Nella ricorrenza della IX Domenica dopo la Pentecoste in cui la Santa Chiesa legge quel famoso passo del Vangelo di san Luca in cui il Signore piange su Gerusalemme e ne profetizza la distruzione, ci piace riportare alcune per certi versi paradossali affermazioni del Cardinale Agostino Bea sj.
Prima però un commento al Vangelo. La stessa Chiesa nel Breviario collega la pericope al rigetto del popolo d’Israele da parte di Dio in ragione del rifiuto di Cristo fino alla sua messa a morte[1]: “Elia rappresentava il Signore Salvatore. Difatti come Elia fu perseguitato dai Giudei; così il vero Elia, nostro Signore, fu rigettato e disprezzato dai medesimi Giudei. Elia abbandonò il suo popolo; e Cristo abbandonò la sinagoga” (S. Agostino, lect. V ad Matut.); rigetto che si manifesta nel castigo della distruzione della Città Santa: “Che il Signore, piangendo, abbia predetto la distruzione di Gerusalemme, che fu compiuta da Vespasiano e Tito imperatori Romani, nessuno, che abbia letto la storia di questa stessa distruzione, l’ignora” (San Gregorio, lect. VII ad Matut.)[2].
Poste queste premesse passiamo:
1) al cardinale Bea;
2) alle sue per certi versi paradossali dichiarazioni.
Agostino Bea (Riedböhringen, 28 maggio 1881 – Roma, 16 novembre 1968), gesuita, biblista, fu per lungo tempo confessore di Pio XII. Fu creato Cardinale da Giovanni XXIII nel 1960 e posto a capo del Segretariato per l’Unità dei Cristiani[3]. Esponente di punta dell’aggiornamento roncalliano specificatamente rispetto all’ecumenismo e al rapporti con l’ebraismo, più volte si scontrò pubblicamente con il Cardinale Ottaviani, che gli opponeva l’Ortodossia Romana[4]. Memorabile il loro scontro sul concetto di libertà religiosa, raccontano da un testimone d’eccezione, ossia mons. Marcel Lefebvre. Si impegnò in prima persona per la stesura ed approvazione della dichiarazione conciliare sulle religioni non cristiane “Nostra Aetate“, sempre riguardo all’ebraismo[5].
La stesura e l’approvazione del documento fu assai travagliato e il fronte conservatore diede battaglia: ne è un esempio lo scritto di mons. Luigi Carli, vescovo di Gaeta, “La questione giudaica davanti al Concilio“. E proprio contro questo articolo perfettamente ortodosso l’Eminentissimo Bea scrisse su La Civiltà Cattolica del 16 novembre 1965 un articolo dal titolo “Il popolo ebraico nel piano divino della salvezza” (pp. 209-229).
In questo scritto il cardinale intende confutare coloro che affermano che “con l’ingiusta condanna di Gesù, chiesta, anzi estorta a Pilato dal Sinedrio quale legittima autorità del popolo ebraico, questo è diventato reo di «deicidio» ed ha perso i propri privilegi; il popolo eletto di Dio non è più Israele, bensì la Chiesa, il nuovo «Israele secondo lo spirito». Anzi i doni largiti da Dio a Israele si sono per lui tramutati in titoli di maggior pena. Esso perciò è stato riprovato e maledetto da Dio, come lo provano, tra l’altro, i gravissimi castighi predetti da Gesù e inflitti al popolo nei decenni che seguirono la morte di Lui fino alla definitiva distruzione di Gerusalemme e alla dispersione del popolo sotto Adriano”.
Praticamente intendeva confutare quello che la Chiesa aveva insegnato fino ad allora[6]: evidentemente, al di là della comune germanicità, questo tedesco non era per l’ermeneutica della continuità.
Questa confutazione porta il biblista in porpora a negare tra le altre cose la responsabilità del popolo nell’uccisione di Gesù[7], il conseguente rigetto, e il fatto stesso che la distruzione di Gerusalemme sia stato un castigo.
Ed eccoci al paradosso. L’inizio della serrata argomentazioni è il seguente: “Partiamo dalla prima accusa: il deicidio. Non vi è dubbio che la condanna e l’esecuzione di Cristo costituiscono in se stesse, oggettivamente parlando, un crimine di deicidio, perché Gesù è Uomo-Dio“.
- Sulla questione complessa del rigetto vedi l’articolo “Vecchio e Nuovo Israele. Un commento cattolico a Romani XI, 29” ↩︎
- Vedi la raccolta “Gerusalemme vista dal Monte degli Ulivi. Uno sguardo sul grande ordine e sul grande disordine” e gli articoli “Perché Gerusalemme fu distrutta?” di don Curzio Nitoglia, autore per le Edizioni Radio Spada del libro “Non abbiamo Fratelli Maggiori ~ L’Antica Alleanza è stata revocata e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi“. ↩︎
- Vedi l’articolo “L’ecumenismo vaticano compie 60 anni” ↩︎
- Si racconta che l’Eminentissimo di Trastevere fosse solito battersi il petto e dire “Bea culpa, Bea culpa, Bea Maximos culpa”, alludendo oltre a Bea a quel criptoscimatico di Maximos IV Saigh, Patriarca di Antiochia dei Melchiti, in seguito cooptato nel Sacro Collegio da Paolo VI per la sua lotta contro il dogma del primato petrino e le sue aperture divorziste ↩︎
- La portata rivoluzionaria del documento è analizzata nel saggio “Le diverse tappe della rivoluzione teologica giudaico-cristiana” di don Curzio Nitoglia ↩︎
- Per l’insegnamento cattolico in materia vedi l’articolo “Vecchio e Nuovo Israele. Un commento cattolico a Romani XI, 29” e i rimandi ivi presenti. Per completezza di informazione ci piace ricordare che questi insegnamenti cristiani non hanno niente a che fare con quelle idee che vanno sotto il nome di “antisemitismo”, dottrina peraltro espressamente condannata dalla Chiesa con apposito decreto del Sant’Offizio e non di rado fondata su “un sentimento di duplice odio: odio di Gesù Cristo e degli Apostoli, questa gloria incomparabile della razza ebraica; odio della rivelazione mosaica, questo fondamento incrollabile della nostra rivelazione cristiana” (Card. Simeoni, Il Sacro Cuore di Gesù e gli Ebrei, 1899) ↩︎
- La responsabilità collettiva è affermata da Sant’Agostino (“Non dicano i Giudei: Noi non abbiamo ucciso il Cristo” (S. Agostino)) e meticolosamente analizzata da uno dei più importanti biblisti ed esegeti del secolo scorso, mons. Francesco Spadafora (La responsabilità ebraica nella morte di Gesù spiegata da Mons. Spadafora). ↩︎


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fonte immagine araldicavaticana
