di Massimo Micaletti
Con la storia delle pipe da crack a Bologna si torna a parlare della “logica della riduzione del danno”: ebbene, non esiste una sola prova che questa “geniale ispirazione” abbia mai funzionato.
Quel che più conta, è palese che la logica della limitazione del danno è sostenuta da quelli che, in fin dei conti, il danno non ce lo vedono proprio. E’ quella che in sociologia criminale si chiama “perdita del disvalore” e si verifica quando in un gruppo sociale o in una parte significativa di questo si genera la convinzione che un comportamento debba restare vietato ma non sia cattivo in sé e sfumi, insomma, dai mala quia mala ai mala quia vetita, sicché la sua concreta attuazione sarebbe tollerabile se non addirittura in certi casi lecita e sostenuta (non da quel gruppo ma) dalla collettività tutta.
La limitazione del danno, in definitiva, prevede una soglia di danno più o meno tollerabile e che essa sia tollerabile in ragione di un bene superiore a quello che viene leso: ciò però comporta che il bene che viene danneggiato non sia visto come un bene fondamentale e che sia anzi considerato, appunto, subordinato a un altro ritenuto di maggior importanza. Questo esclude che detto principio possa essere applicato al caso del male gravissimo in quanto attentante a valori ritenuti intangibili, poiché in questo caso non è consentito permettere nessuna forma di lesione, neppure attenuata.
Pensiamo all’aborto, il caso esemplare di questo fenomeno: chi applica all’aborto la logica della limitazione del danno non lo ritiene in ultima istanza un gravissimo male morale perché, se davvero ne comprendesse la radicale malvagità, lo vieterebbe sic et simpliciter et semper anziché regolarlo in senso più o meno permissivo arrivando a considerarlo un servizio da erogare a spese di tutta la collettività e praticamente a semplice richiesta.
Ora, è evidente che fulcro di questo ragionamento è la gerarchia dei valori: solo questa, infatti, consente di comprendere se e fino a qual punto un bene possa essere sacrificato in nome di un altro. E proprio il caso dell’aborto è prova plastica che siamo in una società in cui, nella gran parte dei gruppi culturali dominanti, la gerarchia dei valori è totalmente sovvertita.
Per avere una conferma, provate a proporre di applicare la limitazione del danno al maltrattamento degli animali: otterrete un rifiuto reciso. Perché? Perché nell’attuale civiltà sarebbe un’ipotesi di “male assoluto”, rispetto al quale nessuna forma di danno è tollerata, neppure in forma limitata.
E se per certe élite culturali dominanti è pacifico, contro ogni evidenza di Ragione, che maltrattare una pecora sia più grave che fare a pezzi un concepito o che qualcuno si distrugga il cervello col crack, emerge con maggior forza la necessità di un’élite culturale avversaria e di contraddizione che riporti alla luce la verità della cose.
E la verità della cose è che ciò che viene chiamato limitazione del danno si rivela poi puntualmente danno senza limiti.


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Foto: Espiritusanctus, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons
