Ovviamente – e questo vale per personaggi trattati tanto nei vari articoli quanto nei libri – il giudizio complessivo su figure di spicco della letteratura, ora eccentriche, ora controverse, deve tenere come supremo criterio quello della Dottrina Cattolica: salvare il buono, rigettare il cattivo, usare prudenza per tutto [RS]
di Luca Fumagalli
Considerato il poeta decadente per eccellenza, morto in giovane età dopo una vita consumata tra assenzio e prostitute, Ernest Dowson (1867-1900) fu anche uno di quegli autori britannici che, sul finire del XIX secolo, decisero di abbracciare di nuovo l’antica fede dei padri.
Qualcuno ha parlato di una sua infatuazione per il cattolicesimo già ai tempi dell’università, a Oxford, corroborata dalla fascinazione per quelle cerimonie liturgiche a cui Dowson aveva assistito da ragazzo in Francia e in Italia, quando si trovava sul continente al seguito dei genitori tubercolotici. Il padre, pur non nutrendo alcun interesse verso la religione, volentieri raccontava al figlio aneddoti sulla storia del cristianesimo e lo lasciava libero di esplorare le chiese del circondario.
È possibile che la decisione di Dowson di farsi cattolico fu pure influenzata dal fatto che alcuni suoi parenti erano fedeli della Chiesa di Roma. Uno zio, Gerald Hoole, arrivò ad attribuirsi parte del merito in una lettera a Victor Plarr, un amico del nipote. Tuttavia, come sottolinea Mark Longaker, il primo importante biografo di Dowson, essendo quest’ultimo un tipo poco avvezzo al facile intruppamento, è certo che «la sua decisione fu in larga misura indipendente, senza il sostegno di particolari persone o influenze».
Quando fu ufficialmente ammesso nella Chiesa cattolica, cosa che avvenne il 25 settembre 1891, presso il Brompton Oratory di Londra, Dowson dovette scorgere in essa un contraltare al pessimismo filosofico che aveva caratterizzato fino a quel momento il suo approccio alla vita. Sebbene seguitasse a considerare l’umanità e la natura irrimediabilmente corrotti, la fede costituiva una forza in qualche misura palliativa, in grado di contenere un orrore altrimenti dilagante. Di contro, l’immortalità dell’anima, così come i dogmi e gli insegnamenti, non avevano alcuna presa su di lui. Aveva però una vaga confidenza nella grazia divina, e questo spiega come mai portasse sempre con sé una croce d’oro nella tasca del panciotto (e per qualche misterioso motivo pare che la immergesse nel bicchiere prima di bere). Sempre secondo Longaker
a Oxford Dowson diede corpo a una filosofia estetica che gli offriva una chiara direzione intellettuale; e ora, qualche anno dopo, senza rinunciare all’idea che la bruttezza del mondo potesse essere parzialmente evitata e corretta dall’adorazione della bellezza, comprese che la Chiesa poteva offrire a lui e agli uomini una santificazione parziale se non una redenzione completa. Poteva insegnare ad avere un cuore e una mente innocenti, già di per sé era una cosa affascinante, mitigando la consapevolezza della preponderanza della corruzione.
D’altronde, la maggior parte dei lavori di Dowson risalenti al periodo precedente alla conversione testimoniano una particolare attenzione al tema – di derivazione evangelica – della bellezza e della nobiltà dell’innocenza, legato a una visione del mondo semplice, filtrata attraverso lo sguardo del fanciullo. Ad esempio nel terzo dei Sonnets to a Little Girl scriveva che la purezza dell’infanzia era il suo rituale, la sua preghiera mistica e l’amuleto con cui difendersi dalle minacce. Una simile forza, a suo dire, la si poteva trovare nella fede del cattolico devoto.
Le parole che Frank Harris riferì di aver sentito da Dowson, ossia «sono per la vecchia fede. Sono diventato cattolico, come ogni artista dovrebbe fare», lascerebbero intendere una conversione animata più che altro da una fascinazione per la liturgia e l’arte della Chiesa di Roma, ipotesi sostenuta anche da amici come Plarr e Robert Sherard. E se è vero che l’adesione alla nuova fede non ebbe grandi effetti sulla condotta disordinata del poeta, fatta eccezione per una più o meno regolare frequentazione della messa domenicale, c’è da credere che per una persona che si era abbeverata per anni alla fonte di Schopenhauer fosse necessario «qualcosa in più della fragranza dell’incenso per compiere un simile passo» (di nuovo Longaker). Ne era convinto il sodale Lionel Johnson e pure Yeats, che in The Trembling of the Veil scrisse: «La poesia di Dowson mostra come egli avvertisse una sincera attrazione per la religione, ma la sua religione non era certamente dogmatica, essendo null’altro che il desiderio di una condizione di estasi virginale».
In effetti Dowson scrisse una manciata di poesie d’ispirazione cristiana – Extreme Unction, The Nuns of the Perpetual Adoration, Benedictio Domini e Carthusians – e pure un racconto, Appple Blossom in Brittany, pubblicato nell’ottobre del 1894 sullo «Yellow Book», la rivista simbolo del periodo. I temi ricorrenti sono quelli della vita religiosa, della contemplazione, della pace dell’animo e della rinuncia alle tentazioni di questo mondo, amore compreso.
Al netto di tutto ciò, rimane comunque l’impressione che la conversione non fece di lui né un poeta religioso né tantomeno un uomo religioso, fallendo, in ultima istanza, nel restituirgli quell’innocenza perduta che andava disperatamente cercando.


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