di Red.
C’è da dire subito una cosa: la tragicomica vicenda delle Drag Queen nella stessa sagra in cui il vescovo di Carpi (ed Arivescovo di Modena) guida una processione diventa un bruscolino in confronto a ciò che segue. Ma andiamo con ordine.
Agosto è stato un mese caldo in Vaticano. Non solo i casi eclatanti di Noi Siamo Chiesa e del messaggio di Leone XIV alla Settimana Ecumenica di Stoccolma (con tanto di ricordo di un “vescovo” luterano che si oppose alla Mortalium Animos di Pio XI) ma, qualche giorno fa, pure l’intervista al vescovo che celebrerà la messa per il giubileo LGBT. Pubblicata il 15 agosto sul sito Gionata.org – e passata un po’ in sordina – è un vero programma pastoral-dottrinale.
Mons. Francesco Savino è vescovo di Cassano allo Jonio (oltre che vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana) e, citiamo sempre dal sito appena menzionato, ha deciso “di accogliere la richiesta dell’Associazione La Tenda di Gionata nel presiedere la Santa Messa prevista per il prossimo 6 settembre 2025, presso la Chiesa del Santissimo Nome di Gesù, (spesso chiamata semplicemente Chiesa del Gesù), a Roma, come una delle tappe centrali del pellegrinaggio giubilare verso le Porta Santa dell’Associazione con i cristiani LGBT+, i loro familiari e gli operatori pastorali che gli accompagnano”.
Segue corposo dialogo tra il presule e gli autori del blog, in cui il vescovo dà luogo ad una serie di mirabolanti affermazioni che riportiamo:
Nel cuore pulsante dell’Eucaristia — che è il cuore stesso del Vangelo — nessuno è straniero, nessuno è escluso, nessuno è invisibile. Il pane spezzato sull’altare non conosce barriere di nascita, di lingua, di condizione sociale o di percorso di vita [nota di Radio Spada: almeno teniamo ferma la distinzione tra volontà positiva (lingua, colore della pelle) e permissiva (peccato) di Dio. Vero che l’Eucarestia non esclude nessuno per “percorso di vita” ma esclude chi quel percorso non lo vuole armonizzare con i comandamenti]: esso è dono totale, che si offre a ogni uomo e a ogni donna come segno tangibile di una misericordia più forte di ogni pregiudizio.
Celebrare la Messa con La Tenda di Gionata e con tutte le realtà che operano per la dignità e l’inclusione, significa incarnare — nella carne viva della comunità — la parabola del Buon Samaritano. Significa lasciarsi ferire dalla sofferenza e dalla solitudine dell’altro, piegarsi per fasciare le sue piaghe, e non limitarsi a guardare da lontano in nome di una religione puramente rituale.
L’Eucaristia, in questo senso, è un grembo materno che accoglie, e non un recinto che respinge; è casa dalle porte sempre aperte, dove la pietra d’angolo è l’Amore senza condizioni. È nell’incontro dei volti e nella condivisione del pane che la Chiesa ritrova la sua vocazione originaria: essere non fortezza per pochi, ma tenda per tutti, capace di abitare le periferie dell’anima e della storia.
Ecco perché questo momento non è soltanto una celebrazione liturgica: è un atto profetico [nota di RS: “atto profetico”? Addirittura], un segno che annuncia al mondo che nel Regno di Dio non esistono “ospiti” e “padroni di casa”. Esistono solo figli e figlie, convocati alla stessa mensa, trasformati dall’unico Amore che salva.
Dopo, se possibile, si va oltre:
Questa celebrazione si innesta come un filo d’oro nella trama viva della mia visione pastorale: una Chiesa che non solo apre le porte, ma si fa essa stessa strada per andare incontro. L’accoglienza inclusiva non è per me un gesto episodico, ma una postura del cuore e dello sguardo: è il respiro stesso del Vangelo, che riconosce in ogni volto un fratello, in ogni storia una pagina sacra degna di essere letta con rispetto.
Celebrare con La Tenda di Gionata significa rendere visibile e concreto ciò che credo con fermezza: che la comunità cristiana custodisce una sorgente capace di dissetare ogni assetato di speranza, bendare ogni ferita di dignità, tendere la mano senza chiedere biglietti d’ingresso, senza alzare muri invisibili di esclusione.
Non si tratta dunque di “ospitare” qualcuno nella casa del Signore, ma di riconoscere che tutti ne sono già abitanti a pieno diritto. [nota di RS: un diritto? In base a cosa? Se esiste un pieno diritto, che senso hanno i sacramenti in generale e la confessione degli adulti in particolare?]. L’Eucaristia, centro di questa celebrazione, diventa così non il premio riservato ai pochi, ma il pane di comunione che ricostituisce la famiglia umana dispersa […] [nota di RS: si fa confusione tra condizioni per accedere a un sacramento e – cosa che nessuno dice – sacramenti proposti come una Coppa UEFA domenicale]
Tralasciamo molto altro, ma c’è un passaggio che è bene riprendere. Oltre a diverse righe di introduzione, l’ultima – chilometrica – domanda dell’intervistatice si chiude così: “Quale contributo ritiene abbia avuto, quest’anno, il Sinodo italiano nel promuovere una maggiore attenzione e sensibilità verso l’inclusione di tutte le persone, compresa la comunità LGBT+, all’interno della vita della Chiesa cattolica? Non ritiene anacronistico che se ne debba ancora parlare, essendo, in primis, il messaggio evangelico, già per sua natura, promotore di concetti quali uguaglianza, libertà, rispetto, umanità, giustizia e amore?“
Estratto della risposta:
[…] Nella trama del Sinodo, la questione dell’inclusione – e in particolare dell’accoglienza delle persone LGBT+ – ha trovato uno spazio decisamente più ampio rispetto al passato: sono emerse proposte concrete, come l’istituzione di una giornata nazionale di preghiera sull’inclusione, la richiesta di reti di protezione e di campagne di sensibilizzazione contro discriminazioni e “terapie” dannose e, soprattutto, il passaggio da una pastorale “per” a una pastorale “con” le persone LGBT+, segno di una nuova consapevolezza ecclesiale.
Certo, il Sinodo non è stato esente da tensioni e resistenze: si è discusso animatamente, il confronto non è mancato, e il documento conclusivo ha rispecchiato sia i progressi, sia i limiti di un cambiamento ancora in atto. Tuttavia, quel che più conta è il soffio dello Spirito che ha smosso le acque, ricordando a tutti che la sinodalità autentica non può eludere la questione della dignità inviolabile di ogni persona, la chiamata evangelica ad abbattere ogni barriera.
La presenza di voci martellanti, soprattutto dalla base della Chiesa, che chiedono ascolto, uguaglianza e accoglienza universale — anche per le persone LGBT+ e per i loro genitori — dimostra che il seme evangelico della giustizia e dell’amore gratuito germoglia là dove la comunità si apre senza paura.
È anacronistico, dici bene, dover ancora ribadire ciò che il Vangelo proclama da sempre: la pari dignità, la libertà, il rispetto e la misericordia sono l’alfabeto nativo della vita cristiana. Eppure, il cammino della Chiesa, mentre si scontra coi limiti umani, è chiamato ogni giorno a rinnovare la sua alleanza con gli ultimi e con i feriti dalla storia […].
Che dire? Abbiamo concluso, Vostro Onore!
Solo una nota finale: l’intervista è del 15 agosto e da allora in Vaticano non sentono, non vedono e non parlano. Del resto la “restaurazione” continua.
Sipario.


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Imm. in ev. da gionata.org/pellegrinaggio
