di Luca Fumagalli
Continua con questo articolo la serie dedicata alla parabola biografica, artistica e spirituale del britannico Siegfried Sassoon, war poet tra i più noti e celebrati, il quale, dopo una vita di alti e bassi, decise infine di farsi cattolico.
Per le precedenti puntate della serie: prima, seconda, terza, quarta e quinta.
Nel 1924 Sassoon venne nominato membro della Royal Society of Literature, più o meno nel medesimo periodo in cui, con Solo (Alone), firmava quella che più tardi avrebbe definito la sua prima poesia matura del dopoguerra, una delicata riflessione sul tema della disillusione. Evidentemente pensava ancora al suo io diviso: avrebbe voluto scrivere sulla condizione sociale delle campagne o di quei poveri che aveva visto maltrattati nell’esercito, ma sapeva bene che la sua provenienza e la sua educazione glielo rendevano impossibile.
Nella primavera dell’anno successivo vide la luce l’ennesima plaquette stampata privatamente, Esercizi di lingua (Lingual Exercises), particolarmente apprezzata da Edith Sitwell e da Thomas Hardy, che la definì la cosa migliore prodotta da Sassoon. A maggio la Heinemann pubblicò invece Poesie scelte (Selected Poems), una silloge con solo sei liriche inedite, e nel 1926 Poesie satiriche (Satirical Pomes), scarsamente considerata della critica.
Con il trasferimento nel quartiere di Campden Hill Sassoon sperimentò una ritrovata tranquillità che trova eco nelle poesie di allora, poi inserite nel volume del 1927 Il viaggio del cuore (The Heart’s Journey). Iniziò a scrivere anche Memorie di un cacciatore di volpi (Memoirs of a Fox-Hunting Man), il primo dei suoi libri autobiografici, a metà tra cronaca e romanzo, il cui protagonista è ribattezzato George Sherston. Secondo lo stesso autore, l’opera voleva essere «l’allegoria di una generazione innocente a cui è stata mostrata la realtà», contribuendo a rafforzare quel mito secondo il quale chi aveva combattuto durante la guerra era stato vittima di una tragedia senza precedenti, tanto dolorosa quanto insensata.

Il 22 giugno 1927 venne invitato al battesimo del figlio di Sacheverell Sitwell e in quell’occasione conobbe Stephen Tennant, destinato a essere il suo nuovo amore (Glen Byam Shaw, il compagno dell’epoca, venne messo da parte senza troppi complimenti). Il ventunenne Tennant, un esteta sorprendentemente magro ed effemminato, era il figlio più giovane di Lord Glenconner; dopo la morte di quest’ultimo, la vedova, Pamela, aveva sposato Lord Gray of Falloden, politico liberale e Segretario degli esteri allo scoppio della guerra nel 1914. Era perciò legato sia all’aristocrazia che alla politica britannica e aveva studiato alla Slade, dimostrando una naturale inclinazione per la creazione di abiti.
Tuttavia il loro rapporto si dimostrò complicato sin dall’inizio: al di là dei pettegolezzi delle malelingue, che si divertivano a sparlare alle spalle di quella strana coppia formata da un eroe di guerra e da un dandy dalla salute cagionevole, Sassoon cercò inutilmente di infondere un po’ di spirito artistico nei disegni e negli scritti di Tennant, il quale, da parte sua, faceva di tutto per sottrarsi alla possessività di un compagno sempre più malinconico e noioso. A quest’ultimo, inoltre, non andavano a genio i suoi amici pretenziosi, molti dei quali legati a quel gruppo di Bloomsbury che tanto detestava per l’aridità e la trivialità.
Frattanto la morte di Hardy e di Gosse segnò la fine di un ciclo, con Sassoon che si ritrovò privato di due guide fondamentali. A consolarlo contribuì almeno lo straordinario successo che seguì la pubblicazione di Memorie di un cacciatore di volpi nel 1928. Il libro, che uscì per i tipi della Faber and Gwyer inizialmente in forma anonima, venne premiato l’anno successivo sia col James Tait Black Memorial Prize che con l’ Hawthornden Prize, fruttando all’autore un po’ di denaro extra. In verità Sassoon non aveva un’opinione particolarmente alta di quanto aveva scritto: si trattava forse di una buona opera, ma non del capolavoro che andava cercando.

Il 1929 fu anche l’anno di stampa di Addio a tutto questo (Good-Bye to All That), la provocatoria autobiografia di Robert Graves, confezionata per vendere bene. Blunden, che ne aveva ricevuto una copia in anteprima, avvertì prontamente Sassoon che di lui veniva fornito un ritratto impietoso, dando l’impressione che durante la guerra si fosse comportato più da squilibrato senza arte né parte che da eroe. I due si misero allora a scandagliare scrupolosamente il volume in cerca di tutte le imprecisioni e gli errori, finendo per appuntare 250 delle 448 pagine totali. Per fortuna di Graves, comunque, la rabbia dell’ex compagno d’armi sbollì rapidamente e l’incidente si chiuse senza ulteriori strascichi.
Più in generale, la nuova decade che si apriva era caratterizzata dall’emergere , in ambito culturale, di una nuova coscienza politica, fomentata anche dalle paure legate alla crisi economica. Sassoon, però, non era uno scrittore politico: la sua protesta contro la guerra era stata dettata più dal sentimento che dal desiderio di un cambiamento radicale e la sua poesia degli anni successivi si era fatta malinconica e nostalgica, più vicina agli amati romantici che allo sperimentalismo di Eliot o all’impeto militante di Auden e soci (i quali, tra l’altro, gli preferivano Owen). Tuttavia, ciò non significava che non avesse opinioni politiche salde. Ad esempio, era certo che il nazismo tedesco fosse il prodotto dalle ingiustizie che la Germania aveva dovuto subire dalle altre nazioni, specie dalla Francia, alla fine della Prima guerra mondiale, ma questo non giustificava né i fanatismi né le violenze.
Per fortuna il suo Memorie di un ufficiale di fanteria (Memoirs of an Infantry Officer) ottenne un buon successo, al netto di qualche critica. L’attesissimo seguito di Memorie di un cacciatore di volpi, pubblicato dalla Faber and Faber nel 1930 e l’unica opera in prosa di Sassoon ad essere stata tradotta in italiano, si basava per la maggior parte sui diari di guerra dell’autore e trae la forza dal contrasto tra la personalità affabile e delicata del protagonista e le terribili prove che deve sopportare.

Decisamente trascurabile è invece la raccolta Pinchbeck Lyre, una parodia delle poesie di Humbert Wolfe che uscì per la Duckworth nel maggio del 1931.
Due anni dopo, a Teffont Magna, nel Wiltshire, dove aveva trovato una deliziosa dimora in affitto lontana del trambusto di Londra, Sassoon incontrò Hester Gatty, quella che un giorno sarebbe diventata sua moglie…
La vita di Siegfried Sassoon continua nei prossimi articoli della serie.


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