di Luca Fumagalli

Già qualche anno fa, in un articolo dedicato al rapporto tra la narrativa di mons. Robert Hugh Benson e quella di Evelyn Waugh (QUI), si era accennato al fatto che Waugh scrisse nel 1956 una prefazione per la nuova edizione americana, targata Henry Regnery Co., de La storia dell’eremita Richard Raynal (The History of Richard Raynal, Solitary), un breve romanzo di Benson pubblicato per la prima volta cinquant’anni prima e che l’autore considerava il suo preferito (per inciso è stato anche il primo romanzo tradotto e dato alle stampe dalle Edizioni Radio Spada, ora purtroppo esaurito).

La vicenda, ambientata nel XV secolo, ha per protagonista il mistico eremita Richard Raynal, un giovane inviato da Dio ad annunciare al sovrano inglese, Enrico VI, una morte imminente tra grandi sofferenze, del tutto simile a quella di Cristo. Abbandonata l’umile dimora, Richard si mette dunque in viaggio e vive avventure straordinarie. La sua figura, modellata su quella del mistico Richard Rolle, è il prototipo della santità, di chi rinuncia a tutto per seguire la via del Signore.

Oltre a illustrare sinteticamente alcuni passaggi salienti della biografia di Benson e a fornire una breve sinossi del romanzo – giustamente considerato un unicum nella sua produzione, meno “propagandistico” e parzialmente influenzato dalla sventurata amicizia con lo scrittore Frederick Rolfe, in arte Baron Corvo – la prefazione di Waugh offre alcuni interessanti giudizi sia sul monsignore che sulla sua opera.

A proposito della complessa personalità di Benson, il passaggio forse più noto è quello in cui Waugh lo definisce «all’apparenza decisamente un esteta, ma la Chiesa cattolica lo stuzzicò poco dal punto di vista estetico.  […]. Quello che lui cercò e trovò nella Chiesa era l’autorità e la cattolicità». Selina Hastings, una delle biografe più importanti di Waugh, sostiene che tale descrizione potrebbe essere applicata anche a quest’ultimo; difficile dirlo, ma di certo i due condividevano una fede granitica. Quella di Benson, in particolare, «era una fede da fanciullo e completa, tranquillamente criticabile per un eccesso di ingenuità. Quando il domenicano che lo stava istruendo lo invitò a parargli dei suoi dubbi, non fu in grado di presentarne nemmeno uno. Non lo turbavano minimamente le obiezioni biologiche o archeologiche avanzate all’epoca, e neanche le specifiche critiche da parte anglicana».

Del resto il monsignore non era mai stato portato per lo studio approfondito o per le sottigliezze della teologia, tanto che «l’ingresso a Eton a dodici anni fu per lui l’unico successo accademico». La sua vivacità intellettuale era orientata piuttosto verso aspetti decisamente bizzarri o secondari, «come la natura degli spettri e l’immortalità dell’anima degli animali domestici».

Se Benson, prosegue Waugh, era un «uomo facilmente irritabile e molte cose gli davano sui nervi», allo stesso tempo, però, «non odiava nessuno, ma parecchie persone lo annoiavano e lo intimidivano. La sua personalità era il suo problema principale». Dotato di molti talenti, «sapeva che vi era solo una relazione di valore assoluto, ossia quella dell’anima con Dio», e una simile consapevolezza lo portava per primo a sminuire la portata dei propri libri. A chi gli domandava come mai non si impegnasse di più, il monsignore, riecheggiano un famoso paradosso chestertoniano, rispondeva che «ci sono molte cose che meritano di essere fatte, ma nessuna merita di essere fatta bene».

Ciononostante, quando era impegnato a scrivere un nuovo romanzo, Benson si dimostrava un lavoratore zelante, ma non considerava quella dello scrittore la sua vocazione: «una vita spesa alla ricerca della forma perfetta a suo parere era una vita spesa nella vanità. Una reputazione letteraria era solamente questione di rispetto umano. Operava senza alcuna preoccupazione per la posterità, come se il giorno del giudizio fosse imminente, usando tutti i suoi talenti con generosità per ricondurre quante più anime possibili tra i suoi vicini al loro vero fine in Dio». Di conseguenza, i suoi romanzi hanno finito per essere «solitamente visti come sane letture per fanciulli, e nulla di più».

In generale, a parere di Waugh, quella del monsignore era una natura conflittuale, caratterizzata da «un’indecisione a proposito della personale vocazione […] che è implicita nella maggior parte della sua narrativa». Benson, infatti, «si vide di volta in volta nei panni di un domenicano, di un benedettino, di un prete negli Stati Uniti, di un direttore spirituale specializzato in casi difficili, di un anacoreta, di un fondatore di una comunità pia di artisti laici. In ognuno dei suoi romanzi il lettore può intravedere quale lui pensava potesse essere il tipo che Dio stava cercando di fare di lui». In altri termini, non fu mai in grado di conciliare «la chiamata alla solitudine e alla contemplazione con quella a intervenire direttamente […] nella vita degli altri». Sicuramente non aveva una vocazione specifica alla povertà, anche se i lussi che si concedeva erano pochi. In linea con la mentalità vittoriana, era più che altro preoccupato di garantirsi entrate regolari, e con i soldi guadagnati poté comprarsi la pittoresca Hare Street House, che divenne «il suo eremo».



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