di Redazione

Il Messaggio di Leone XIV appena mandato ai partecipanti alla Settimana Ecumenica di Stoccolma nel centenario dell’Incontro del 1925 è difficile da commentare vista la vastità di problemi che solleva e di conferme che dà. Si va dal ricordo benevolo dell’afflato ecumenico di inizio ‘900 e della Conferenza del 1925 a Stoccolma (idee al tempo chiaramente condannate da Pio XI in Mortalium Animos [1928]), fino alla celebrazione dell’operazione Lund compiuta da Bergoglio nel 2016 e all’immancabile rimando al Vaticano II. Lasciamo ai lettori un ampio estratto del testo. Pur prendendo le distanze dai contenuti dobbiamo ringraziare ancora una volta Leone XIV per l’assoluta chiarezza nel descrivere il cambio di passo avvenuto col Vaticano II e nel rivendicare la sua continuità sostanziale con il regno di Francesco. Nostre le grassettature e le note tra parentesi quadre.


[…] Nell’anno 325, vescovi provenienti da tutto il mondo conosciuto si riunirono a Nicea. Affermando la divinità di Gesù Cristo, essi formularono le professioni del nostro credo che egli è “Dio vero da Dio vero” e “consustanziale (homoousios)con il Padre”. Articolarono così la fede che continua a legare i cristiani tra loro. Quel concilio fu un segno coraggioso di unità nella differenza, una prima testimonianza della convinzione che la nostra confessione comune può superare la divisione e promuovere la comunione.

Un desiderio analogo ha animato la Conferenza del 1925 a Stoccolma [ndr. A Nicea non c’era “unità nella differenza” con eretici. All’opposto: ci fu la condanna dell’errore ariano], indetta dal pioniere del primo movimento ecumenico, l’Arcivescovo Nathan Söderblom, all’epoca arcivescovo luterano di Uppsala [ndr, arcivescovo di che? In ogni caso è l’uomo in foto]. L’incontro riunì 600 leader ortodossi, anglicani e protestanti. Söderblom era convinto che “il servizio unisce”. Pertanto esortò i suoi fratelli e sorelle cristiani a non aspettare che vi fosse consenso su ogni punto della teologia, ma di unirsi in un “cristianesimo pratico”, per servire insieme il mondo nella ricerca della pace, della giustizia e della dignità umana.

Sebbene la Chiesa cattolica non fosse rappresentata in quel primo incontro, posso affermare, con umiltà e gioia, che oggi siamo al vostro fianco come compagni discepoli di Cristo, riconoscendo che ciò che ci unisce è molto più grande di ciò che ci divide. [ndr, la Chiesa non solo non fu presente ma si affrettò a ribadire la condanna dell’ecumenismo indifferentista con un’enciclica appositamente dedicata al tema, la Mortalium Animos. Cfr.: Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente]

Dal concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha abbracciato interamente il cammino ecumenico. [ndr, non la Chiesa – che non è un club opinionistico – ma gli uomini di Chiesa. Va riconosciuta però, ancora una volta, l’assoluta chiarezza di Leone XIV nell’affermare ciò che altri hanno il timore di riconoscere]. Di fatto, Unitatis redintegratio, il decreto conciliare sull’ecumenismo, ci ha chiamati al dialogo in umile e amorevole fraternità, fondato sul nostro comune battesimo e sulla nostra missione condivisa nel mondo. Riteniamo che l’unità che Cristo vuole per la sua Chiesa debba essere visibile, e che tale unità cresca attraverso il dialogo teologico, il culto comune laddove possibile, e la testimonianza comune dinanzi alla sofferenza dell’umanità.

Questo invito alla testimonianza comune trova una potente espressione nel tema scelto per questa Settimana Ecumenica: “Time for God’s peace” [Tempo per la pace di Dio] [ndr, a dir il vero Sant’Agostino insegna che la vera pace è la tranquillità nell’ORDINE]. Questo messaggio non potrebbe essere più tempestivo. Il nostro mondo presenta le cicatrici profonde del conflitto, della disuguaglianza, del degrado ambientale e di un crescente senso di disconnessione spirituale. Tuttavia, in mezzo a queste sfide, ricordiamo che la pace non è meramente un conseguimento umano, bensì un segno della presenza del Signore tra noi. Ciò è sia una promessa sia un compito, poiché i seguaci di Cristo sono chiamati a diventare artefici di riconciliazione: ad affrontare la divisione con coraggio, l’indifferenza con la compassione, e a portare guarigione dove ci sono state ferite.

Questa missione si è rafforzata grazie a recenti pietre miliari ecumeniche. Nel 1989 Papa Giovanni Paolo II divenne il primo Romano Pontefice a visitare la Svezia e fu accolto calorosamente nella cattedrale di Uppsala dall’Arcivescovo Bertil Werkström, Primate della Chiesa di Svezia. Quel momento segnò un nuovo capitolo nei rapporti tra cattolici e luterani. Fu seguito dalla commemorazione congiunta della Riforma a Lund, nel 2016, quando Papa Francesco si unì ai leader luterani nella preghiera e nel pentimento comuni. Lì abbiamo confermato il nostro cammino condiviso “dal conflitto alla comunione”. [ndr, non dimentichiamo Benedetto XVI, le sue visite sui luoghi di Lutero e la sua dichiarazione secondo cui “Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica”]. Questa settimana, mentre dialogate e celebrate insieme, sono lieto che la mia Delegazione possa essere presente come segno dell’impegno della Chiesa cattolica a proseguire il cammino di preghiera e lavoro congiunto, ovunque possibile, per la pace, la giustizia e il bene di tutti.

Possa lo Spirito Santo, che ha ispirato il concilio di Nicea e che continua a guidare tutti noi, rendere questa settimana la vostra amicizia più profonda e risvegliare nuova speranza per l’unità che il Signore desidera così ardentemente tra i suoi seguaci. […]


Sullo stesso tema vedere:



Seguite Radio Spada su: