Riprendiamo un passaggio di un Discorso dell’abate Giuseppe Cozza Luzi (Bolsena, 24 dicembre 1837 – Roma, 1º giugno 1905), dell’Ordine di San Basilio, Abate di Grottaferrata e Vicebibliotecario di Santa Romana Chiesa, pubblicato in “Palestra del Clero” del 14 settembre 1893.
Come già nell’universal caduta del genere umano fuvvi un Adamo padre ed un’Eva madre di tutti i figli infelici cosi nella universale ventura della rigenerazione, in certo qual modo, come abbiamo Gesù nostro divino riparatore, nuovo Adamo e padre di novella vita celeste: cosi abbiamo Maria, che seco lui cooperò a ridonarci alla vita perduta, anzi a vita migliore (Vedi VENTURA, La madre di Dio e degli uomini, ed il Card. DE CHAMPS, L’Eve nouvelle). Ed appunto per esser ella la nostra Eva, deve chiamarsi da’ suoi, anzi da tutti, come quella prima, e più veramente di lei la mater viventium, ossia la madre di tutti quelli che risorti dalla morte del peccato, ottennero di viver la vita di grazia, e di quella grazia, di che in tanta abbondanza il suo cuore materno addivenne tesoro. Che più? Sotto questo rispetto di corredentrice e madre di vita noi dobbiamo sempre meglio riconoscerci come veraci figli del cuor suo. Ed invero al dire del dottor Damasceno, Maria sotto la croce nel rigenerare i nuovi figli dové provare dolori estremamente più acerbi, quali non mai tutt’insieme i dolori nel dar a luce la prole furon provati nell’umanità, e de’ quali ella era stata esente nel parto divino. Ma questi appunto furono gli acerbissimi dolori a lei predetti da Simeone, che quasi spada crudele le avrebbero trapassato angosciosamente il cuore, donde sgorgar dovea la vita ai figli novelli. Quindi è, che noi tutti, o Cristiani, siamo i veri figli, non solo del suo dolore e sì acerbo; ma di più siamo anche più propriamente i figli del trafitto cuore di lei. E però come la Chiesa tutta, al dir dei SS. Padri, è figlia del cuor di Gesù, nascendo appunto allora quando egli sparse l’ultimo sangue dal cuore trapassato materialmente di lancia: così è pur figlia del cuor di Maria trafitto dalla spada del più spietato de’ dolori nella morte del suo figlio. divino. E noi nel considerar lei qual madre della Chiesa e madre nostra; e nel considerar noi adottati dal suo cuore, a cui ci ha confidati Gesù; e più nel pensare che siamo figli da lei eletti, nati dal suo immenso amore e dolore: noi non ci sentiremo presi di gioia e di affetto, di devozione e di condoglianza? Noi nella più viva emozione, quali sensi non proveremo al solo pensiero di una tal madre? Ed a ciò dovremo al certo risolverci, se specialmente pensiamo ch’ella volontariamente sofferse nel cuor suo tante pene per solo affetto verso di noi. E di più le sofferse ripensando all’ingratitudine e crudeltà nostra per lei, e per il suo figlio divino! – Si eccitino adunque in noi sentimenti di salutare corrispondenza ad un sì gran cuore materno. E dopo ciò, secondo li suo invito: Redite ad cor, tutti, tutti corriamo a gittarci tra quelle braccia, pensando che in quel petto sgorga la sorgente di nostra vita. E mentre ella ci ripete l’invito: Redite ad cor: noi ritorniamo davvero a questo cuore di nostra vera, celeste ed unica madre, offrendoci tutti al suo alla singolare felicità che ne risulta ad ogni cristiano in vita, in morte, e dopo morte … In Maria non siamo ne sarem mai orfanelli, ed in lei avremo sempre aperto un cuore nel quale disfogare i nostri affetti e le nostre pene, ed a cui specialmente star sempre uniti con fiducia e sicurezza. E ciò è pur sicuro; mentre all’incontro proviamo tante disillusioni nell’unirci ai cuori umani, e mentre troppo spesso vediamo che questi non sono fedeli, giacché mirano piuttosto al proprio, che al vantaggio della persona amata. E quel che è più ancora, abbiamo in lei un cuore celeste, su cui modellare il cuor nostro; ed inoltre per la bontà di questo cuore, Maria ci addiviene amorosa assistente alla nostra morte. Essa allevia e rende meritorî i nostri dolori corporali e morali, rende sante ed espiatorie specialmente le pene del nostro spirito, e ci ottiene in quel gran punto una morte felice. E dopo tutto ciò noi l’avremo pure amorosissima madre dopo questa vita anche nel Purgatorio. Tale sarà specialmente per coloro, ch’ebbero divozione filiale a lei nella vita. Ed allora noi, privi di ogni altro conforto, sperimenteremo quanto valgano le materne sue cure per aprirci presto le porte del cielo, ove ci attende l’eterno gaudio di stringerci al cuor suo indissolubilmente. Ma per ottener davvero tanti beni in vita in morte e dopo la morte, dobbiamo esser noi di lei veri figli divoti; ed in questi giorni particolarmente mostrarci tali. Dobbiamo zelare il culto del suo cuore, che sarà il nostro vantaggio. Dobbiamo render più bella la festa dei cuori, rendendo il nostro al suo più simile ed accetto, purgandolo nella confessione da ogni colpa da ogni affetto men degno, ornandolo di opere pie e caritatevoli, e specialmente conducendo altri al suo cuore, ad onorarlo, e ad imitarlo. Così mostreremo di accettare e cooperare all’ invito, che ci fa sì buona madre: Redite ad cor, Figliuoli miei tutti, venite al mio cuore.
La Palestra del Clero, anno XVI – volume XXXII, 1893, pp. 293-295
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