del P. Gaetano Maria da Bergamo OFM Cap.
Quanto la nostra serafica s. Chiara sia stata divota del santissimo Sagramento si raccoglie da ciò che è scritto nella sua vita: e noi non dobbiamo se non considerare sommariamente che, nutrendo ella sino dalla sua fanciullezza un desiderio ardente di sposarsi con Gesù Cristo, cui aveva dedicata la sua verginità, ebbe l’onore di essergli realmente assegnata sposa allorché, tagliata la chioma e deposte le vane pompe del secolo davanti all’altare della beatissima Vergine, fu dal padre s. Francesco vestita di sacco e rinchiusa nel sagro chiostro.
Ella sapeva di non potere in ogni tempo ed a suo bell’ agio ritrovare il divin suo sposo che vestito dell’ eucaristiche specie nel sagro altare della Chiesa, dove egli ha promesso di volere abitare con noi sino alla fine del mondo. Colà perciò teneva rivolti con assiduità ed i pensieri della sua mente e gli affetti del suo cuore ed i discorsi della sua lingua e sin anche i lavori delle sue mani; perché, quando era sana, dimorava più ore del giorno e della notte nel coro, alla presenza del santissimo Sagramento, e con esso lui trattenevasi in amorosi sospiri ed amorosi colloquii e sfoghi amorosi di lagrime: a lui ancora offerendo ogni versetto de’ salmi nella recitazione delle canoniche ore. Quando pure era inferma, nonostante la gravezza de’ suoi dolori, ora filava, ora cuciva a preparare i pannilini de’ corporali sopra de’ quali si mette il corpo di Gesù Cristo nel sagrifizio dell’ altare, e de’ purificatorii, co’ quali si asciugano i sacri calici.
Sì nel tempo della sanità come dell infermità, erano frequenti le sue communioni; e non potrebbero esprimersi né i suoi fervori co’ quali si apparecchiava, né le dolcezze delle quali di poi godeva ne’ suoi divoti ringraziamenti; siccome né anche potrebbe esprimersi quell’ interno raccoglimento con cui assisteva ed attendeva alla santa messa, offerendo col sacerdote la sagratissima ostia e ricevendola dentro di sé col suo spirito. Erano le sue meditazioni del santissimo Sagramento, in cui raffigurava il suo sposo, come uno sposo di sangue, rammemorando la di lui dolorosa passione: e slanciando ad ogni poco verso di lui le sue aspirazioni e giaculatorie orazioni, si può dire che per i suoi desiderii fosse a lei tutto il giorno una continuata communione spirituale.
Nella professione di un’ altissima povertà, pativa alle volte con le sue monache disagi e penurie: ma per ogni indigenza ricorreva con tanta confidenza al santissimo Sagramento, che era tosto con provisioni miracolose esaudita; e quando ancora fu assalito il suo monastero da barbari, non altri essa volle a sua difesa e custodia che il santissimo Sagramento, in cui venerava l’onnipotente suo sposo.
Pensieri ed affetti sopra i misterii ed altre feste, Vol. II, Monza, 1845, pp. 303-305
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