di Luca Fumagalli
Nel Regno Unito, sin dai tempi della cosiddetta “seconda primavera” cattolica, ovvero dalla metà del XIX secolo, quando venne ristabilito da Papa Pio IX il sistema dei vescovi e delle diocesi, i nemici della Chiesa erano soliti squalificare la letteratura prodotta dai “papisti” come qualcosa di fondamentalmente straniero, lontano dai gusti e dalla sensibilità britannica. Ai loro occhi era tutta robaccia che puzzava un po’ troppo di Francia e di immigrati irlandesi, e dunque indegna di essere letta da un leale suddito di sua maestà (non è da sottostimare la mentalità allora comune a quelle altitudini secondo la quale, in fondo, un cattolico era tendenzialmente un traditore).
Se è vero che per un pugno di autori, ad esempio Henry Harland e Ronald Firbank, gran parte del fascino della Chiesa risiedeva proprio nella sua allure esotica, Graham Greene e Anthony Burgess – quest’ultimo un apostata ma sentimentalmente legato alla fede in cui era cresciuto – ambientarono molti dei loro romanzi in un contesto volutamente diverso da quello inglese per criticare l’appiattimento secolarista che si stava verificando in patria. Altri, si pensi in particolare a Frederick Rolfe, fecero di tutto per marcare le differenze tra il cattolicesimo britannico e quello continentale, un modo per mettere in discussione l’aridità spirituale dei tanto vituperati compatrioti fedeli a Roma.
D’altro canto, l’Antonia White di The Lost Traveller è solo uno degli esempi di autrice che fece di tutto per dimostrare l’ignoranza dei protestanti quando accusavano i “papisti” di non aver nulla di inglese. Inoltre l’idea del cattolicesimo quale “fede dei nostri padri” era un’arma retorica diffusa, specie in Scozia; e alcuni scrittori, per sparigliare le carte, diedero corpo a una narrativa fortemente legata alla Gran Bretagna, esaltandone le specificità. In questo contesto val la pena ricordare due “giganti” come mons. Robert Hugh Benson – e ciò nonostante un’attitudine teologica di stampo ultramontano – ed Evelyn Waugh.
Di solito l’appartenenza dei cattolici britannici a un mondo più ampio venne enfatizzata da vari romanzieri in senso meritorio. In Tutta la gloria nel profondo di Bruce Marshall, ad esempio, il sacerdote protagonista, Padre Smith, un uomo mite e devoto che deve fare i conti ogni giorno col viscerale anticattolicesimo dei calvinisti scozzesi, non perde occasione per ricordare ai propri fedeli di essere orgogliosi perché, «unici tra i loro compatrioti, sono parte della tradizione europea». A proposito dell’identità tra l’Europa e la fede è scontato menzionare Hilaire Belloc, che basò tutta la sua apologetica su tale assunto.
La strategia adottata da questi scrittori si scontrava però, almeno in parte, con l’attitudine generale della gerarchia cattolica inglese, desiderosa di radicarsi nel tessuto sociale e che perciò puntava sull’essere accettata.


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Fonte immagine di copertina: versione modificata a partire da https://www.newstatesman.com/culture/books/2025/02/death-of-the-british-catholic-novel
