Pubblichiamo alcune parti di un panegirico di San Giuseppe Calasanzio ((Peralta del Sal, 9 agosto 1557 – Roma, 25 agosto 1648), fondatore dei Cherici Regolari della Madre di Dio delle Scuole Pie (gli Scolopi) composto da Mons. Prof. Giambattista Anania, Cameriere Segreto di S.S.

Correva l’anno 1592, quando, non so in qual giorno di quaresima, un sacerdote alto di statura, distinto per nascita, per dottrina, per santità, per ecclasiastici impieghi già sostenuti, venendo dalla Spagna per fare la volontà di Dio, in abito da pellegrino entrava nella Basilica Vaticana, ove prostrato innanzi alle ceneri dell’umile Pescatore di Galilea rinnovava fervorosamente la professione della fede. È desso, o Signori, Giuseppe Calasanzio chiamato dalla divina Provvidenza a questa Roma, come già Gaetano Tiene, Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Filippo Neri, Francesco Caracciolo e Camillo De Lellis. Fu chiamato Gaetano a riformare il clero, Ignazio a cristianeggiare le scuole, Carlo a edificare la corte, Filippo a combattere i vizii nell’età matura, Francesco a riaccendere negli uomini la divozione a Gesù sacramentato, Camillo a raddolcire le pene dell’ infermità, dell’ agonia. E qual è mai la speciale missione che ha da compiere Giuseppe Calasanzio? Allo scopo di conoscerla sono dirette le sue continue preghiere e rigorose mortificazioni. Mostratemi, o Signori, va Egli ripetendo col Profeta reale, mostratemi la via per la quale io debba camminare. Ma gli sta profondamente impressa nell’animo la visione ch’egli ebbe nella Spagna. Gli pareva di essere in Roma attorniato da un gran numero di fanciulli che istruiva nelle lettere e nella pietà, con molti Angeli e sé compagni in quel ministero. Alla visione, o Signori, risponde il fatto. I poveri fanciulli non pure entro le chiese, ma per le strade e per le piazze va egli istruendo nei cristiani doveri. Ai più discoli ed ignoranti volge principalmente le sue cure. I buoni successi lo consolano, ma non l’appagano. Altri fanciulli abbandonati a se stessi da’ genitori costretti alle fatiche per campare la vita, ved’egli aggirarsi oziosi ne’ pubblici luoghi, ove sogliono apprendere massime irreligiose ed immorali, e profondamente si addolora di non potere egli solo tutti educarli. Vede ancora essere unico rimedio a tanti mali l’aprire scuole gratuite e giornaliere, ed unire alla cristiana l’istruzione letteraria … Già sono aperte le scuole, chiamate pie, perchè oltre le cognizioni letterarie, vi s’insegna la pietà, il santo timore di Dio, inizio della vera sapienza. Fedele imitatore del mite ed umile Gesù, ecco il Calasanzio aggirarsi per le vie e per le piazze in cerca di fanciulli poveri, cenciosi, abietti, abbandonati a se stessi, adescarli con piccoli doni, accarezzarli, baciarli, stringerli teneramente al petto e condurli, a schiere, ad istruirsi, ad educarsi. Coadiuvato dall’opera di altri sacerdoti parte gratuita e parte stipendiata, con quale pazienza li ammaestra, con quale dolcezza li riprende, con quale amore li scusa, con quale mansuetudine e longanimità ne sopporta i capricci, le ostinazioni! E non solo ne coltiva la mente e il cuore, ma li provvede altresì di alimenti, di vesti, di libri e di quant’altro fa loro bisogno … Eppure chi il crederebbe? Questo benefico e generoso apostolato è fatto segno alle contraddizioni e persecuzioni; Dio stesso le permette, e Giuseppe soffrendole con pazienza, portata al colmo dell’eroismo, vince alfine, e trionfa. Le Scuole Pie, o Signori, vanno un di più che l’altro crescendo di decoro e di credito. Sicché il numero degli scolari si fa sempre maggiore. Finché vi concorrono i soli fanciulli e giovanetti miserabili, i maestri mercenarii lodano a cielo la carità, il zelo di Giuseppe; ma quando vedono i loro discepoli passare alle scuole calasanziane, e venir meno le loro mensuali mercedi, contro il Calasanzio levano il vessillo della calunnia e della persecuzione, accusandolo presso il Rettore della Romana Università, come reo di usurpata giurisdizione, presso un illustre Ordine religioso, come un ardito rivale di mal talento, presso i nobili come un pernicioso fautore delle pretensioni democratiche, presso il Tribunale ecclesiastico come un ipocrita scostumato, e presso il sommo Pontefice come un occulto propagatore di eresie … Ben conosce Giuseppe le arti e le malizie de’ suoi nemici, ma non si conturba, tutto soffre con eroica pazienza, trova scuse al delitto, mostra facilità nel perdono e sente la più dolce soddisfazione nel rendere bene per male. E quel Dio che, secondo l’espressione di Agostino, dal male sa trarre il bene, fa che Giuseppe dalle calunnie e dalle persecuzioni ritragga onorificenze … Ma cesseranno per questo le calunnie e le persecuzioni? Non cessano, o Signori, anzi divengono più fiere e dolorose. Le calunnie, e le persecuzioni che ci vengono dai compagni, dagli amici, dai beneficati, straziano l’anima a tal segno che lo stesso Giobbe, Gesù Cristo medesimo ne mossero lamento. Orbene; anche a questo strazio è riserbato il cuore di Giuseppe … Doloroso spettacolo è il vedere Giuseppe che nella decrepita età di ottantasei anni, digiuno dalla mattina antecedente, presso l’ora del mezzogiorno, sotto la sferza dell’ardente canicola, a capo scoperto, esposto agli urli, ai fischi di una vile plebaglia, alla gioia feroce, ai beffardi motteggi de’ suoi nemici, è condotto, per la via più popolosa di Roma, al palazzo della sacra Inquisizione. Mentre i buoni deplorano il fatto inesplicabile agli occhi dell’umana prudenza, il santo vecchio meditando il suo caro Gesù, tradito da un suo discepolo e strascinato pei tribunali, e ringraziandolo perché gli porge l’occasione di gustare un piccolo saggio delle sue pene, procede umile, allegro, sereno, tranquillo. Giunto al tribunale, il suo labbro si atteggia a riso celestiale, il suo capo s’irradia d’insolita luce, e seduto appena sopra una panca, si abbandona à placidissimo sonno. Che sonno è questo, o Signori? Il delitto non dorme; è questo il sonno dell’innocenza: Sì; il sonno di Giuseppe è il tacito trionfo dell’ innocenza calunniata. E veramente trionfa l’innocenza del Calasanzio, quando, poche ore dopo, con pompa solenne, in un magnifico cocchio di eccelso Porporato, è ricondotto co’ suoi compagni alla sua povera celletta tra le acclamazioni universali. Ma queste acclamazioni, anziché spegnere, alimentano vieppiù l’odio de’ tristi. Altre calunnie e persecuzioni si muovono contro il Calasanzio, si giunge perfino a farlo deporre dalla suprema autorità dell’Ordine, e la usurpa per sè Mario, il suddito, il figlio ribelle, il più fiero nemico del paziente Giuseppe. Deh! chi potrebbe ridire a mezzo le angoscie, le umiliazioni che soffre il santo vecchio? Mario, fatto superiore, sempre più insolentisce, non gli risparmia insulti ed amarezze, ne spia ogni passo, ne maligna sulle parole, e perfino sull’intenzione, lo priva di ogni sollievo, gli fa mancare anche il necessario alla vita. Minaccia di farlo morire in una prigione, e chiamandolo vecchio imbecille, ipocrita, ambizioso, in cento guise si studia di farlo cadere nel pubblico disprezzo. A sì atroci trattamenti Giuseppe non si turba, ma soffre con eroica pazienza, e nella tranquillità del suo spirito benedice, e ringrazia il Signore. Benedici pure nelle tue pene, e ringrazia il Signore, o Giobbe novello, ma ti prepara intanto a ricevere nell’animo tuo un ultimo colpo il più crudele, un’ ultima ferita la più straziante. L’Ordine tuo che fiorisce approvato da tre sommi Pontefici, ricercato da’ Vescovi, sostenuto da’ Monarchi, venerato dai popoli, ammirato perfino dagli eretici, Ordine tanto benemerito della Religione, tanto vantaggioso alla società, in un istante, senza colpa, per diabolico intrigo di uomini perversi e calunniatori, è soppresso, è distrutto. Ohimè la fertile vigna di Giuseppe è devastata! È ferita la pupilla degli occhi suoi. Un lamento di zelo, uno sfogo di santo dolore sarebbe in Lui compatibile non solo, ma commendevole ancora, e lo giustificherebbe la carità. Eppure il santo Vecchio nonagenario tutto soffre con pazienza e con rassegnazione ai supremi voleri, solo ripete le parole di Giobbe: Dio m’aveva dato questi figliuoli, Dominus dedit, Dio me li ha tolti, Dominus abstulit: sia benedetto il nome del Signore, Sit nomen Domini benedictum.

La Palestra del Clero, anno XVI – volume XXXII, 1893, pp. 103-110


>>> Schuster, Liber Sacramentorum – San Giuseppe Calasanzio <<<



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