di Piergiorgio Seveso
Questa rubrica ha taciuto per un poco e ne aveva un ragionevole motivo.
Dopo il sommovimento del conclave e l’elezione di Leone, la vita del neo-modernismo ecclesiale ha ripreso le sue consuetudini, le sue pose, le sue abitudini di disordine che ci sono note da decenni. Era quindi inutile ribadire e parlare di un’attualità sempre eguale a se stessa, sempre monotona nel riproporre gli stilemi dell’errore e dell’eresia.
Nelle pestilenziali calure di quest’estate altalenante, abbiamo preferito dare spazio al frinire stridente delle cicale “conservatrici” che inseguono Prevost con trepidazione, attendendo segni, prodigi, ristabilimenti, ripareggiamenti, riordinamenti, insomma uno straccio di fattualità in controtendenza con l’operoso e demolitivo predecessore argentino.
Si è ricamato su discorsi, su occhiate del neo-eletto, su “sentito dire”, su “mormorii” di minutanti, camerieri segreti, donne delle pulizie, e persino di uscieri ma l’assordante frinire di queste cicale conservatrici “di corte” non ci ha ancora consegnato uno straccio di prova di sostanziale discontinuità, non dico con Dignitatis Humanae o Lumen gentium ma nemmeno con Fratelli tutti o Laudato si’.
Le cicale ci parlano di gradualità, di strategie occulte del neo-eletto, di realismo, di una speranza che non ha nulla di teologale e nemmeno di ecclesiale ma è solo struggimento aggrappato a qualche tendaggio in un salottino borghese.
Alla dura e gelida roccia della rivoluzione conciliare sanno offrire solo intellettuali digressioni, desideri che si fanno articoli di giornale, suggestioni per consolare pie dame e i consueti azzimati damerini. Nihil sub sole novi.
Alle “cicale” si aggiungono le “falene” che, abbagliate dalla luce dirompente della tirannide di Francesco cui hanno risposto con un movimento vorticoso e incessante, scambiano le fioche luci al neon montiniane di Francis Prevost come vaghi segni di una normalità che però risulta per loro sinonimo di resa, di dissipazione, di ritorno all’oscurità del disimpegno e del privatistico “particulare”. Come nei grandi spettacoli pirotecnici, all’intervento del terzo fuochista, segue mesta l’oscurità. La falena, ubriaca di azione e ignara della perseveranza, fallisce il suo scopo ed in ultima analisi perde la “Buona battaglia”.
Se “cicale” e “falene” fanno parte della grande humana comedia di questo mondo, più ingrati risultano i “tafani”, sempre pronti a fare degenerare qualsiasi dibattito tradizionalista o integrista con elementi eccentrici, cervollotici, maniacali e autoreferenziali, inclini alla repellenza che si ammanta di purezza dottrinale e all’impresentabilità che assume le pose del radicalismo (infondato) e dell’estremismo (improduttivo), sono la piaga sociale di ogni stagione del tradizionalismo cattolico, massime d’estate quando le tastiere ribolliscono.
I nostri cari lettori sapranno cogliere in queste mie parole non tanto malevolenza quanto una benevola messa in guardia verso pericoli cui tutti siamo stati e siamo esposti ogni giorno, nessuno escluso.
Alla fine giungiamo quindi a vedere il limitare di questa stagione calda e “giubilare” e confidiamo che l’autunno faccia cadere gli ultimi brandelli di maschere e illusioni, oltre che le consuete foglie secche.
Sancte Joseph, protector Sanctae Ecclesiae, ora pro nobis!
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