Riceviamo questa lettera da un giovane seminarista italiano che ci ha chiesto di restare anonimo.


Gentile Redazione di Radio Spada,

non bastava assistere in silenzio allo “spettacolo” quotidiano della desacralizzazione e protestantizzazione della Santa Chiesa e della fede ridotta a contenuto da scrollare. Adesso, con un entusiasmo quasi surreale, si è celebrato persino il “Giubileo dei missionari digitali”, un evento ufficiale della Chiesa in cui sacerdoti e religiosi si sono radunati, non per adorare il Santissimo, non per confessare i peccatori, non per richiamare alla conversione, non per implorare misericordia per un mondo smarrito — ma per parlare di socialselfie, strategie di visibilità e comunicazione virale. Mille partecipanti e smartphone in mano, per riflettere su come “portare Cristo nei social”. Ma la verità, che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce, è che nei social spesso non si porta Cristo: si porta se stessi. E a dire queste cose non è un settantenne frustrato che odia la modernità, ma un ragazzo che si è stancato della mediocrità di chi è chiamato, per vocazione, alla perfezione cristiana più degli altri.

Basta guardare i protagonisti di questa nuova scena ecclesiale: 

Don Alberto Ravagnani, ormai più showman che pastore, si muove tra set, video, luci e battute da palcoscenico con una disinvoltura che mette a disagio.

Nell’ultima intervista su Avvenire (1 agosto 2025: Ravagnani: dai giovani un grido, forse l’ultimo. Ora va ascoltato sul serio), dice:

1. “In questi giorni, a Roma, sono convenuti centinaia di migliaia di giovani da tutto il mondo… hanno viaggiato per giorni, hanno faticato sotto il sole, hanno investito i loro risparmi. Perché? Per ascoltare parole di senso, di fede, di incoraggiamento. Per cercare una voce capace di orientare il caos delle emozioni…”

Rispondo:

Eh sì, certo, centinaia di migliaia di giovani… maschi e femmine, in promiscuità disinvolta, mezzi svestiti “per il caldo”, stesi su sacchi a pelo, che si muovono, cantano e, cosa gravissima, dormono insieme senza distinzione. È questa la nuova “spiritualità giovanile”? La Chiesa ha sempre predicato la separazione dei sessi negli ambienti di ritiro e formazione, non per bigottismo, ma per prudenza, per modestia, per tutela dell’anima. Dove sono oggi queste distinzioni? Dove il rispetto per il pudore? Quale differenza tra questi milioni di giovani e Woodstock?

E poi, “parole di senso…”? Come un talk motivazionale? “Incoraggiamento”? È il linguaggio dei coach aziendali, non dei santi predicatori! Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Maria Vianney, P. Pio da Pietrelcina non “incoraggiavano”, ma chiamavano alla conversione, al dolore per i peccati, alla fuga dal mondo. Oggi invece ci si accontenta di “orientare il caos delle emozioni”, come se la fede fosse uno sportello psicologico. È il solito trucco: sostituire il combattimento spirituale con l’equilibrio emotivo. Questa è una spiritualità orizzontale, fondata sul gruppo, sull’esperienza, sulle emozioni, ma priva di contenuto dottrinale e di verticalità soprannaturale. Non si parla più di peccato mortale, di Inferno, di conversione, di riparazione, di penitenza, ma solo di “senso” e di “voce interiore” — parole buone per una meditazione new age. La “fede” proposta è una fede sentimentale, che non forma i giovani, ma li anestetizza spiritualmente, li rende dipendenti dalla folla, dall’atmosfera, dalla musica — non da Cristo crocifisso.

Per non parlare dello scempio commesso a Tor Vergata da questi giovani che vogliono essere ascoltati!

2. “Se questo Giubileo non vuole limitarsi a un evento ben riuscito e partecipato, ma vuole essere un vero punto di svolta, allora la Chiesa, dopo aver parlato ai giovani, deve mettersi ad ascoltarli sul serio.”

Rispondo:

Ma cosa significa “ascoltare sul serio”? La Chiesa non è una ONG che deve “ascoltare” le richieste del mondo! La Chiesa deve insegnare la verità, non farsi trascinare dalle mode, che siano giovani o meno! Questo è l’esatto contrario della missione della Chiesa, che è quella di predicare il Vangelo, di insegnare la dottrina! Se i giovani sono confusi, non è che dobbiamo ascoltarli per “comprenderli”, ma dobbiamo educarli, restituire loro la verità! Se li ascoltiamo senza correggerli, stiamo solo acconsentendo al relativismo!

3. “Ascoltare le loro domande, le loro istanze, i loro linguaggi… come vivono la fede – o come non riescono più a viverla.”

Rispondo:

Ecco la chiave del relativismo conciliare: “ascoltare i linguaggi”. A cosa serve se il “linguaggio” non corrisponde alla verità rivelata? Non possiamo adattarci a un “linguaggio” che nega la fede! Questo è un altro modo di giustificare la fuga dalla verità, un modo per dire: “Non dobbiamo correggere la dottrina, dobbiamo solo entrare in empatia con i giovani”. Il cattolico sa bene che la fede è qualcosa che va insegnato e custodito, non adattato alle visioni moderne! Il problema non è come parlano i giovani, ma cosa vivono e credono. Se non vivono la fede, non è il linguaggio che dobbiamo rivedere, ma l’insegnamento!

4. “È tempo di ascoltare la loro fatica ad amare secondo la morale cattolica, senza subito sgridare o correggere.”

Rispondo:

La “fatica ad amare” secondo la morale cattolica è la scusa perfetta per non correggere la dissolutezza morale che dilaga! Il punto non è ascoltare la fatica di chi si allontana dalla verità, ma istruirlo. Il compito della Chiesa è trasmettere la morale cattolica, che non è “dura” ma salvifica! Se un giovane ha difficoltà, è giusto aiutarlo, ma senza cedere alla tentazione di non correggere! La correzione fraterna è parte della carità, non è “punire” nessuno, è salvare l’anima! Se non facciamo nulla, se non insegniamo come correggersi, come vivere secondo Cristo, stiamo contribuendo alla rovina spirituale dei giovani!

5. “È tempo di prendere sul serio le loro istanze sull’inclusione, sulla partecipazione, sull’identità personale e spirituale.”

Rispondo:

Ecco l’ennesima apertura al relativismo morale e alla confusione dottrinale. “Inclusione” e “partecipazione” sono concetti vaghi che nascondono il pericolo di sottomettersi alle idee moderniste che riducono la fede a una serie di proposte accattivanti. La Chiesa non deve essere inclusiva nei termini che intende il mondo! La Chiesa è esclusiva nel suo insegnamento: è il Corpo Mistico di Cristo che non può adattarsi a mode che confondono la verità cristiana con una spiritualità senza sostanza! La vera identità di un cristiano non è un mix di sentimenti e desideri, ma un cammino di santità, conforme alla legge di Dio, non alle “istanze” moderne!

6. “La tradizione cattolica, per essere viva, deve potersi confrontare senza paura con la sensibilità contemporanea.”

Rispondo:

Confrontarsi senza paura con la sensibilità contemporanea significa tradire la Tradizione! La fede non può essere “riformata” per piacere ai gusti di una generazione che rifiuta Dio! La Chiesa non si “adatta” al mondo, è il mondo che deve adattarsi alla Chiesa! Non c’è nulla da “confrontare” quando si ha la verità! La Chiesa è il punto di riferimento immutabile, la roccia su cui fondare le anime, non una società di ascolto dove accogliamo ogni tipo di pensiero. La Tradizione è viva proprio perché è immutabile, perché è fuori dal tempo! Non possiamo scendere a compromessi.

7. “Speranza, per loro, non può essere solo una dottrina né uno slogan gridato a gran voce. Deve essere qualcosa di tangibile: la possibilità di sentirsi accolti, di essere parte, di poter credere senza doversi snaturare.”

Rispondo:

Questo è un trucco emotivo! La speranza non è una “sensazione”, è una virtù teologale, che nasce dal Vangelo e dall’insegnamento della Chiesa! Non è una “sensazione di inclusione” o un modo di dire “ti vogliamo bene”. La speranza non è “sentirsi accolti” nella propria miseria, ma è trovarsi nel Cristo che salva! La vera speranza è nella fede salvifica che ci insegna a combattere il peccato, non a renderlo parte del nostro cammino! Non possiamo ridurre tutto a un’accozzaglia di buone intenzioni. La fede è un cammino che richiede sacrificio, non una passeggiata tra amici.

8. “Le folle entusiaste che vediamo in questi giorni per le strade di Roma non sono una smentita della crisi della fede: sono un grido, forse l’ultimo, che chiede ascolto.”

Rispondo:

Questo è l’apice della farsa! Le folle non sono un grido che chiede “ascolto”, sono un segno del vuoto spirituale che si sta diffondendo! Questi giovani non hanno bisogno di essere “ascoltati”, ma convertiti! Queste folle sono un segno del fallimento della Chiesa moderna che ha tradito la vera fede e ha ridotto la religione a eventi mediatici senza sostanza! Il grido è quello di una Chiesa che ha smesso di educare alla Verità eterna e si è adattata al mondo! Se non riprendiamo la vera missione evangelica, queste folle saranno sempre più un segno di tristezza e di mancanza di vera speranza! Il mondo ha bisogno di convertirsi alla vera fede. Non dobbiamo piegarci ai desideri modernisti che cercano di rendere la Chiesa più “attraente” per il mondo. La vera Chiesa cattolica è quella che proclama senza paura la verità di Cristo, che non ha paura di insegnare la morale cattolica, che non fa compromessi con la cultura del relativismo! La salvezza delle anime non passa per una Chiesa che si piega al mondo, ma per una Chiesa che salva nel nome di Cristo!

Poi, c’è Don Ambrogio Mazzai, che, oltre alla banalizzazione del Vangelo su TikTok, e la partecipazione a podcast inopportuni (per usare un eufemismo), alterna immagini del suo corpo “scolpito” in palestra a post religiosi, come se la testimonianza di fede passasse per la definizione dei pettorali.

Nell’intervista sul Corriere della Sera (23 luglio 2025: Don Ambrogio Mazzai: «Noi, preti influencer e il Vangelo virale: così c’è chi scopre la fede con i video su Tik Tok» | Corriere.it), don Ambrogio dice:

1. «È cominciata per caso, nel 2021, grazie al suggerimento di una persona in parrocchia. Non immaginavo che potesse avere un impatto così grande. Credevo sarebbe stato uno strumento di nicchia, invece molti contenuti sono diventati virali. Non era nei miei piani, ma ho capito presto che era un’opportunità reale di annuncio».

Rispondo:
L’impatto non è un criterio di autenticità: anche Lutero ebbe un enorme impatto. Che i tuoi contenuti siano diventati ‘virali’ è esattamente il segno del problema: il Vangelo non è una tendenza, ma una chiamata alla Croce. Se il mondo ti applaude, chiediti: stai predicando Cristo crocifisso o uno spettacolo che non converte nessuno veramente?

2. «No, perché il grosso del tempo non lo passo a registrare video, ma a rispondere alla gente. Ogni giorno ricevo centinaia di messaggi da tutta Italia. Le persone mi raccontano la loro vita, momenti particolari, mi chiedono consigli, altri invece parole di conforto. I più giovani parlano di relazioni, insicurezze, scelte vocazionali; gli adulti, spesso, di crisi di coppia o di fede.»

Rispondo:
Nessuna grazia sacramentale passa da un like o da una risposta su Instagram. Le anime non si salvano con le notifiche. Si salvano col sudore dell’altare, la penitenza, l’offerta del Calvario. Queste confidenze digitali non sono vera pastorale: sono surrogati mondani di un sacerdozio ormai secolarizzato.

3. «La mia, in realtà, è una linea conservatrice: la fede non si cambia, ma si può, anzi si deve, trovare un linguaggio nuovo per comunicarla. Porto le basi della fede cristiana, ma partendo sempre dalla vita quotidiana e dall’attualità. Uso i linguaggi del presente per trasmettere parole antiche, che appartengono da sempre alla comunità cristiana».

Rispondo:
Il linguaggio della fede non è un’appendice da aggiornare come un’app: è la veste nuziale della Verità, e non può essere sostituita da slang, filtri e trend digitali. Il linguaggio plasma il pensiero. Cambia il linguaggio e deformi la fede stessa. È il metodo dei modernisti, non dei cattolici.

4. «Mi ha scritto un ragazzo dicendo che, anche grazie ai miei video, ha trovato il coraggio di seguire la sua vocazione. Questi risultati lasciano il segno più di cento like».

Rispondo:
Una vocazione che nasce da un video è come una casa costruita sulla sabbia. Dove è la direzione spirituale? Dove l’esame di coscienza? I santi sacerdoti venivano formati nel silenzio, nella penitenza, nella Messa, non guardando clip su TikTok. Non si generano vocazioni con l’engagement, ma con la Grazia.

5. «È molto importante perché la vita cristiana si fonda sulla testimonianza, e oggi anche il digitale è luogo di presenza reale. Un video, una parola, possono raggiungere decine di migliaia di persone in pochi istanti. Non sostituiscono la parrocchia, ma hanno grande eco».

Rispondo:
Presenza reale? No. Solo nell’Eucaristia c’è la Presenza Reale. Il resto è presenza virtuale, evanescente, soggettiva. Un video non è un Sacramento. Un click non è un atto di fede. Questa retorica digitale è erronea nella sua struttura, perché rimpiazza il contatto vivo con Cristo nei sacramenti con una visibilità effimera. Il vero apostolo non fa rumore. Fa santi.

6. «Papa Francesco è stato molto chiaro: questi spazi non vanno lasciati vuoti. C’è anche tanto marcio in rete, ma proprio per questo dobbiamo esserci. Com’è successo col debutto di radio e tv, oggi il Vangelo va annunciato anche qui, con responsabilità. È un comando preciso».

Rispondo:
Papa Francesco ha detto tante cose, è vero … tutte contro la Tradizione! Il vero comando preciso è: ‘Predicate a tutte le genti, battezzandole e insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato’. Non c’è nessun ‘comando evangelico’ che ti obblighi a presidiare TikTok. Questo è il frutto marcio del Vaticano II: trasformare la missione del prete in attivismo (l’americanismo già condannato da Leone XIII). Il sacerdote non ha bisogno di essere ovunque. Ha bisogno di essere santo, vero e separato dal mondo.

Continuando, c’è Don Roberto Fischer, la star di Catholic trash (nota pagina di Instagram che raccoglie, appunto, il “trash” del mondo cattolico contemporaneo!), gran visir della banalità sacerdotale! Basta guardare i suoi video! 

Poi c’è Don Cosimo Schena, il prete “modello” (tipo Vogue), il cui brand spirituale consiste in frasi sulla gentilezza e l’amore universale, condito da un’estetica filtrata da Instagram

Nell’intervista di FQ Magazine (5 agosto 2025: “Dov’è Dio a Gaza? C’è da chiedersi dove sia il cuore dell’uomo. Evangelizzo sul web per un messaggio positivo in mezzo a tanta cronaca nera”: parla Don Cosimo Schena), afferma:

1. «Giorno dopo giorno, ho visto aumentare le e-mail e i messaggi in cui mi venivano chiesti consigli, preghiere e supporto. E in questi anni sono anche diventato psicologo, è stata una crescita graduale. Prima di iniziare la mia avventura sui social, vedendo le chiese vuote pensavo che molte persone fossero lontane da Dio. Invece mi sono ricreduto. […] I tuoi messaggi e i tuoi video hanno salvato la mia vita e quella di una mia amica».

Rispondo:
Il diventare “anche psicologo” non è necessariamente crescita nel sacerdozio, ma spesso deviazione dalla sua identità sacramentale. Il prete non è uno che “ascolta e supporta”: è colui che offre l’altare, la dottrina, la penitenza. Che ci siano “messaggi che salvano la vita” è una frase gravemente ambigua, perché nessun contenuto digitale salva: salva solo la Verità di Nostro Signore Gesù Cristo. Dire che una ragazza si è sentita salvata da un video è una forma pericolosa di autocelebrazione pastorale e dislocazione della grazia dai sacramenti ai social media. Il concetto di “salvezza” è stato psicologizzato e sentimentalizzato. Questo è un esempio classico di sostituzione del soprannaturale con il benessere emotivo.

2. «Ho cominciato tutto, senza nessuna pretesa. Quando accendevo la tv o aprivo i social ero bombardato da notizie negative. Allora mi sono detto: perché non provare a portare qualcosa di positivo, il messaggio di Dio?»

Rispondo:
Questa tua idea di “portare qualcosa di positivo” riduce il Vangelo a terapia di sollievo, lo priva della sua esigenza di conversione e penitenza. “Messaggio positivo” è la formula più ambigua e pericolosa oggi: anche l’eresia può essere presentata come “positiva” se consola momentaneamente. Il Vangelo, però, è scandalo e stoltezza (1 Cor 1,23), non intrattenimento benefico. Qui si commette il classico errore del neomodernismo pastorale: annunciare Dio perché “migliora la vita”, non perché è Verità che salva dall’inferno.

3. «In questi anni sono diventato anche psicologo […] La malattia di questo secolo è la solitudine. Mi arrivano e-mail e messaggi lunghissimi dove mi si chiede solo di leggere e di ascoltare, senza bisogno di rispondere.»

Rispondo:
Il sacerdote che si presenta come psicologo prima ancora che come alter Christus si trasforma in terapeuta delle persona, ma non rigeneratore dell’anima peccatrice. La solitudine è una ferita umana, ma tu la tratti con ascolto digitale, non con sacramenti, adorazione e penitenza. Questo è il grande equivoco: curare i sintomi sociali con empatia, invece di curare la causa — il peccato — con la grazia. Qui si sostituisce la guarigione spirituale con l’ascolto empatico, confondendo il sacerdote con un life coach.

4. «La Chiesa ha bisogno di rendersi attuale in ogni epoca senza perdere la sua identità. Per i giovani è difficile trovare Dio perché siamo presi da mille cose da fare, non abbiamo il tempo di fermarci e chiederci “Dove sto andando? Dove mi trovo? Qual è lo scopo della mia vita?” Il nuovo modo di comunicare attraverso la rete è in evoluzione. […] L’obiettivo è dare un’immagine più unita e di comunione tra i vari influencer».

Rispondo:
Qui si enuncia il tipico principio modernista condannato da San Pio X: l’adattamento della Chiesa ai tempi. No, la Chiesa non deve “rendersi attuale”, ma riconfermare l’Eterno nel tempo. L’“immagine unita degli influencer cattolici” è un abominio linguistico: la comunione non si fa per immagine, ma per dottrina, sacramenti e disciplina ecclesiastica. La Chiesa non cambia col tempo. Non deve “seguire l’evoluzione dei linguaggi”.

5. «Anche nei miei contenuti di “hot” c’è ben poco. Per come l’ho vista io in italiano, la parola è stata traviata. I media stranieri intendevano “preti del momento”.»

Rispondo:
Se un sacerdote viene definito “hot” dalla stampa internazionale, il problema non è solo semantico, ma pubblico e scandaloso. Che un prete sia percepito come “attraente” a livello estetico dai media mainstream, e venga poi accolto e celebrato invece che corretto, mostra una corruzione dell’immagine sacerdotale: da uomo di Dio a prodotto mediatico. Il danno alla fede dei semplici è reale. Il tuo nome accanto a “hot priest” non è motivo di ironia, ma di pubblico scandalo morale. Qui si sottovaluta il peccato di scandalo (cfr. Mt 18,6), e si accetta che l’immagine del sacerdote venga distorta per assecondare la logica dello show.

6. «Non è questione di dove sia Dio, ma di dove sia il cuore dell’uomo, perché l’uomo assetato di potere non guarda in faccia a nessuno. Vogliamo risolvere le grandi guerre, ma dobbiamo anche chiederci se riusciamo a risolvere le nostre piccole battaglie personali. […] Dio è lì sotto le bombe e cerca di cambiare il cuore dell’uomo.»

Rispondo:
Non è “il cuore dell’uomo” che risolve le guerre, ma la conversione a Cristo Re. “Dio sotto le bombe” è una frase sentimentalmente poetica ma dottrinalmente vuota. Dio non è una forza morale che “ci prova”, è Onnipotente, e agisce nella storia secondo giustizia e misericordia. La guerra è frutto del peccato e la pace non viene dai compromessi umani, ma dal Regno di Gesù Cristo instaurato nei cuori e nella società. Qui c’è un errore fondamentale: si parla più della bontà umana che della sovranità di Dio. È l’umanesimo mascherato da fede.

Ed infine (solo per questo articolo!) il culturista e pluritatuato Don Giuseppe Fusari.

Nell’intervista su Artribune (3 agosto 2025: La storia di don Giuseppe Fusari. L’intervista), afferma:

1. «Fin da giovane ho privilegiato il rapporto con i giovani, sebbene non sia sempre semplice. Dico questo perché a volte i ragazzi sono intimoriti dalla visione di un professore, ragion per cui ho deciso di relazionarmi con loro in maniera differente, considerandoli degli adulti.»

Rispondo:
Considerare i giovani come adulti può suonare moderno e rispettoso, ma è spesso un modo per evitare il dovere dell’educazione morale e dottrinale. I giovani non hanno bisogno di un pari, ma di un maestro, di una guida spirituale, di una figura che li formi e non semplicemente “si relazioni” con loro. Qui emerge una confusione tra dialogo e autorità: il prete abdica alla sua funzione magisteriale per “ottenere feedback”, quando invece dovrebbe trasmettere la verità, anche se non piace. È la solita pastorale del consenso, dove si preferisce “connettersi” anziché correggere, insegnare, condurre. L’autorità è rinnegata per piacere.

2. «Il mio obiettivo era cercare di intercettare interlocutori lontani da me, dispersi potremmo dire. Quindi ho deciso di partire dalla palestra, un luogo limite dove le persone non sono avvezze a parlare di salmi o di grandi artisti, e così ho iniziato a parlare con loro adeguandomi al contesto.»

Rispondo:
Questa frase è emblematica della mentalità neomissionaria conciliare: andare dove la fede non c’è, senza portare lo scandalo della fede, ma “adeguandosi al contesto”. Annunciare Cristo non significa adattarsi, ma santificare, alzare il tono, scuotere le coscienze. Parlare di “salmi” in palestra? Ma che cosa deve fare un prete in palestra? Diventare muscoloso per idolatrare il corpo, farsi guardare con concupiscenza e fare altrettanto? 

3. «Io credo che la chiave sia non banalizzare. […] Anche Philippe Daverio era molto bravo tanto da riuscire a intrattenere gente di tutte le estrazioni su temi molto alti, senza mai banalizzare gli argomenti.»

Rispondo:
Un prete con il mutandino che mostra “quanto sono muscoloso” ha già banalizzato qualsiasi cosa uscirà dalla sua bocca! Daverio sapeva “intrattenere”, ma la fede non deve intrattenere: provoca, converte, divide, santifica. Il problema di questi preti è che non vogliono più disturbare. Che un sacerdote si ispiri a Veneziani o Daverio, ma non citi un solo santo o dottore della Chiesa, è indicativo: l’autorità diventa quella culturale, non più quella cattolica. Si rischia di scambiare la pedagogia della bellezza con una pedagogia dell’élite, dove si affascina ma non si converte nessuno.

4. «Comunicare vuol dire tornare a sognare. […] Una lettura approfondita che si discosta dai superficiali selfie che immortalano sempre più persone davanti a capolavori come la Monnalisa o la Venere di Botticelli.»

Rispondo:
“Comunicare vuol dire tornare a sognare” è una frase poetica ma vuota. Il cristiano non è chiamato a sognare, ma a lottare, a convertirsi, a salvare la propria anima. Parlare di arte in opposizione ai “selfie” è un’osservazione colta, ma non tocca il cuore della missione sacerdotale, che non è spiegare Botticelli, ma salvare peccatori dalla dannazione eterna. Il Vangelo non è un’estetica contemplativa, è una spada a doppio taglio (Eb 4,12), non una pennellata ispirata. Questo è il trionfo del cattolicesimo pseudo-borghese e culturale, che non converte nessuno.

E ce ne sono molti altri, che, come questi, si commentano da soli! Mi domando: chi li ha ordinati? Hanno mai letto le lettere di San Paolo? «Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui. Consèrvati puro!» – 1 Tim. V, 22.

Ma in fondo, se i Vescovi sono quelli che abbiamo… Pensiamo a Derio Oliviero, Vescovo di Pinerolo il quale mostra spesso che ciò che distingue lui, pastore delle anime e successore degli Apostoli, dal suo gregge, ovvero una bandana e un microfono, sempre con sé, in ogni occasione. Non potevano mancare durante il Giubileo dei giovani!

Li si vede ballare in chiesa, scherzare sull’altare, fare video con i paramenti addosso come fossero costumi di scena, posare come modelli, pubblicare storie in cui il centro non è Cristo ma il loro volto, il loro corpo, il loro sorriso patinato. E poi, via con frasi smielate, melense, banalissime sull’amore, sulla gentilezza, sul cuore … un cristianesimo hippy. E allora, con onestà brutale, occorre dirlo: questo non è il sacerdozio cattolico. Questo non è il ministero ordinato. Questo non è il Vangelo di Gesù Cristo. Il prete non è chiamato per raccogliere like, ma per consumarsi in sacrificio per le anime. Il sacerdote è alter Christus, un altro Cristo, configurato a Lui nella croce, nella sofferenza, nella dedizione totale. La sua vita dovrebbe essere preghiera, penitenza, Eucaristia, confessione, direzione spirituale. Non è stato ordinato per fare “content”, né per improvvisarsi motivatore o star dei social. Chi voleva visibilità poteva fare l’attore o il personal trainer. Ma se hai scelto di diventare sacerdote, allora sei chiamato a morire a te stesso, non a pubblicare stories.

Un prete che vive molto nei social è un prete che ha abbandonato il silenzio di Dio per il rumore del mondo. E se oggi tanti giovani sacerdoti si lasciano sedurre da questi strumenti, è perché non si sono mai disintossicati dalla cultura dell’apparire. Si illudono di evangelizzare, ma in realtà stanno solo esibendo se stessi. Hanno scambiato la croce con la fotocamera frontale, l’altare con lo sfondo di un video ben montato.

Ma la causa prima non sono i social, che possono essere in certe situazioni uno strumento efficace da gestire con prudenza. I social sono solo un sintomo. Il tumore è più profondo. Ha un nome preciso: Vaticano II. Sì, è il Concilio che ha ribaltato l’asse della Chiesa: non più Dio al centro, ma l’uomo. Non più la liturgia come sacrificio, ma come “cena conviviale”. Non più l’altare rivolto a Dio, ma il tavolo rivolto al pubblico. Non più l’adorazione, ma la partecipazione. Non più il silenzio sacro, ma il microfono acceso. «L’uomo è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa», «Tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e a suo vertice». Parola della costituzione Gaudium et spes! E Paolo VI, nel discorso di chiusura del Concilio, dirà addirittura: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. […] anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo». In questa logica orizzontale, antropocentrica, il sacerdote non è più mediatore tra cielo e terra, ma animatore liturgico, presentatore di eventi, manager spirituale. L’influencer è semplicemente la sua evoluzione coerente. Il Vaticano II non è stato tradito. È stato applicato. È stato fedele a se stesso nel trasformare la Chiesa da arca di salvezza a nave da crociera liturgica. I “missionari digitali” sono solo il suo frutto più maturo: preti da talk show, spiritualità da like, dottrina (quella conciliare, ovviamente!) ridotta a caption. E mentre le anime si perdono, ci si preoccupa del brand ecclesiale, dell’engagement spirituale, delle metriche parrocchiali. Cristo ha versato il suo sangue per la nostra salvezza; oggi si versano litri di sudore per trovare la luce giusta per una diretta! (Ricordo – ero presente – un prete fissato con i social che, mentre faceva un video all’aperto, disse: “No, con questa luce non esco bene, spostiamoci!”).

La Chiesa ha bisogno di uomini che si consumano nel nascondimento, nella fedeltà quotidiana alla dottrina cattolica, ai sacramenti e alle anime affidategli. La vera missione non si realizza semplicemente a colpi di video, ma con le ginocchia consumate dalla preghiera, e il cuore inchiodato sulla Croce. Chi cerca visibilità nel sacerdozio ha frainteso tutto. Chi misura la riuscita del suo ministero con le visualizzazioni, non ha compreso la logica del Vangelo. Cristo non ha promesso successo, ma tribolazioni. Il sacerdote non è chiamato a brillare — ma a farsi cenere, perché solo così può accendere negli altri la luce di Dio.

Una volta, per “essere visto” nella Chiesa, un sacerdote doveva celebrare con devozione, confessare come padre, medico, dottore e giudice, predicare con zelo. Quando San Giovanni Maria Vianney – il patrono dei parroci, dei pastori d’anime – arrivò nel piccolo e sperduto paesello di Ars, qualcuno gli disse con amarezza: “Qui non c’è più nulla da fare”. “Dunque c’è tutto da fare”, rispose il santo Curato. E cominciò subito a fare. Cosa? Mise in mostra se stesso in pubblica piazza cantando, ballando, facendo acrobazie? Cominciò a vestire come gli abitanti del paese, a frequentare osterie e balli, per stare “tra la gente”? Andava insieme ai ragazzi a far nottata nelle locande? Stravolse la liturgia per sembrare più accattivante? Che cosa fece? Si alzava alle due di notte e si metteva in preghiera presso l’altare nella buia chiesa. Recitava l’Ufficio divino, faceva la meditazione, si preparava per la Santa Messa; dopo la Santa Messa faceva il ringraziamento, poi restava ancora in preghiera fino a mezzogiorno: sempre in ginocchio sul pavimento, senza appoggio, la corona del Rosario fra le mani, lo sguardo fisso al Tabernacolo. Così durò per un po’ di tempo ma poi dovette riordinare gli orari. Perché? Gesù Eucaristico e la Vergine Santa attraevano via via le anime in quella povera parrocchia, fino a che la chiesa non apparve insufficiente a contenere le folle e il confessionale del santo Curato venne assiepato da file interminabili di penitenti. Il santo Curato fu costretto a confessare per dieci, quindici, diciotto ore al giorno! Come mai questa trasformazione? Cosa era successo? Il patrono dei parroci ci insegna che la vera pastorale, la pastorale efficace che “guadagna anime a Cristo” è la pastorale in ginocchio!

A chi serve un prete che si sveglia la mattina più preoccupato di come apparirà nelle foto piuttosto che di come preparare la sua omelia? A chi giova una suora che passa ore a cercare l’angolo giusto per postare una foto con didascalia del tipo: “Dio è con me”? Oppure suore di clausura (di clausura!) che postano foto per festeggiare lo scudetto del Napoli. Per citare la famosa battuta dell’elegantissimo cardinal Sepe: “e menomalach’eraneclausur!”. 

Ma l’annuncio del Regno non è mai stato comodo. La cosiddetta “nuova evangelizzazione” è diventata uno showreels in serie, frasi motivazionali sbiadite, sorrisi preconfezionati. Un’evangelizzazione che consola, intrattiene, ma non converte. Che fa rumore, ma non scuote. E così ci ritroviamo con preti “uno-di-noi” applauditi non perché incarnano Cristo, ma perché non disturbano. Il mondo li ama perché non ricordano la vita eterna, non parlano di peccato, di inferno, di dannazione eterna, non invocano la conversione.

La fede “venduta” ai social è stata già svenduta al mondo sessant’anni fa, quando hanno cercato il dialogo invece della conversione, il consenso invece della verità, la modernità invece della santità. Il “Giubileo dei missionari digitali” non è un incidente. È l’inevitabile risultato della pastorale conciliare del compromesso. Una Chiesa che ha smesso di parlare ex cathedra, per parlare dal palco. Anzi, dalla platea, per ascoltare qualcun altro. Una Chiesa che non giudica più, perché teme di essere giudicata. Che non annuncia più, perché vuole essere “imparata”. Che non salva più, perché vuole piacere. Oggi più che mai, la Chiesa ha bisogno di preti e religiosi che sappiano riscoprire la bellezza di una vocazione vissuta nel silenzio e nella discrezione.

Ogni sacerdote torni a meditare le attualissime parole del Santo Pontefice Pio X, il Grande:

«Lo vedete del resto da voi medesimi, quanti e dovunque siate, in quali tristi tempi, per arcano consiglio di Dio, si trovi oggi la Chiesa. Osservate ancora e meditate quale sacro dovere vi incombe di assistere e soccorrere nelle sue angustie quella Chiesa, che vi insignì di una sì onorevole dignità. Quindi nel clero ora più che mai è necessaria una più che mediocre virtù, sincera così da essere un modello, viva, operosa, prontissima a fare e patire ogni cosa per Cristo. Nulla vi è che più ardentemente noi desideriamo per voi tutti e singoli, invocandolo da Dio con ferventissime preghiere. In voi dunque fiorisca la continenza con intemerato fulgore, ornamento esimio del nostro ceto; per la cui grazia il sacerdote come è fatto simile agli angeli, così presso il popolo cristiano è reputato degno di ogni onore e coglie più copiosi i frutti del suo ministero» (San Pio X, Haerentanimo, 4 agosto 1908).

Cor Jesu, miserere nobis! 

Sancta Mater sacerdotum, ora pro nobis

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