sociale di Cristo, principio e fondamento di ogni legittimità, può garantire la solidità della civiltà.


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